Volevo intervistare Sean O’Callaghan detto Sean Il Guercio

Volevo intervistare Sean O’Callaghan detto Sean Il Guercio

di Tommaso Ino Ciuffoletti

Il Chianti Classico è un territorio vasto, ultimamente interessato da un dibattito sulla sua zonazione che ha (ri)preso le mosse dalla battuta che Aldo Fiordelli colse da Piero Antinori – favorevole a tale ipotesi – a margine della presentazione del libro di Bill Nesto e sua moglie Francis di Savino sul Chianti Classico.

Durante la presentazione di quel libro, tuttavia, il tema della zonazione del Chianti Classico arrivava come ultima parte di una riflessione più ampia di Bill Nesto, relativa a come le recenti innovazioni introdotte dal Consorzio del Chianti Classico non abbiano convinto. Chi conosce Bill sa che è persona che non parla molto, ma non ha paura di proporre opinioni scomode, se ben supportate. La sua valutazione della Gran Selezione sta nei numeri che riporta proprio nel libro: “At the Chianti Classico Gran Selezione inaugural event in February 2014 in Florence, of the 33 estates that presented a wine, the following six released in the aggregate 900.000 bottles, or 82% of the category: Ruffino, Brolio, Castello di Ama, Antinori e San Felice”. Punto.
Le considerazioni ulteriori riguardavano i dubbi sull’utilità di introdurre una nuova categoria invece di rilanciare proprio il Chianti Classico come categoria di punta e il sangiovese come vitigno da privilegiare ancor più nettamente (che se proprio un’altra categoria si poteva introdurre, questa avrebbe potuto essere quella di un Chianti Classico 100% sangiovese).

Lasciando da parte le riflessioni di Bill Nesto (che pure meriterebbero di essere riproposte in modo più approfondito), credo si possa dire che il Chianti Classico oggi è una terra che continua ad essere una meravigliosa meta d’attrazione turistica, ma dall’identità vinicola piuttosto confusa. Le ragioni a sostegno di questa opinione sono varie e partono proprio dal fatto che si tratta di un territorio vasto, che dalle porte di Firenze, arriva fino a Siena. Ci sono i tanti e importanti produttori che fanno sia Chianti che Chianti Classico e c’è la vicenda dei Supertuscan che proprio dalla zona del Chianti Classico prese le mosse con Vigorello prima e poi, in modo rivoluzionario, con Tignanello.

C’è la storia di Sergio Manetti e Montevertine e l’eco della sua scelta di uscire dal Consorzio che da qualche tempo torna a farsi sentire ogni anno, quando, in occasione della Chianti Classico Collection, Montevertine (insieme a Monteraponi) organizza a parte la propria degustazione all’hotel Four Season. In ultimo si potrebbe rammentare che c’è anche chi si fa il distretto bio e chi, tutto sommato, sta già pensando al sottodistretto del distretto.

Si potrebbe facilmente sostenere, con citazioni a caso da Dante a Malaparte ed adeguata integrazione di supercazzole, che tutto questo ben rappresenti la toscanità della terra chiantigiana, ma sarebbe più onesto ammettere che oggi è assai difficile cogliere la direzione in cui il Chianti Classico sta andando, se poi una direzione c’è.

Dovesse mai venirne fuori una, mi piacerebbe fosse simile a quella che sta iniziando a tracciare un ex-ragazzo inglese che per anni ha fatto l’enologo e molto altro a Gaiole, nella cantina di Riecine, e oggi ha appena iniziato a fare i vini per un’azienda che non avevo mai sentito nominare prima: Carleone di Castiglioni.

Dal sito aziendale (con una homepage che annuncia in gran caratteri “Benvenuti sulla nostra Home Page”, bene, ma non benissimo) si legge che “la localita di Castiglioni, che ha dato il nome all’azienda, fu citata per la prima volta nella storia in documenti risalenti al 1708, anno in cui essa fu fondata dai monaci di Badia a Coltibuono. Il podere, nel quale la vigna viene coltivata da secoli, è di proprietà della famiglia di industriali austriaci facente capo a Karl Egger. Il terreno possiede una superficie di circa 90 ettari”. Siamo nel comune di Radda, “sulle colline al di sotto del Castello d’Albola”, dice sempre il sito, il che inquadra vagamente una delle zone più cool del Chianti Classico, perché al di là dell’azienda di Zonin, quella è terra dove trovi aziende come Poggerino (garanzia di discrezione, costanza e qualità) e la già citata Montevertine. Non viene specificato quale sia il ramo industriale della famiglia Egger, ma da una rapida ricerca par di capire che si tratti di tubature.
Quel che è certo è che dai documenti catastali del sito del Comune di Radda si legge che dall’anno scorso l’azienda è stata oggetto di una serie di investimenti che ne stanno cambiando il volto. Di 11 ettari di pascolo e prato ne rimarranno 6, mentre gli ettari vitati passeranno da da 2,2 a 5,2 ed anche gli olivi passeranno dal coprire un ettaro e mezzo a 2,7.

Si tratta di un’azienda che non ha i numeri per segnare una rivoluzione in forza di quantità, ma che di sicuro ha deciso d’investire per mettere a disposizione di quell’ex-ragazzo inglese una macchina che con la giusta messa a punto e la guida contromano alla britannica, va tenuta d’occhio fin da ora, perché promette di fare cose sorprendenti.

Il ragazzo inglese si chiama Sean O’Callaghan e nonostante si fosse già fatto un nome come enologo di Riecine, io non avevo idea di chi fosse finché non trovai su Instagram delle sue foto scattate a San Giovanni delle Contee. Il paese in questione è una frazione difficilmente raggiungibile del comune di Sorano, in uno degli angoli più nascosti e meravigliosi di Toscana. Essendo la mia terra d’origine ho una cura particolare nel controllare periodicamente se capita che qualcuno la menzioni in rete e così controllo i tag che fanno riferimento a San Giovanni sui vari social network. Nel 99,9% dei casi trovo sempre qualche foto di qualcuno dei 200 abitanti, tipicamente i più giovani, che postano foto del proprio paese. Questo finché nell’estate 2016 non comparve un trittico di foto postate da un tale “seanintuscany” che ritraevano alcune cantine storiche di San Giovanni delle Contee con i loro relativi proprietari: Vittorio, Albertone e Peppe Nero. Le cantine in questione sono scavate nel tufo nel bel mezzo del paese ed ospitano i vini fatti alla buona, tipicamente col metodo del governo alla toscana, con uve di vitigni plurinnestati provenienti dalle vigne delle terre intorno. Iniziai così a seguire questo seanintuscany e vidi che si trattava di uno appassionato di vino e di vini ricercati. Lì per lì liquidai la cosa immaginandomi che si trattasse di uno dei ricchi inglesi in cerca di pace, bellezza, relax e privacy, che ogni tanto capitano dalle nostre parti, tipicamente in un agriturismo con maneggio che in passato ha avuto come ospiti Camilla Parker Bowles e David Gilmour.

Non fosse stato per un pranzo settembrino (era sempre il 2016) con Paolo Marchionni, amico, intellettuale e splendido produttore di vino a Vigliano, sulle colline intorno a Firenze, avrei forse dimenticato questo seanintuscany. E invece, chiacchierando del più e del meno con Paolo, venne fuori che Sean era l’enologo che se n’era appena andato da Riecine e di cui non si sapeva bene cosa stesse per fare di nuovo. Giravano voci di suoi progetti originali, ma dai contorni poco chiari.

A chiarire in cosa consistessero questi progetti contribuì la Chianti Classico Collection, anteprima dei vini del Consorzio, del 2017. Sean era presente come un semiclandestino armato di una manciata di bottiglie di un vino raccolto in una borgognotta elegantissima e dal collo molto allungato, vestita di un’etichetta minimale, ma altrettanto curata e gommalaccata in bianco.

Ero in giro a bere per la fiera con una variegata compagnia di amici, tra cui i due palati più fenomenali che conosca, Elisa Martelli e Bernardo Conticelli. Il responso unanime fu che tra gli assaggi più sorprendente dell’intera kermesse entrasse di diritto proprio quel vino, dal nome strano: Il Guercio. Io me ne innamorai. Per un’eleganza non da brochure aziendale, ma vera. Un vino fine, delicato, a tratti sospeso tra profumi di una primavera senza fine e con una beva di quella calviniana leggerezza che plana sulle cose dall’alto. Lo confesso: non avevo mai provato una tale gioia nel bere un 100% sangiovese.

Quella prima annata era il 2015 ed era un una tantum. Una barrique da una vigna molto alta (circa 650 m s.l.m) nella zona di Gaiole da cui, dice Sean, “nelle giornate più limpide si vede il mare”. Chi ne ha ancora una bottiglia può dirsi fortunato. Di recente invece, a “Radda nel bicchiere 2018”, manifestazione che ha ribadito ancora una volta come il comune chiantigiano vanti aziende la cui qualità media è di livello notevolissimo, è capitato di assaggiare i vini della nuova casa di Sean e sono tutti molto guerciani. A partire dalle etichette. La vecchia veste dei vini di Carleone (oggettivamente bruttina) è stata infatti cambiata radicalmente e resa assai elegante. I vini tengono fede allo stile dell’etichetta, a partire dal Chianti Classico. Bello, ma meno caratteristico, il DUE, blend di sangiovese e merlot, mentre il Guercio rimane sempre la punta di diamante anche nella versione 2016. Anche se sarò sincero, la 2015 aveva un che di miracoloso.

In tutto questo ho rotto le palle a Sean per avere qualche sua battuta a chiusura di questo pezzo, ma per un inglese adottato da Firenze e dalla Toscana, l’eleganza nell’ignorarti è qualcosa d’innato. Con un ma. Perché ad una domanda mi ha risposto. Mi ha detto cosa ci faceva a San Giovanni delle Contee quando vidi le sue foto su Instagram in quella strana estate.

Ma questo è un segreto che mi tengo per me.

4 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 4 mesi fa - Link

Un bel post scorrevole nella lettura, soprattutto se si conoscono i vari attori citati. Ho però un dubbio: Sean O'Callaghan è inglese? A me sembra totalmente irlandese nel nome, come il suo omonimo più famoso - extra ambiente vinoso -, recentemente defunto. Nel caso, sarebbe opportuno correggere, dare dell'inglese ad un irlandese è un insulto gravissssimo.

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Tommaso Ciuffoletti

circa 4 mesi fa - Link

Grazie! <3 In effetti l'origine irlandese potrebbe starci eccome! Ma da quel che ricordo Sean è nato - di buona nascita - in Sri Lanka, da genitori di inglesi.

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il farmacista goloso

circa 4 mesi fa - Link

Mai come dare del bresciano ad un bergamasco, signora Annuvolata ;) Potrebbe rischiare l'occhio nero, se non la pelle.

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nicola

circa 4 mesi fa - Link

vini veramente godibilissimi, classici ma allo stesso tempo originali. la dimensione dell'azienda permette di lavorare molto bene e questo si percepisce nel prodotto , grande beva. da non sottovalutare il rosato . ciao

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