Note a margine della CCC2020. Che fine ha fatto Castellina in Chianti?

Note a margine della CCC2020. Che fine ha fatto Castellina in Chianti?

di Tommaso Ino Ciuffoletti

Il Chianti Classico è un territorio vasto e magmatico. Va dalle porte di Siena, a quelle di Firenze e tra le sue colline di chiaroscuri, tra boschi e vigne, valli strette e creste più aspre che dolci, incontra una gran quantità di aziende vinicole. “Oltre 7300 ettari di vigne, distribuiti su una superficie 10 volte superiore, danno solo una vaga idea della complessità di una denominazione come il Chianti Classico”*.

Una terra dove nobili famiglie senesi e fiorentine avevano i propri possedimenti che si tramandavano e confondevano per discendenze e matrimoni e dove generazioni di mezzadri, che non possedevano altro che metà del frutto del proprio lavoro, hanno plasmato il paesaggio fino a giorni assai recenti. La mezzadria venne infatti abolita con la legge n. 756 del 1964, che vietava la stipula di nuovi contratti mezzadrili dal 23 settembre 1974. Fu cosi una legge della Repubblica Italiana, nata solo pochi anni prima, ad abolire una forma di contratto che risaliva al Medioevo.
Molti di quei nobili pensarono così che fosse giunto il tempo di disfarsi di terre che non potevano più essere affidate alla fatica massacrante delle famiglie di mezzadri. Altri invece si posero la questione di mettere a nuovo reddito quelle terre e insieme a loro una nuova generazione di avventurieri – imprenditori, coloni di varia origine, matti e visionari – posero le basi per costruire, tra curve non meno ardite di quelle che potreste incontrare tra Radda e Gaiole, quel mito assoluto che (con buona pace della famiglia italoamericana che riporta quel pennuto nel cognome) è il Gallo Nero.

La Collection
Questa terra ha una storia meravigliosa, che credo poche altre zone al mondo possano vantare. Dai bandi di Cosimo III del 1716, al solco tracciato da Bettino Ricasoli e quella famosa lettera del 1872 in cui si confermava “che il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo (a cui io miro particolarmente) e una certa vigoria di sensazione”, per arrivare sino ad oggi, ai tanti sorrisi ai banchi di degustazione della Chianti Classico Collection. Io son dell’idea che rispetto ad altre rassegne dedicate al vino, questa abbia in quei sorrisi il di più che me la rende tanto cara. Questo vale sia per i banchi delle aziende più rinomate e blasonate, che per quelle più piccole, nuove e ancora da farsi. Saranno forse i sorrisi chi abita in luoghi belli e credo sia anche perché delle aziende si conoscono di solito i proprietari, gli enologi (specie se sono quelli con un nome affermato) oppure i valenti commerciali e non i tanti che poi in azienda ci stanno ogni giorno con ruoli meno visibili, ma altrettanto importanti e che alla Chianti Classico Collection invece puoi conoscere e incontrare.

I Chianti Classico
Poi certo, i mezzadri non ci sono più e ci sono invece i tanti lavoratori che vengono da paesi i più impensabili, dall’est Europa al Caucaso, fino al Nordafrica e quelli non li vedi nemmeno tra quei banchi, ma magari li incontri nei bar dei borghi chiantigiani – quei pochi aperti – che d’inverno diventano un mix affascinante di briscole, grappe e idiomi diversi. Gli stessi bar – più i tanti che aprono solo con la bella stagione – che poi d’estate diventano un mix di infradito, gambe chiare e idiomi ancora diversi (ma in questo caso parlanti inglese, tedesco, francese, russo, cinese etc..), ma con un ruolo agli antipodi nella catena del valore che fa girare l’economia di questo territorio.
Non cercate la morale fra queste parole, è solo il racconto di chi in quella terra ha vissuto anni bellissimi di una vita fa e che a quei luoghi e a quelle persone è legato da un amore profondo e intimo.
Ed un luogo su tutti è stato ed è per me casa: Castellina in Chianti. Un luogo che oggi fatico un po’ a trovare nella mappa di un Chianti Classico in cui quel magma di cui si diceva all’inizio, inizia a prendere forma più solida proprio intorno ad alcuni luoghi che hanno costruito una cifra stilistica riconoscibile e sempre più definita. Perché ancora non sono arrivate le menzioni comunali come scelta riconosciuta ufficialmente, ma intanto c’è chi si è messo a lavorare per darsi un carattere trainante e capace di rafforzare l’identità territoriale sotto il gran cappello del Gallo Nero.
I vini di Radda ormai guidano l’hype della critica e dei consumatori, con i loro toni scuri ed ematici, ed un gran lavoro che il gruppo dei Vignaioli di Radda conduce in modo brillante e meritorio, mentre è sempre consistente il lavoro del distretto bio di Panzano. Gaiole, tenendo forse fede ad un territorio restio a concedersi, può permettersi di giocare la carta sempre valida della discrezione, tra punte di eccellenza e curiosità da scoprire. Ma Castellina?

Castellina in Chianti
Castellina in Chianti con i suoi 578 metri sul livello del mare, è il paese più alto fra quelli che fanno comune all’interno della zona del Chianti Classico, ma ha anche un territorio che registra un forte dislivello, dato che si passa dai 180 metri del punto più basso (nella zona di Castellina Scalo) ai 626 del Monte Cavallaro. Se i chiaroscuri e le valli strette sono il classico del territorio chiantigiano, Castellina ha invece, nel versante occidentale, una vista che spazia lunghissima verso Monteriggioni, Colle Val d’Elsa, San Gimignano e oltre, ed i tramonti che si vi possono godere sono, senza tema di smentita, i più lunghi e suggestivi di tutto il Chianti Classico.
La sua storia registra testimonianze che datano indietro fino agli Etruschi, ma gran parte delle sue architetture più suggestive sono le fortificazioni quattrocentesche: la Rocca e il camminamento, che oggi si chiama via delle Volte e corre lungo il confine nord del paese. Vi sono però anche costruzioni più recenti, che raccontano la storia di quando a Castellina, prima che arrivasse il vino, si pensava che il futuro sarebbero stati i mangimi. C’era un’azienda, il gruppo Niccolai, che crebbe nel secondo dopo guerra tanto da fatturare a fine anni ’70 cifre astronomiche (oltre i 100 miliardi di lire), dando lavoro a moltissime persone nel territorio che, appunto in quegli anni, vedeva la fine della mezzadria e doveva pensare a come reinventarsi. Erano altri tempi ed anche i vincoli paesaggistici erano meno rigidi, fattostà che Castellina ospita ancora oggi l’eredità urbanistica di quegli anni, in cui fu concesso di costruire anche ciò che forse sarebbe stato meglio non fosse costruito.
Ci sono poi dei bei giardini pubblici che raccontano un altro pezzo di storia di questo territorio, dato che sono stati realizzati grazie al contributo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, a ricordare che c’era un tempo i cui tanti servizi dei comuni del senese potevano godere delle ricadute positive della Fondazione legata ad una delle banche più antiche del mondo, che però non ha resistito alle male gestioni di tanti che ancora avrebbero da risponderne.

La mia Castellina in Chianti
La Castellina che ho conosciuto nei quasi 10 anni che vi ho passato è anche quella dei suoi vini. E sono i fiori la cifra più genuina dei sangiovesi castellinesi per come ho avuto modo, nel tempo, di conoscerli. Più leggiadri, più fini, più delicati e, sì, tipicamente floreali rispetto ad altre zone della denominazione. Vini che ho ritrovato anche durante gli assaggi di quest’ultima Collection e che, in alcuni casi mi hanno dato una gioia ancora più grande perché fatti da ragazzi giovani, in gamba e a cui voglio bene ed auguro il meglio (e se è concesso fare un nome per tutti, assaggiate, quando sarà pronto, il Chianti Classico 2018 di Nardi Viticoltori).
Certo Castellina ha tante vigne nel proprio territorio, secondo soltanto a Greve in termini di superficie vitata a Chianti Classico (1200 ettari circa, contro 1300 circa di Greve)** e tra queste molte si trovano nelle zone più basse ed appartengono ad aziende che fanno dei numeri la propria forza. Credo che tali aziende giochino un campionato a parte e difficilmente avrebbe senso chiedere e guardare a loro per ridefinire lo stile dei vini di Castellina in Chianti. Ma se anche si sale di qualche centinaio di metri lungo quelle strade si trovano aziende di medie dimensioni, nomi importanti e lignaggi più o meno antichi (i cui vini non posso non amare), che invece di collaborare tendono più volentieri – per idiosincrasie delle proprietà – ad ignorarsi, se non a farsi fra loro dispetti (per dirla alla toscana). Se la cosa non ha molto senso in assoluto (se non quello di rispettare lo stereotipo della litigiosità toscana), ancor meno lo ha oggi che altri, collaborando, hanno impresso una nuova marcia alla propria immagine comunale.
Va detto infine che nel comune di Castellina c’è anche una zona un po’ sé stante, che sta “in due valli tra loro quasi parallele: quella che da La Piazza sale verso Casanuova e Nittardi, che ha nel suo lato rivolto a sud il suo lato migliore e più coltivato, e quella di Grignano, che ha nei vigneti di Terrarossa il suo nucleo più importante (in entrambi i casi con terreni mediamente sassosi)”***. Ed anche lì ci sono cose interessanti, anche se forse con un carattere diverso, più concentrato, meno arioso, ma altrettanto degno di nota.

E quindi Castellina dov’è?
Mentre giravo per i banchi ed assaggiavo, scoprendo e riscoprendo tanti vini che trovo non solo eccellenti, ma anche in linea con un’identità incredibilmente moderna di freschezza e “leggerezza”, mi chiedevo e chiedevo dove fosse Castellina, il perché di questa assenza – almeno a parer mio – dalle mappe del nuovo Chianti Classico. Un’assenza ingiustificata e colpevole.
A forza di rompere l’anima ho saputo che la domanda che mi facevo, altri se l’erano posta già prima e che ci sono delle novità che bollono in pentola: dall’ipotesi di ridefinire la manifestazione di presentazione di vini castellinesi, che per tanto tempo è stata la Pentecoste di Castellina (e credo fosse l’ora), ad un lavoro di nuova inquadratura del territorio con la guida di un nome autorevole e giustamente stimato.
Amo il Chianti Classico, amo Castellina in Chianti, amo i suoi abitanti e le persone che ne lavorano le vigne. Devo tanto a chi mi ha permesso di lavorarci e a tutti i colleghi che ho avuto nel tempo. Per questo auguro e spero il meglio per i vini di questo luogo, che credo meriti una nuova considerazione.

Una piccola dedica
Questa, se non si fosse inteso, è una lettera d’amore a Castellina in Chianti e richiede una dedica. A due persone che raccontano il meglio di quella terra e che forse potrebbe capitarvi d’incontrare se ci andrete. Una è Riccardo Stiaccini, artista di macelleria che ha la sua bottega nel bel mezzo del borgo. A differenza di suoi colleghi chiantigiani che fanno, meritoriamente, grandi numeri, la sua attività è rimasta un piccolo gioiello da scoprire e per me è la bottega in cui mi sono sentito uno di famiglia per tanti lunghi inverni e anni trascorsi lì. Se vi capita fermatevi a pranzo nella macelleria di Riccardo, parola d’onore non ne potrete rimanere delusi.
L’altra persona è Riccardo Gori, figlio dell’ultimo mezzadro di uno dei poderi che oggi compongono l’azienda Castellare di Castellina. Credo non ce ne saranno più di persone come lui, capaci di conoscere ogni singolo sasso di ogni vigna che hanno camminato e curato sin da bambini. Le volte che ho parlato con lui di terra e di vino, sono tra le cose più preziose che cerco di conservare e che spero presto di rinnovare.

* I cru di Enogea – Chianti Classico
** ibidem
*** ibidem

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Tommaso Ino Ciuffoletti

Ha fatto la sua prima vendemmia a 8 anni nella vigna di famiglia, ha scritto di mercato agricolo per un quotidiano economico nazionale, fatto l'editorialista per la spalla toscana del Corriere della Sera, curato per anni la comunicazione di un importante gruppo vinicolo, superato il terzo livello del Wset e scritto qualcos'altro qua e là. Oggi è content manager di una società che pianta alberi in giro per il mondo, scrive storie alcoliche per una rivista fiorentina, vende libri, ma soprattutto produce vino clandestinamente per salvare se stesso e un intero paese.

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