Tutto un altro Chianti: la Rufina di Paolo Ponticelli

Tutto un altro Chianti: la Rufina di Paolo Ponticelli

di Sabrina Somigli

Si parla troppo poco della Rufina.

Spesso quando se ne parla si sbaglia pure l’accento, confondendo addirittura la parola con Ruffino, azienda che ha sede e ha fatto storia da queste parti. Perciò sillabando Rù-fi-na, parola sdrucciola, e non Ru-fì-na. Altre cose che si dicono sulla Rufina: che è il più alto tra i Chianti e che fondamentalmente del Chianti ha solo il nome. Tutto vero, ne avevo parlato anche qui, ma lo riassumo brevemente.

La Rufina è una delle sottozone chiantigiane, la più piccola e quella più a nord. Il territorio prende il nome dall’omonimo paese affacciato sul fiume Sieve, che si incontra lungo la statale Forlivese, che collega Firenze con Forlì. E infatti di lì a poco, la strada inizia a inerpicarsi sull’appennino Tosco-emiliano per sconfinare in Romagna attraverso il Passo del Muraglione. In questa zona si trovano i vigneti più alti della denominazione, che uniti alla latitudine, fanno della Rufina un territorio decisamente diverso rispetto alle altre sottozone chiantigiane. Territorio boscoso e in certe aree aspro e selvaggio, dà origine a sangiovese più introversi e meno immediati, di grande longevità e dal tannino “rufinese” da domare con l’affinamento.

Per il consumatore medio italiano (figuriamoci per uno straniero!) il Chianti è Chianti, non fa differenza se viene dalle Colline Pisane o da Montespertoli, dai Colli Senesi o da Montalbano. Figuriamoci un Chianti Rufina, prodotto in una zona con poco meno di 1000 ha vitati, suddivisi tra una ventina di aziende, per una produzione annua totale di 3.5 milioni di bottiglie.

Territorio lontano di grandi flussi turistici, cantine a misura e per lo più storiche, spesso integrate nel nucleo abitativo del produttore. Nessuna cantina di design futuristico, per ora, e zero hostess bilingue dedicate alle visite. Ad accogliere sono i vignaioli stessi, con l’inglese un poco toscanizzato, timidi, perfino umili nel racconto dei propri vini.

Durante la mia prima visita all’azienda Il Balzo di Paolo Ponticelli, circa 10 anni fa, mi accolse addirittura la zia di Paolo, in gioventù maestra di inglese, che lo aiutava al bisogno nella traduzione con eventuali turisti stranieri. Mi ricordo l’assaggio nella cucina di Paolo e l’anziana zia al tavolo, scialle di lana sulle spalle che ogni tanto interveniva nella conversazione per lodare le capacità del nipote: un bravo ragazzo e forte, per dirla con le sue parole.

Forte si, basta guardargli le spalle e i bicipiti non palestrati, ma di boscaiolo, prima occupazione di Paolo. Prima boscaiolo, poi vignaiolo. Il legame intimo col legno è una cosa che non appartiene solo al vino in questo caso!

Schivo e rufinese nel carattere, è poco amante degli eventi mondani e perfino delle fiere vinicole, ma se lo andate a trovare vi accoglie come in famiglia, nella sala di degustazione da poco inaugurata. Anche se assaggiare con lui nella cucina di casa non era affatto male.

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Chianti Rufina Il Balzo 2018: annata con produttività ridotta, le piogge primaverili prolungate hanno ritardato e allungato la maturazione delle uve. Il settembre caldo e soleggiato ha permesso una vendemmia ottimale iniziata verso la fine del mese. Annata non male letta all’assaggio successivo, per equilibrio, freschezza di profumi e tannini ben integrati.

Sangiovese 90%, canaiolo, colorino e malvasia nera. Rubino trasparente, naso sottile, ciliegia, iris, alloro, sangue, pepe nero e talco mentolato. In bocca è fresco e setoso, il sorso è quasi impalpabile, molto essenziale, in cui spicca l’acidità piccante. Tannini completamente fusi e finale gradevole di grafite e ritorni di alloro. È a mio avviso il vino tipico della Rufina, interpretato in versione old style, ma proprio per questo intramontabile. Essenziale e riservato. 88

Questo vino fa cemento e inaspettatamente barrique, il che mi suscita la domanda sfrucugliatoria da intervistatrice in cerca di rivelazioni. Barrique perché? “Per mancanza di posto, ne ho alcune di terzo e quarto passaggio che uso perché non ho altro posto”.

Chianti Rufina Riserva Il Balzo 2015: Il Balzo è il nome della tenuta di Paolo, una antica casa-torre in pietra, piuttosto frequente in queste campagne, che si affaccia su un balzo. Siamo a due passi dall’abitato di Rufina, a 400 metri di altezza, lungo il crinale boscoso che sale verso Diacceto e Pelago. La 2015, è risaputo essere stata una gran bella annata con settembre e ottobre caldi senza eccessi che hanno consentito una ottima maturazione delle uve. Rubino scarico, affine al Rufina annata anche al naso, che si arricchisce di piccoli frutti neri, mirtilli, sottobosco e cenni terrosi.

Speziatura molto lieve e tanto balsamico di fiori di rosmarino e perfino duro di menta. Ingresso in bocca gentile, giocato sulle sottigliezze apparenti,  perché poi rivela un tannino importante, in stile Rufina, ma mai ruvido, anzi saporito, che contribuisce al gusto del vino con un piacevole amaricante. Lunga scia discreta di polvere di caffè e di nuovo grafite. Tradizionale e bello, sangiovese in purezza, vinificato in botte grande. 92

Toscana IGT Addiaccio 2017: il caldo infernale e la siccità della 2017 si sono fatte sentire anche quassù, ma nell’Addiaccio calore e maturità risultano in grande armonia per due ragioni: le vigne stanno ai piedi dei boschi di Falgano, sotto Borselli, quindi tradotto, zone fresche e protette dall’insolazione e terreni profondi in cui le viti affondano le radici. Il secondo aspetto è legato alla natura stessa di questo vino nato per scommessa nel 2015 dopo una grandinata catastrofica abbattutasi su questo vigneto, il più isolato della proprietà. Il raspo colpito della gradine si era seccato e i chicchi di uva di conseguenza stavano appassendo. Paolo decise di raccogliere comunque queste uve e vinificarle. In botte come dice lui stesso, avvenne il miracolo. “Ogni volta che facevo un rimontaggio e poi con i travasi, sentivo questi odori incredibili, belli e intatti di frutta, e mi stupivo ogni volta.

Tanto che poi ho deciso di imbottigliarlo”. Nelle annate successive, grazie al cielo esenti da grandine, il vino è ottenuto con leggera sovramaturazione delle uve di questo vigneto, a maggioranza sangiovese con qualche filare di merlot. Si capisce ora come l’Addiaccio abbia risentito positivamente di un’annata torrida come la 2017.  E se la 2015 fu un assaggio incredibile, le annate successive non sono state da meno.

È un vino che si discosta dallo stile dei Chianti Rufina del Balzo, a partire dal colore più ricco e fitto. Il naso è esuberante di macchia mediterranea, ginepro, felce, ciliegia sotto spirito, chiodo di garofano e sempre quel balsamico che qui si esprime con cenni di canfora. La bocca è succosa, densa e grintosa, il tannino in evidenza è a tratti appena polveroso. Ma la freschezza e la grazia che esprime nonostante la sovramaturazione  e l’annata sono da manuale. Di beva schietta e soddisfazione immediata. 93

Toscana IGT Pettinaringhe 2019: vermentino, trebbiano e malvasia. Il vermentino proviene da alcuni vigneti che Paolo ha preso in affitto nella zona di Acone, probabilmente le aree vitate più alte qui nel comprensorio della Rufina. Pettinaringhe invece era il nomignolo del vecchio proprietario del vigneto, che ancora gli anziani del luogo chiamano il campo di Pettinaringhe. Pettinare le aringhe era il gesto che facevano i nostri anziani di strofinare l’aringa su un pezzo di pane per insaporirlo,  e quindi riempirsi lo stomaco senza consumare l’aringa.

Paglierino, naso esuberante con il varietale di malvasia che spicca all’inizio, tra floreale di gelsomino e magnolia. Poi si fanno largo sentori più verdi legati alle erbe aromatiche, la mela e cenni di lime e zenzero candito. Il naso con evidenze “dolci” promette un sorso largo, che invece è contenuto. Iniziale rotondità arginata da una bella spina acida, finale di media lunghezza in cui ritorna lo zenzero piccante. 85

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Sabrina Somigli

Chiantigiana di nascita, microbiologa di formazione, poi sommelier e ristoratrice per vocazione. Raccolgo erbe spontanee e non è colpa della laurea in scienze agrarie; amo il vermouth liscio e il brodo caldo ma non per questo so sferruzzare a maglia. Mi sono appassionata al vino più o meno vent'anni fa, quando lavoravo in Tasmania; ci rido ancora pure io, tranquilli. Credo nel bevi e lascia bere e raccontane se vuoi, ma sii breve.

3 Commenti

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Rogier

circa 4 mesi fa - Link

Wat leuk om te lezen (viva "Google Translate" ;-). Ik heb Paolo 3 jaar geleden ontdekt en fan geworden van zijn wijnen, zo zeer dat ik vorig jaar een pallet heb geïmporteerd naar Nederland en verkocht... vooral zijn "gewone' Rufina is een favoriet, de fruitsmaken zijn zo puur en de zuren combineren heerlijk met antipasti, pizza en pasta met tomaat. Een aanrader en Paolo en zijn familie zijn zeer vriendelijk en gastvrij! TRADUZIONE: Ho scoperto Paolo 3 anni fa e sono diventato un fan dei suoi vini, tanto che l'anno scorso ho importato un pallet in Olanda e l'ho venduto ... soprattutto la sua "normale" Rufina è una delle preferite, i sapori di frutta sono così puri e gli acidi si combinano deliziosi con antipasti, pizza e pasta al pomodoro. Altamente raccomandato e Paolo e la sua famiglia sono molto cordiali e ospitali!

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Nelle Nuvole

circa 4 mesi fa - Link

Sono d'accordo che si parli poco o niente della Rufina, ed è un vero peccato. Forse lo sbaglio fu - ci vuole il passato remoto - di presentarsi come Chianti Rufina e non come semplicemente "Rufina". Allora il nome "Chianti" era universalmente conosciuto e chissenefrega delle conseguenze. Per assurdo la denominazione "Rufina" sarebbe potuta diventare quella che è Bolgheri oggi, con in più una storia centenaria. Una denominazione che pur utilizzando gli stessi vitigni di altre zone blasonate, si distingue al punto da esserne differente. Non è successo, così il Chianti Rufina arriva come piano D o E nella scelta di un vino autenticamente toscano.

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sabrina somigli

circa 4 mesi fa - Link

@nellenuvole eh si hai ragione. Adesso la Rufina è persa nel mare magnum del grande Chianti che abbraccia 6 province toscane

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