Quando erano re: il vino in Algeria

Quando erano re: il vino in Algeria

di Massimiliano Ferrari

Questa è una storia che a volerla leggere può apparire come l’ennesimo esempio di colonialismo andato male oppure di come i rapporti fra colonie e madre patria alla fine si risolvono in una messinscena in cui gli interessi economici reggono le fila della partita. O ancora ci si potrà interrogare, al netto di implicazioni filosofiche e ideologiche, sulla natura puramente economica del vino, prodotto e merce che sottosta alle leggi di mercato né più né meno di un tostapane, una sedia o qualsiasi altro oggetto.

Ma sopratutto questa è la storia tragica e illusoria di come un paese senza alcuna tradizione vinicola e di produzione di vino come l’Algeria, dalla fine dell’Ottocento fino quasi la metà del Ventesimo secolo, sia stato il maggior esportatore di vino al mondo e il quarto produttore per quantità. Chi lo avrebbe mai detto?

Ma se ogni medaglia ha il proprio rovescio, tanto inarrestabile fu la crescita altrettanto vertiginosa fu la caduta.

L’occasione per scrivere di questa sliding doors alcolica mi è venuta leggendo per caso un articolo uscito qualche anno fa sul Journal of Wine Economics a firma di due ricercatori dell’Università di Lovanio, Giulia Meloni e Johan Swinnen. A loro quindi il merito di aver trattato e approfondito l’argomento, il mio è solo un resoconto di una vicenda che a prima vista può sembrare quasi fantascienza ma che, scavando un pò, ha più di un legame con la realtà odierna.

Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo dagli inizi. La vite è coltivata in Algeria da tempi non sospetti, ci sono testimonianze che ne attestano la presenza a partire già dal 1.000 A.C. con  fenici e cartaginesi che commerciavano vino lungo il Mediterraneo diffondendo inoltre la coltivazione della vite. Tuttavia la religione islamica non permetteva allora come oggi il consumo di bevande alcoliche e perciò il vino non è mai stato materia di discussione in tutta la regione del Nord Africa.

Ma spostandosi di svariati secoli si arriva al periodo che interessa qui, intorno al 1830, anno d’inizio della dominazione francese nel paese africano. I coloni francesi, i cosiddetti pieds noirs, una volta stabilitisi nelle terre algerine si diedero da fare per impiantare vigne e produrre in autonomia i propri vini. Oltre al consumo personale c’era la convinzione che il vino fosse un’ottima medicina per fronteggiare malattie come il colera.

I primi tentativi furono però piuttosto sconfortanti, la mancanza di tecnologie adeguate e un clima poco ospitale non furono d’aiuto.

Tuttavia la gloriosa galoppata del vino in Algeria, che partì grossomodo nella seconda metà del diciannovesimo secolo per concludersi rovinosamente intorno al 1960 non fu un evento fortuito.

Gli elementi che contribuirono a mettere l’Algeria sulle mappe del vino mondiale sono chiari e circoscritti: l’introduzione di sistemi di raffreddamento che permisero il controllo di temperatura in fermentazione, essenziale in un paese dal clima torrido come l’Algeria e la diffusione della fillossera nei vigneti francesi, che paralizzò completamente il settore vinicolo transalpino, furono le variabili che permisero all’Algeria di diventare in breve tempo una corazzata nella produzione di vino da esportazione.

La piaga filosserica spinse poi ad una forte migrazione di agricoltori e viticoltori che si trasferirono nel Maghreb dalla patria in cerca di un riscatto.

Si stima che circa 50.000 famiglie si spostarono fra il 1871 e il 1900 portando con sé conoscenze ed esperienze anche in campo viticolo.

Ma mentre la produzione di vino in Francia crollava sotto i colpi del devastante afide, la richiesta e i consumi rimasero gli stessi ponendo una questione non di poco conto: come procurarsi il vino necessario? La risposta si trovò al di là del Mediterraneo. L’innesco era pronto quindi mancava solo la scintilla giusta che lo facesse esplodere. E così fu. La produzione di vino in Algeria esplose letteralmente passando da 25.000 ettolitri nel 1854 a 10 milioni nel 1915.

La ripresa dei vigneti francesi però non tardò ad arrivare. In risposta al flagello della fillossera si iniziarono a trovare soluzioni che tamponassero la ferita. L’uso di innesti su piede americano fu quella che diede i risultati migliori e quindi nel giro di qualche anno la produzione francese tornò a livelli pre-filosserici al punto che nel 1900 si raggiunsero 65 milioni di ettolitri prodotti, come negli anni precedenti alla crisi.

Questo risveglio portò ad un crollo dei prezzi di vendita del vino che si riflesse in forti proteste da parte dei coltivatori francesi che dovevano anche fronteggiare la concorrenza dei vini importati da altri paesi europei. Il governo francese sotto pressione si mosse aumentando i dazi sui vini importati da Spagna e Italia mentre i vini algerini non vennero toccati dal momento che si trattava di una colonia francese e quindi Francia a tutti gli effetti.

Tuttavia i produttori francesi non formavano, ieri come oggi, un gruppo omogeneo di interessi e preoccupazioni. Produttori di Bordeaux, Borgogna e Champagne erano disturbati dal fatto che questo flusso di vino a basso costo potesse influenzare negativamente i propri mercati high quality e che vini “adulterati” potessero essere venduti con il loro marchio. Dall’altra parte c’erano i produttori del sud della Francia che si sentivano minacciati dalle grandi quantità di vino algerino con cui condividevano lo stesso mercato dei vini da tavola economici.

Il casus belli che mise definitivamente sul piede di guerra governanti e produttori francesi fu scatenato da un certo James Leakey.

Nel 1905 il governatore generale dell’Algeria, Charles Jonnart, iniziò a cercare nuovi mercati per esportare il vino algerino e si rivolse a quello britannico. Leakey era un uomo d’affari che annusò l’affare e strinse un accordo con Jonnart per vendere 50.000 ettolitri di vino in Inghilterra, promuovendolo come autentico vino francese. Il fatto è che nessuno poteva dirgli nulla, l’Algeria in quanto colonia era parte integrante del territorio francese.

La notizia quando giunse alle orecchie dei vignerons non fu certo presa con diplomazia e le cosiddette actions directes, saccheggi, rivolte e sabotaggi vari infiammarono i quattro angoli della Francia.

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Tra il 1900 e il 1935 vennero promosse una serie di leggi con il preciso scopo di difendere e legittimare l’origine dei vini francesi, i sistemi di produzione, le varietà di uve, insomma creare un nesso forte e duraturo fra la qualità del vino, il territorio in cui veniva prodotto e il produttore stesso. Per dirla brevemente, era nato il concetto di terroir.

Non è un caso che nel 1933, a cavallo dell’ufficiale fondazione delle prime appellations francesi, nacque anche l’Academie du Vin de France, il cui scopo era: “la défense des vins de France et l’éducation à leur connaissance, la lutte contre les fraudes, les tromperies et même l’ignorance, pouvant nuire à la renommée de ces vins.” La difesa dei vini francesi dalle frodi, gli inganni e l’ignoranza…chissà a cosa si riferivano.

Nonostante oggi parlare di vino algerino sembri quasi un ossimoro, è impensabile negarne l’influenza che ebbe sul settore vinicolo francese. Possiamo dire che senza l’Algeria non esisterebbero appellations come Paillauc, Chambolle o Côte Rôtie? Forse si o forse no, difficile dare una risposta definitiva. Ma quello che si può affermare con certezza è che senza la “minaccia” messa in moto dai flussi di vino algerino riversati sule mercato francese certe decisioni e certe restrizioni non sarebbero state messe in piedi o forse ci avrebbero messo più tempo ad essere applicate.

Con l’indipendenza del 1961 il vino algerino iniziò una discesa inesorabile e nel giro di quarant’anni sparì con la stessa velocità con cui era cresciuto. Se nel 1961 le esportazioni di vino erano ancora intorno ai 15 milioni di ettolitri, nel 2008 erano scese a 17.000.

Il nuovo governo algerino cercò di porre rimedio siglando accordi commerciali con l’ex dominatore francese, non vennero rispettati, e successivamente con l’Unione Sovietica per mantenere in piedi un intero settore ma la linea era ormai tracciata. Inoltre con il rientro in patria di gran parte dei produttori e viticoltori, dopo l’indipendenza algerina, venne a mancare la “testa pensante” che aveva contribuito a creare un industria del vino laddove prima non c’era nulla. E così il vino in Algeria ripiombò in un oblio che dura ancora oggi.

In conclusione questa narrazione potrebbe sembrare un curioso reperto da rubricare come bizzarria, un caso isolato che può interessare solo accademici o curiosi di storia economica del vino. Il fatto è che l’attualità brucia la distanza che in apparenza esiste fra il caso algerino e la nostra realtà.

I dazi imposti dalla Cina ai vini australiani oppure le tariffe che l’ex-presidente statunitense Donald Trump impose nel 2020 a diversi prodotti europei, tra cui il vino, sono lì a dimostrarci che la parabola dell’Algeria non è una vecchia pagina di storia da leggere con amarezza e distacco ma qualcosa di reale e ci insegna che anche oggi l’amato liquido sia di frequente terreno di scontro di interessi economici e geopolitici.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

3 Commenti

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Leone xot

circa 5 mesi fa - Link

storia interessantissima...

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Tommaso

circa 5 mesi fa - Link

Bellissimo

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Stefano Cinelli Colombini

circa 5 mesi fa - Link

Interessante, qualcosa già conoscevo ma non così nel dettaglio. Certo che qui varrebbe la pena di fare qualche riflessione, noi che amiamo tanto fustigarci e nutrire complessi di inferiorità verso i vicini d’oltralpe.

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