Il Milano Whisky Festival 2015 controvoglia (a me piace il cognac)

Il Milano Whisky Festival 2015 controvoglia (a me piace il cognac)

di Thomas Pennazzi

Si è da poco conclusa la settimana milanese più alcolica dell’anno, tra Rum Day e Milano Whisky Festival. Quest’ultimo è giunto alla sua decima edizione: un compleanno prestigioso, festeggiato offrendo l’ingresso gratuito ai frequentatori delle sale dell’hotel Marriott, sede dell’evento. Il weekend scozzese è stato come sempre assiduamente visitato, e ha messo a dura prova i palati degli ospiti con una nutrita schiera di espositori, il cui livello era alquanto elevato. Presenti le migliori espressioni del whisky, grazie agli importatori delle marche più rinomate ed a prestigiosi imbottigliatori indipendenti; tra le curiosità, l’assalto al banco dei distillati giapponesi, di questi tempi in gran voga.

Il whisky gode in Italia della più ampia platea di appassionati di spiriti, grazie al lavoro di alcuni pionieri nostrani che hanno seminato bene: se oggi esiste una vasta cerchia di bevitori competenti, informati e disposti a fare follie per una bottiglia, lo dobbiamo al lavoro pluridecennale di questi esperti, che hanno posto le basi della conoscenza per le nuove generazioni. Forse è un caso unico tra i distillati, forse sarà anche la moda, ma tanti under 35 sanno destreggiarsi assai bene nel proteiforme e complicatissimo mondo dell’acquavite (non solo) scozzese: lo si è visto nel pubblico delle due giornate, quasi sempre preparato, e con una non trascurabile presenza del genere femminile, di solito rarefatto a queste manifestazioni. L’acquisto e lo scambio di campioni prima ancora che di bottiglie, molto diffuso, facilita la conoscenza del whisky tra i suoi entusiasti.

Il merito è anche delle associazioni, tra cui spicca il Whisky Club Italia, con diverse migliaia di iscritti, che fanno cultura e formazione sullo spirito scozzese, fino ad organizzare veri viaggi di istruzione nei luoghi di produzione. Per il decennale del Milano Whisky Festival questo club ha perfino curato la traduzione di un recente libro di Lew Bryson, che restituisce una genuina immagine del whisky senza condizionamenti di marketing e miti fasulli stratificati negli anni. Non è poco, per il triste mondo culturale dell’alcool italiano.

Ma torniamo alla manifestazione: l’ampia sala ha accolto il pubblico festoso e vociante, lasciando respiro a tutti e modo di curiosare tra gli stand, in un clima di cameratismo e grande partecipazione. Nell’italico mondo degli alcolici queste giornate segnano sicuramente un punto fermo nell’anno, assieme all’evento gemello Spirit of Scotland che si tiene a fine inverno a Roma.

Per chi come me fa professione di ignoranza del focoso spirito figlio del malto, per navigare nel mare di bottiglie esposte era necessario rifugiarsi sotto l’ala protettrice di un mentore: non potevo averne uno migliore di Claudio Riva, uno dei personaggi che fanno grande il whisky in casa nostra. Nel giro di un’ora mi ha fatto conoscere il Gotha italiano dello scotch, principe, re ed imperatore: scegliete voi a chi attribuire i rispettivi titoli. Lo confesso, l’emozione mi ha colto nello stringere la mano a Silvano Samaroli, un’autorità indiscussa tra i selezionatori di spiriti eletti: i suoi raffinati imbottigliamenti sono ricercatissimi tra gli appassionati di distillati ed il suo discorrere è altrettanto ricco di fascino. Dopodiché sono stato trascinato ad un banco, e presentato a Nadi Fiori, un baffuto e sorridente gentleman, col quale ho avuto una lunga e assai piacevole conversazione su whisky e cognac, oltre a ricevere molte pillole di cultura alcolica scozzese. Ho concluso gli incontri con il nume tutelare del whisky milanese, Giorgio d’Ambrosio, un altro pozzo di sapienza in campo di malti e dintorni, che avevo già incontrato casualmente tempo addietro nel suo bar mentre ero alla ricerca di qualche bottiglia del miei amati brandy: questo signore è uno dei massimi collezionisti mondiali dell’acquavite nordica, prima ancora che un commerciante, e conosce ogni anfratto di Scozia. Davanti a questi mostri sacri, credetemi sulla parola, ci si sente piccoli piccoli, sapendo di non sapere nulla.

Mi ero prefissato di non bere l’odiata uisge gaelica, ma non ho mantenuto fede all’impegno: troppe le pressioni cordiali ma ferme dei miei ospiti; qualcosa ho dovuto assaggiare qua e là tra i banchi e, a naso, non della peggiore qualità. Però potevo farmi forte di un vantaggio rispetto al grosso dei presenti: la mia verginità verso il whisky mi ha permesso di comprenderlo spassionatamente, senza essere condizionato dalla rinomanza dei produttori o della bottiglia; non sapendo quel che bevevo, degustavo veramente alla cieca, pur avendo visto cosa mi stavano versando nel calice. Potevo solo fidarmi della mia esperienza e della mia sensibilità.

La conclusione a cui sono arrivato, pur nella scarsità dei miei assaggi, è di averne forse intuito la chiave del successo tra gli appassionati. Passatemi l’immagine abusata, alla Scanzi, ma che rende bene l’idea: un whisky, anche grande, è diretto, rock, ti si rivela nello spazio di una ballata di Sinéad O’Connor, e ti racconta tutto, ma finendo di solito corto; lo inghiotti e un istante dopo, all’improvviso, cala il sipario. Un buon cognac, al contrario, richiede tanta pazienza prima di aprirsi: è un Trio di Haydn, gioca a lungo col tuo naso, per concedersi voluttuosamente solo nell’allegro finale quasi facesse un giro di danza in bocca; ma ti resterà presente ancora ed ancora in gola, per incidersi infine nella memoria. Il prezzo è la pazienza che gli vorrai concedere: con la fretta, l’incomprensione è assicurata. Il poco favore del pubblico è diretta conseguenza del suo essere slow. Che ci volete fare? Whisky e brandy sono due polarità ‘spiritiche’ opposte.

Gli assaggi più significativi: a parte un’incursione nella sala attigua dedicata ai ‘Fine Rum’, che non offrivano invero grandi emozioni, e un bicchierino di un Kentucky Bourbon Michter’s stravecchio (8 anni), i whisky degustati erano fini, ampi, di bella espressività al naso, e dal gusto tutt’altro che banale. I prudenti amici mi hanno gentilmente evitato la croce dei puzzolenti peated, decisamente lontani dal mio modo di pensare un distillato. Punctum dolens comune a tutto il mondo del whisky, pare, i prezzi a livelli ormai poco avvicinabili dal bevitore compulsivo od anche solo dal neofita. Per bere bene dagli scozzesi ci vogliono quattrini assai.

Glendronach 12yo ex-sherry Oloroso e PX: dai toni fulvi, vinoso, ampio, si manifesta rotondo e non aggressivo al naso; la botte fa sentire forte la sua influenza. Anche in bocca caldo e altrettanto vinoso, uva passa, una pennellata di malto, termina però corto. Bicchiere simpatico! [distribuzione Beija-Flor];

Ben Nevis 18yo: colore appena paglierino, il naso inizia su aromi verdi, un fruttato in continua evoluzione, per terminare su intense note di cuoio. Apparentemente giovane, ma in bocca è caldo, speziato, torna il cuoio, con minima dolcezza maltata. Finale medio. Dram molto più che dignitoso. [selezione Whisky Club Italia];

Macallan 21yo: chiaro quanto un vinello bianco, si distingue per un naso elegante, dall’ampio fruttato, diresti una pera mielosa ed un po’ speziata; resta in alto nel palato, finendo largo, con un battagliero gusto di pepe, però mai gridato. Spirito assai nobile. [selezione High Spirits di Nadi Fiori].

Sláinte! 

 

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

9 Commenti

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Morrisoff

circa 4 anni fa - Link

cit: un whisky, anche grande, è diretto, rock, ti si rivela nello spazio di una ballata di Sinéad O’Connor, e ti racconta tutto, ma finendo di solito corto; lo inghiotti e un istante dopo, all’improvviso, cala il sipario. Un buon cognac, al contrario, richiede tanta pazienza prima di aprirsi. Non sono daccordo e tu non sai nulla mi spiace fatti una vecchia romagna che per te dovrebbe andare bene ;-)

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Thomas Pennazzi

circa 4 anni fa - Link

Libero di pensarla diversamente ! Potrò non saperne nulla, e nemmeno i miei maestri (di whisky), ma il "te" e la Vecchia Romagna può tenerseli tranquillamente per sé, :)

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Leonardo Finch

circa 4 anni fa - Link

Maleducazioni a parte, caro Thomas, converrà che affidare ad una persona che non ama il whisky il report su una delle più importanti manifestazioni italiane con protagonista questo distillato è abbastanza singolare. Io ho riletto l'articolo e più o meno metà è dedicato a spiegarci quanto il whisky non le piaccia e quanto sia meglio il cognac. Il resto dell'altra metà è suddiviso fra affermazioni tranchant e imprecise (il whisky è bevanda corta e i torbati sono puzzolenti) e tre schede degustazione tre. Mi sento comunque di condividere l'osservazione sul prezzo. Il whisky è sempre stato bevanda popolare, anche nei prezzi. Purtroppo negli ultimi anni ciò non è più vero.

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Thomas Pennazzi

circa 4 anni fa - Link

Mi perdoni, caro Finch, ma è solo il punto di vista di un osservatore dichiaratamente di parte... del resto il titolo ne fa un caveat sufficientemente esplicito. ;) La veste in cui sono andato alla manifestazione per Intravino non è quella di intenditore, me ne guardi Iddio di intendermi di qualcosa di cui so poco o nulla. La prenda come una cronaca di una giornata trascorsa tra i bicchieri, raccontata a chi non c'era, dal punto di vista di una mosca bianca tra i whisky lovers. Bisogna per forza essere esperti, per parteciparvi e scriverne? Non credo. Non faccio mistero del mio disamore verso questi spiriti, ancora meno riguardo ai torbati, 'lontani dal mio modo di pensare un distillato', scrivevo: mio, soltanto mio; ma nemmeno ne nego il valore: se rilegge le tre povere note di degustazione, converrà con me che non c'è acrimonia negli assaggi. Il corto è in rapporto ai distillati di vino, e con me lo affermano alcuni tra i massimi esperti dello spirito scozzese, interrogati al proposito; credo che chiunque ne possa fare confronto senza difficoltà, e troverà che ciò corrisponde a verità. Del resto è banale: una materia prima più ricca in origine quale è il vino, anche distillata, sarà più ricca del cereale anche nel retrogusto; badi bene, non ho detto più buona. Spero che ora le siano chiari i miei limiti.

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Leonardo Finch

circa 4 anni fa - Link

Non era, e non è, mia intenzione entrare in una tenzone fra distillati. Il suo amore per altri spiriti traspare sia da questo articolo che dai precedenti (che ho letto con piacere ed attenzione). E sia chiaro non voglio nemmeno affermare che si debba essere esperti per partecipare o raccontare qualcosa, anzi spesso il punto di vista di un esterno è decisamente illuminante. Ho fatto infatti riferimento al suo (dis)amore per la bevanda e non alla sua competenza. Lo stesso vale per le degustazioni che non ho criticato per il contenuto ma per il numero esiguo. Detto questo, pur non ritenendomi un'autorità in questo campo, continuo a trovarmi abbastanza in disaccordo sull'affermazione che il retrogusto di un whisky sia meno ricco o complesso di quello di un cognac o di un armagnac. Questa credo sia la linea che ci divide abbastanza nettamente e temo che disquisire su ciò ci porterebbe a divagazioni più filosofiche che altro. Infine, i limiti, nel vero senso della parola, ci "definiscono" e per ciò non sono (quasi) mai cosa cattiva. Spero non si trasparita acrimonia dal mio post perchè non era assolutamente voluta.

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Thomas Pennazzi

circa 4 anni fa - Link

Sarei felice di lasciar parlare i calici invece di fare vuota ;)filosofia, potremmo cambiare idea entrambi (forse). Le poche degustazioni erano conseguenza di quanto detto sopra, me ne scuso.

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Morrisoff

circa 4 anni fa - Link

Bisogna per forza essere esperti, per parteciparvi e scriverne? Si Per scriverne bisogna essere esperti si si si si! Bisogna conoscere gli argomenti, bisogna studiare è chiaro! Altrimenti ne parli al bar con gli amici, come fanno gli altri. Basta fuffa!

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Thomas Pennazzi

circa 4 anni fa - Link

Esatto, al bar a far fuffa con Silvano Samaroli. Claudio Riva, Nadi Fiori, Giorgio D'Ambrosio, per tacere degli altri... credo che ci sarebbe stato volentieri anche lei a quel tavolino, Morrisoff ! ;)

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morrisoff

circa 4 anni fa - Link

c'ero.

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