Smettetela di sottovalutare il grignolino!

Smettetela di sottovalutare il grignolino!

di Lisa Foletti

La premessa è che non conosco il grignolino, ma chi, fra i non piemontesi, lo conosce veramente?

Ai corsi da sommelier lo senti nominare, certo, ma poi alla lezione sul Piemonte mica ti fanno degustare un grignolino. Nebbiolo, barbera, semmai dolcetto, ma grignolino…

E nelle carte dei ristoranti, intendo fuori dal Piemonte? Personalmente non ho memoria di averlo mai letto, ma se anche lo avessi fatto, con tutta probabilità sarei passata oltre, senza gli opportuni caldeggiamenti del sommelier.

Grignolino. Uva del Monferrato.

È uno di quei vitigni che hanno la sfiga di possedere nomi un po’ ridicoli, diminutivi, vezzeggiativi che portano inevitabilmente a immaginare vinelli da quattro soldi. Come dolcetto, passerina (questa pure con l’aggravante del pruriginoso), nascetta, rondinella, pecorino (di casearia memoria), colorino. Ma anche bellone non scherza.

Pare che il buffo nome derivi da  “grignare”, che in astigiano significa  “ridere”. Oppure dalle “grignole”, i semi dell’acino, di cui quest’uva è ricca. Ma io preferisco immaginare che si tratti di un vino foriero di risate.

Resta il fatto che non ricordo di una volta in cui mi sia capitato di berlo. E questa cosa non va proprio giù al collega intravinico Denis Mazzucato, fieramente monferrino. Anche perché gli ho parlato del mio amore per i rossi scarichi, scorrevoli, freschi, dalla beva corroborante. Dunque è inconcepibile che io possa ignorare il grignolino. La sua missione, da allora, è quella di istruirmi e, perché no, farmi innamorare di questo vino.

Detto ciò, un paio di giorni fa mi sono vista recapitare un pacco proveniente dal Monferrato, con dentro 6 bottiglie. Donna fortunata (e un tantino sotto esame). A dirla tutta, il corriere ha citofonato mentre ero indaffarata, quindi sono scesa per mettere il cartone in cantina senza nemmeno aprirlo. Poi me ne sono dimenticata, ebbene sì. Ma il giorno successivo era in programma un pranzo in compagnia di un amico bevitore, e una bottiglia sconosciuta cascava proprio a fagiolo. Quindi non ho esitato a chiedere al mio pusher monferrino quale fosse la sua bottiglia preferita, tra quelle inviate. E la risposta non ha tardato ad arrivare, senza incertezze: San Bastiano Terre Bianche 2012, Castello di Uviglie. Caspita, iniziare l’avvicinamento con un 2012 non è usuale, forse nemmeno ortodosso, ma poco importa. Mi fido e mi affido.

Bottiglia aperta un paio d’ore prima, come suggeritomi. Nel frattempo s’è bevuto Champagne, ché quello ci sta (quasi) sempre bene, come la musica di Mozart.

Il colore è poco concentrato e vira nettamente al granato, piuttosto vivido. Sembra quasi di avere nel bicchiere un nebbiolo diluito con l’acqua. Stavolta non mi faccio prendere dalla fretta, credo di aver imparato (forse). Mangio un grissino e, mentre fluisce la chiacchiera, affondo finalmente il naso nel calice. La prima parola che mi viene in mente è “austerità”: mi arrivano effluvi di pot-pourri e un’arancia essiccata molto evidente, poi un lieve accenno di pesca sciroppata, corteccia e spezie dolci.

Mi decido a dare una sorsata, e vengo sorpresa da una bella tensione acida, da un tannino in bassorilievo e da una sensazione di verticalità che porta il sorso ad allungarsi, dritto in fondo al palato, con piacevolissimi ritorni di scorza d’arancia e foglie di the.

Faccio una pausa, mangio un altro grissino, e torno sul vino. Continua ad avere quell’allure rigorosa, e mi pare di scorgervi anche una nota mentolata. La beva è agile, e sorso dopo sorso, la bottiglia finisce senza alcuna fatica. Persino troppo rapidamente.

C’è chi paragona il grignolino a qualche piccolo Barolo, o a un pinot nero. Ma del Barolo non ha la struttura, né la geometria, né l’ampiezza. E del pinot nero non ha la setosità, e neppure quell’incedere ostinatamente elegante a me tanto caro. Ma preferisco concentrarmi su ciò che il grignolino ha, e che mi pare di grande piacevolezza.

Attendo di provare una bottiglia più giovane, magari senza affinamento in legno: se ho capito dove può arrivare questo grignolino, ora voglio capire da dove può partire, esplorandone le potenzialità.

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Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

28 Commenti

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Alberto Niceti

circa 7 mesi fa - Link

Se posso consigliarti altri nomi ti direi senza dubbio Cascina Gasparda e Cantine Valpane. Solo acciaio, escono dopo circa due anni dalla vendemmia. Un potenziale enorme. Anche il Grignolino di Oreste Buzio é molto valido. Se invece si vuole sapere fin dove può arrivare con l'affinamento in legno (esausto) si deve provare l'Istinto di ASOTOM (Tommaso Gallina). Lascerei perdere il consorzio Monferace che nasce più per moda che per reale voglia di valorizzare questo vitigno (un po' come avviene con la docg Nizza, i vini sono spesso sbilanciati sul legno e difficili da bere).

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Denis Mazzucato

circa 7 mesi fa - Link

Sui singoli nomi non esprimo commenti, e nemmeno sulla diatriba se sia meglio l'acciaio o il lungo affinamento. Riassumo con un "è meglio che sia buono". Un appunto però: il grignolino oggetto di questo post è di fatto un Monferace. Non lo riporta in etichetta semplicemente perché all'epoca non esisteva ancora. Ed è tutt'altro che sbilanciato sul legno o difficile da bere, basta leggere quel che scrive Lisa. Se devo essere sincero, di Monferace sbilanciati sul legno e difficili da bere non ne ricordo nemmeno uno.

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Alberto Niceti

circa 7 mesi fa - Link

Infatti non ho espresso giudizi sul vino bevuto nell'articolo e tantomeno espresso preferenze su acciaio e legno. Mi sono solo limitato ad esprimere un personale parere e consigliare bevute che ritengo molto valide, visto che Lisa è una novizia del Grignolino. Sono ben conscio che il Terre Bianche sia stato il loro precursore del Monferace. L'ho bevuto e ho presente come sia il vino. Rimango dell'idea che molti Monferace siano fatti per essere troppo carichi e che ciò renda difficile la bevuta. Non ricordo la cantina ma ho provato un Monferace che usa tonneu e appunto ho trovato marcato il sentore dato dalla botte. Sempre pareri personali senza nessuna malizia.

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Eremo Guidi

circa 7 mesi fa - Link

Pinot nero italiano, varietà sottovalutata ,grande potenziale ma si trova all'angolo picchiato sodo dal nebbiolo e co

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Stefano

circa 7 mesi fa - Link

Trovo che anche il Bricco Mondalino di Gaudio sia un ottimo Grignolino, solo acciaio, nella mia modestissima cantina non manca mai.

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Sancho P

circa 7 mesi fa - Link

Buono e costa un pugno di euro

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Ettore

circa 7 mesi fa - Link

“...vengo sorpresa da una bella tensione acida, da un tannino in bassorilievo e da una sensazione di verticalità che porta il sorso ad allungarsi, dritto in fondo al palato, con piacevolissimi ritorni di scorza d’arancia e foglie di the...Faccio una pausa...Continua ad avere quell’allure rigorosa, e mi pare di scorgervi anche una nota mentolata”. Continuate a scrivere di vino così...come in una sorta di seduta spiritica...

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Lisa Foletti

circa 7 mesi fa - Link

Sarei ben lieta di imparare da lei come si scrive di vino, se volesse darcene prova 🙂

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Stefano.cap.1

circa 7 mesi fa - Link

Credo molto in questo modo di comunicare il vino. Il racconto delle sensazioni, di quello che avete sentito nel vino, specialmente nel trascorrere del tempo. La solita scheda ingessata nei descrittori e nei punteggi ci ha pure rotto i cosiddetti. Il racconto del vino deve cambiare perchè credo che i vini siano cambiati, ma questo è tema da esperti, non per me...I nuovi approcci delle neuroscienze certificano sempre più la enorme soggettività, a sua volta condizionata da tutti i fattori a contorno del calice, che caratterizza la degustazione/descrizione del vino, per cui le classiche descrizioni sono dei soliloqui da poter condividere con pochi. Noi che vogliamo godere del vino abbiamo bisogno di conoscere proprio le vostre sensazioni profonde, le vostre esperienze "spiritiche" , per far nascere in noi l'interesse al vino oggetto della descrizione. Ah.... dimenticavo....possibilmente senza troppo ricorrere ai temi della geologia, delle fermentazioni, etc etc.., che è terreno scivoloso per chi queste materie non le pratica. Insomma la tua descrizione mi è piaciuta.

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Ettore

circa 7 mesi fa - Link

Non scherziamo, quando leggo “sensazione di verticalità” che diavolo vuole dire? Dai per favore gli anni 80 sono finiti, si torni ad un linguaggio coerente con la realtà.

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Ettore

circa 7 mesi fa - Link

Io non devo insegnare, faccio altro nella vita. Mi limito a dire che questo modo di scrivere di vino (involuto, desueto e incomprensibile) serve solo a voi stessi. Lo stesso vale per un certo modo di raccontare il cibo. Tornate con i piedi per terra.

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Lisa Foletti

circa 7 mesi fa - Link

Caro Ettore, i piedi sono ben piantati a terra, glielo assicuro. Ma il racconto del vino non si ferma ai piedi. Fermo restando che di cantastorie ce ne sono tanti, basta scegliere quelli che ci piacciono di più.

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hakluyt

circa 7 mesi fa - Link

"Cantastorie" mi piace. Raccontavano cose inesistenti, solo per compiacere chi li stava ad ascoltare...

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Stefano.cap.1

circa 7 mesi fa - Link

Punti di vista.... certo negli anni 80 non so se ci fossero molti vini verticali!... comunque e giustamente ognuno sceglie i propri riferimenti.... certo é che inquadrare questa descrizione come desueta mi lascia molto perplesso. Ma ripeto sono solo punti di vista

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hakluyt

circa 7 mesi fa - Link

Effettivamente non è "desueta", anzi è molto comune ai giorni nostri e non solo qui. Il problema è quale sensazione passa a me quando una degustatrice mi parla di "tannino in bassorilievo"...

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marcow

circa 7 mesi fa - Link

Io, invece, non vedo contrapposizione tra racconto esperienzale, emozionale ecc... e scheda sintetica di degustazione con punteggio. Sono due cose diverse. Che si integrano. ______ Sono invece d'accordo su questo passaggio del commento di Stefano. cap.1: "...i nuovi approcci delle neuroscienze certificano sempre più la enorme soggettività, a sua volta condizionata da tutti i fattori a contorno del calice, che caratterizza la degustazione/descrizione del vino" (Stefano.cap.1) Sulla SOGGETTIVITÀ e sul ruolo del proprio GUSTO PERSONALE mi sono soffermato più volte nei dibattiti di questo magnifico blog. Gusto Personale che è presente anche nei cd. ESPERTI. È ingenuo credere a una OBIETTIVITÀ ASSOLUTA nelle degustazioni degli esperti. _______ In attesa che L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE dia il suo contributo al mondo del vino e, in particolare, a quello della DEGUSTAZIONE SENSORIALE...vorrei che fosse colmato un vuoto: quella della CRITICA ENO-GASTRONOMICA ITALIANA. E, cioè, che accanto ai COMUNICATORI ci fossero più CRITICI. ______ Concludo, dicendo che l'Intelligenza Artificiale è probabile che metta in crisi il sistema attuale di valutazione sensoriale nel senso che potrebbe fare meglio degli attuali ESPERTI DEGUSTATORI. Ma, secondo me, non potrà MAI sostituire il racconto EMOZIONALE, ESPERIENZALE.... di un ESSERE UMANO.

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Roberto Zaino

circa 7 mesi fa - Link

Però adesso rimango curioso di sapere quali siano le rimanenti 5 bottiglie di Grignolino! :-)

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josè pellegrini

circa 7 mesi fa - Link

E' stato il vino ella festa , quando alla domenica , sostituiva la barbera per dare alla tavola un che di nobile e diverso. Difficile da capire per chi non ha questa memoria. Poi divenne stranamente di massa grazie forse all'aggettivo "anarchico" attribuitogli da Veronelli e precipitò nell'oblio perché si bevve di tutto, meno che vero Grignolino. Oggi il Monferrato rivendica questa sua originalità per distinguersi e trovare un'identità. Monferace non è una moda : è un esempio di colleganza fra produttori, scusate se è poco in un mondo individualista come quello del vino .Quanto al bel racconto di Lisa continuo a pensare che dia fastidio l'arrivo della comunicazione al femminile in un mondo maschile. A proposito non vi tragga in inganno il mio nome . E non è un diminutivo. sono proprio stata battezzata così.Prosit!

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hakluyt

circa 7 mesi fa - Link

Certe volte siete proprio ossessive con questa pretesa di vedere negli uomini fastidio per la "comunicazione al femminile" (che poi dovrebbe spiegarmi cosa significa). Il fastidio nasce da frasi come "tannino in bassorilievo", "sensazione di verticalità", "sorso teso", ecc... ecc.. che non sono prerogative di voi donne ma anche ad esempio del vostro buon Gori. Per non parlare di Giannone...

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Maurizio

circa 7 mesi fa - Link

Come successo in altri contesti ogni occasione è buona per trincerarsi dietro al nulla e quindi il razzismo o il sessismo, che sono cose serie e gravi, diventano il festival del pressapochismo e della sguaiatezza e vengono tirati in ballo costantemente come scudo per difendersi da parte di chi ha la pochezza di non sapere ribattere nel merito. Come ha già detto hakluyt, che cavolo c'entra il sesso di chi scrive???? Di sto passo potranno essere mosse critiche solo a uomini bianchi, adulti, eterosessuali, magri, alti, belli e di estreme destra, oppure ogni argomentazione verrà presa come un attacco a qualche forma perversa di sensibilità.

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marcow

circa 7 mesi fa - Link

Josè Pellegrini, la seguo sempre con interesse e spesso ho condiviso le sue opinioni. Su Lisa Foletti e Altre Redattrici di Intravino ci sono molti miei commenti di elogio in vari dibattiti. Ma, secondo me, le donne che scrivono di vino(e sono tante, non sono una minoranza in tutti i media) non sono una categoria con precise caratteristiche che le distinguono dagli uomini che scrivono di vino e che, in qualche modo, le posizionano su un gradino più alto dei colleghi. Per me è importante quello che una persona, un individuo, donna o uomo non è rilevante, dice, esprime, scrive. La saluto cordialmente.

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josè pellegrini

circa 7 mesi fa - Link

Come siete suscettibili. Chi mi conosce sa che sono la prima a prendersi in giro. C'e sempre dell'ironia quando parlo di comunicazione al femminile. Posso permettermi di dirlo per aver accompagnato l'evoluzione della comunicazione vinosa da tempo data la mia non più verde età. Una differenza c'è: E' più facile per noi dare spazio al sentimento, e menomale che siamo diversi.Non si tratta di sessismo, femminismo, tutti ismi che non sopporto, ma di storia , di evoluzione , di cambiamenti.Non sono un tecnico. Nel vino mi piace scoprire le storie di uomini, donne , famiglie che se ne occupano.Ho persino pensato di essere stata io a inventare lo storytelling.Ridete , ridete ...Grazie, Marcow e Gori non è mio...

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hakluyt

circa 7 mesi fa - Link

Qui non si tratta di "storytelling" (che già di per sè odio come vocabolo), qui si tratta di "tannini in bassorilievo" (scusate se mi ripeto ma la cosa mi ha veramente colpito). Me lo spiega lei, esperta di "comunicazione vinosa", che "story" voleva "tellare" la signora Foletti con quella frase ???

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josè pellegrini

circa 7 mesi fa - Link

non sono un'esperta di comunicazione vinosa , sono una cronista.Ognuno ha il suo vino il suo tannino, i suoi aggettivi, troppi, pochi, chi lo sa. Sorridiamo, ragazzi, che sono tempi duri.Meglio un tannino in bassorilievo che il lockdown, quello sì che è un brutto story telling. Mi avete fato parlare troppo.Mi scuso e ciao!

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hakluyt

circa 7 mesi fa - Link

"Ognuno ha il suo tannino". Sono d'accordo, solo mi piacerebbe che la signora Foletti mi spiegasse il suo invece di far finta di niente...

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Luke

circa 7 mesi fa - Link

Il significato della frase da lei citata non ha alcuna importanza in se. L'autrice del pezzo credo che volesse imprimere un'impronta autoreferenziale (non è la prima volta) e più che dare un significato alla frase, divertire e farsi apprezzare dai lettori. Nulla di strano o di cui stupirsi. Fa parte del gioco.

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marcow

circa 7 mesi fa - Link

josè pellegrini 7 marzo 2021 "non sono un’esperta di comunicazione vinosa , sono una cronista". __ Trovo molto interessante questo passaggio di Josè Pellegrini. Perché inserisce nel dibattito sulla cd. COMUNICAZIONE del vino(ma vale anche in altri contesti) un concetto nuovo. Quello di CRONISTA e lo distingue dal concetto più generale di comunicazione. __ Insomma, ci sono diverse figure professionali nella grande categoria della COMUNICAZIONE. Che possono accavallarsi e avere dei tratti in comune... ma---secondo me---non sono la stessa cosa. __ Ebbene, per me, dovrebbero aumentare i cronisti/e. E, come vado dicendo da tempo, dovrebbero aumentare... i CRITICI eno-gastronomici. (Attenzione, da non confondere con i comunicatori e i cronisti). __ Sullo STILE ESPRESSIVO, su cui alcuni commentatori sono intervenuiti, è difficile stabilire delle "REGOLE"... che vadano bene a TUTTI. Lo vediamo anche in questo dibattito(ma anche in altri): si passa da forti apprezzamenti a stroncature. Anche in questo caso c'entra... il proprio GUSTO PERSONALE... come per la degustazione sensoriale. Il linguaggio OSCURO (o non molto chiaro) ha sempre avuto un suo fascino particolare. Il massimo grado di espressività ---per me--- è la chiarezza che non sacrifichi la capacità di emozionare, di coinvolgere il lettore. È inutile dire che il CONTENUTO è importantissimo: per me viene prima della FORMA.

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Daniel PC

circa 6 mesi fa - Link

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