Rum Day 2016. Pochi assaggi molto significativi e altre storie

Rum Day 2016. Pochi assaggi molto significativi e altre storie

di Thomas Pennazzi

La due giorni del Rum Day ha concluso con lunedì 14 la settimana più alcolica della Milano da bere, iniziata il 5 novembre col Milano Whisky Festival. Le due rassegne, di primaria importanza nel mondo dell’alcool italiano, sono curiosamente in competizione tra loro. La prima si focalizza sul rum, e l’altra sul whisky, ma entrambe ospitano un’esposizione in tono minore dello spirito avversario. Si direbbe spirito di concorrenza, tipicamente milanese.

Stavolta la sagra caraibica si è spostata dall’insufficiente sala di Brera alla periferia post-industriale della Barona. Il folto pubblico è stato ospitato negli ampi volumi di un capannone di 4000 metri quadrati in via Watt, reliquia di quella che era la Milano operaia. Tutta la via, più o meno come è successo all’ormai trendy via Tortona, poco lontano da qui, sta subendo la riconversione dagli spazi industriali a luoghi di terziarizzazione avanzata, ideali per gli eventi legati a ciò che Milano è oggi: moda, pubblicità, spettacolo, televisione, convegni, grazie a loft arredati secondo i canoni del design contemporaneo, studi di posa, sale da ballo e scuole di musica e canto per aspiranti al successo sul piccolo schermo, ed infine strutture attrezzabili per eventi come il nostro.

Cosa resta della due giorni? L’impressione generale è che oggi rum fa rima con mix. Trovare un sipping rum degno di questo nome è diventato difficile in mezzo ad una foresta di bottiglie pensate per finire nei cocktail. Ormai blanco, dorado e anejo, dovunque provengano, sono la base di lavoro dei bartender. Quando si sale di invecchiamento, o semplicemente nella gamma, il rum diventa spesso qualcosa di costruito a tavolino per piacere alla figlia della casalinga di Voghera di arbasiniana memoria, ché la mamma non andava al bar, ma lei sì, a bere col moroso: dev’essere quindi morbido, rotondo, carezzevole, un poco alcolico ma giusto un poco.

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Il rum verace è però qualcos’altro: deve darti (e farti) il punch, la sensazione dell’alcool, ma soprattutto svelarti gli aromi della canna, che sono sì floreali però mai stucchevoli o dolciastri. L’impressione del corposo, semmai un rum dovesse averne, ce la restituisce l’invecchiamento tropicale, ben più energico di quello in climi temperati, e non i magheggi dei rum 2.0 industriali.

Tra i miei assaggi sparsi, ho volutamente disdegnato i ron di stile spagnolo, ormai votati salvo eccezioni alla mixology ed al grande pubblico, interessandomi a cercare qualcosa di meglio, dopo aver esplorato l’anno scorso quelli di stile francese. Non potevo non imbattermi nei Demerara, i rum dell’ex colonia inglese, per secoli finiti nel tot servito ai marinai della Royal Navy.

El Dorado | Demerara Distillers – Guyana
L’unica distilleria ancora operante, fusione di più antiche aziende. Possiede alcuni vecchi alambicchi in legno, di cui si dice producano rum particolarmente aromatici.
– 3 yo: rum bianco invecchiato (decolorato), fruttato e gradevole, può funzionare a meraviglia nei cocktail;
– 15 yo: rum alquanto fruttato e di facile beva, seducente al primo sorso, ma un po’ dolce per piacere al bevitore smaliziato.

Mount Gay | Barbados
Il più antico marchio conosciuto del rum, dall’isola più occidentale delle Antille. Oggi è di proprietà di Rémy-Cointreau.
Simpatico il bianco, ben fatto ma non entusiasmante il 1703; l’assaggio più convincente è stato il loro XO, uno spirito ben bilanciato e gustoso.

Doorly’s | Foursquare Distillery – Barbados
Da una moderna distilleria che usa alambicchi sottovuoto e pot still, e dalla mano di uno dei più bravi ed appassionati distillatori delle Antille, Richard Seale.
– Doorly’s XO: profumi, corpo, finezza, carattere. Tutto quello che potresti chiedere ad un rum, lo trovi in questa bottiglia con finishing in botti di sherry Oloroso. 6 anni. Rum “al naturale”.
– Doorly’s 12yo: bel bere, dove alla complessità della vaniglia e della speziatura si aggiunge il finishing in botti di Madeira. Ma gli ho preferito il fratello più giovane, immediato negli aromi di canna.

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Rhum Rhum | Marie Galante (Guadalupa)
Da un’idea di Luca Gargano, unita alla maestria di Capovilla, ed alla logistica della distilleria Bielle, nasce questo progetto a conduzione italiana, volto a produrre rum di qualità superiore.
– Liberation 2012: rum agricolo chiaro a pieno grado, invecchiato in botti di vino Borgogna; naso eccezionalmente fruttato, appena velato dall’alcool, palato di elegantissima finezza, che nasconde tutta la sua forza. Bravo, Maestro!
– Liberation 2015: appena più scuro del precedente, a pieno grado, un rum agricolo fiero e dal buon frutto, che soffre però del tannino dato dall’invecchiamento in fusti di Bordeaux, e dell’alcool alquanto vivace. Forse avrebbe bisogno di qualche anno in più e qualche grado in meno per esprimersi al meglio, chissà.

Infine non poteva mancare qualche assaggio dal banco di Francesco Mattonetti, grande collezionista ed esperto di rum e whisky con enoteca ad Arezzo, città di antiquari non solo di mobili. Sue le molte rarità offerte in degustazione ai palati di pretesa.

Diamond 1999 15yo 53° | Demerara
– Al naso ricorda un vieux armagnac, con note ossidate ed un poco di alcool. In bocca è focoso, tanninico, e di non grande volume.

Dillon 1975 | Martinica
– Colore chiaro, naso mielato un poco maderizzato, in bocca un leggero frutto di fine dolcezza. Un francese di molto garbo.

Fine Old Jamaica | Bristol Classic Rum
– Distillato nel 1975 ed imbottigliato nel 2007 (invecchiamento a Bristol), un naso pieno e maderizzato come te lo aspetti da un vecchio rum di oltre 30 anni. Attacco in bocca dolce, poi con bella struttura di spezie e tannini, e finale leggermente amaro ma di classe. L’etichetta mantiene le promesse.

[Immagini: edizione 2015 di The Rum Day]

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

4 Commenti

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Denis Mazzucato

circa 4 anni fa - Link

D'accordissimo su El Dorado (imho il 12 anni è meglio del 15 proprio perché un pochino meno dolce), e su Doorly's, che penso sia una delle migliori etichette di rum autentici, fatti come si deve, fini, gustosi, e ad un prezzo onesto. Mica è poco! Nessun assaggio dalla Jamaica? Penso sia uno dei luoghi principi per chi cerca rum non piacioni, non banali, non stile francese, e "cazzuti", dallo Smith&Cross (standing ovation per 23 euro la bottiglia) alle varie selezioni Samaroli (uno zero in più...).

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thomas pennazzi

circa 4 anni fa - Link

For Jamaica rum scroll down, please.

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Montosoli

circa 4 anni fa - Link

Avete degustato Opthimus..?

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andrea

circa 4 anni fa - Link

La terziarizzazione avanzata e' il massimo per un lettore di intravino! Grazie Thomas! Comunque bere un buon Whisky in Italia è molto più facile che un buon Rhum. E' così anche all' estero o una peculiarità del nostro mercato spritz aperol-mojito dipendente?

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