Collisioni | Lambruschi, gli estremi si toccano

di Stefano Caffarri

Entrando nel parcheggio di Villa Cialdini un signore aspetta a piè fermo nei pressi del cancello. Si fa avanti per aiutarmi con i cartoni di vino, e nel frattempo mi mette in mano una mano grande, asciutta. Anselmo Chiarli, dice, e mi accompagna all’armadio fresco dove sono pronte le bottiglie che finiranno la loro vita nei nostri bicchieri, qui al secondo piano. Perchè tra poco, un piano più su, succederà una cosa della cui portata non siamo ancora del tutto consapevoli: ma andiamo con ordine.

La “rinascita” dei Lambruschi: i “nuovi” Lambruschi. Inesatti, emozionali, coinvolgenti. Rifermentazioni in bottiglia, descrittori inusuali. Prima in pochi, attorno ad un tavolo a raccontarsi brividi ed esitazioni, a fare le facce, poi di più in Franciacorta: una specie di catarsi seriale, in cui erano gli assaggiatori ad essere più omogenei degli assaggiati. Ne scrivemmo, sanguignamente come d’obbligo se c’è del lambrusco di mezzo. Ci lessere in alcuni, e in pochi si accorsero che stava succedendo qualcosa: sarà stata coincidenza, ma grandi riviste iniziarono a scrivere di lambrusco, l’altro. Quello dei milioni di bottiglie.

Fu perciò con una certa sorpresa che rispondendo al telefono scoprii dall’altra parte – attraverso le ragazze della Maurizio Rocchelli – un grande, grandissimo produttore, che voleva aprire le porte della sua cantina a noi, Sandokan, Kammamuri e Tremalnaik, perché “ci rendessimo conto”. Siamo andati. L’idea era parlare dei Lambrusco – ma quant’è vero che si tratta di Lambruschi – di un certo taglio: Sorbara, Grasparossa, un pò di Salamino. Ma soprattutto di mettere attorno ad un tavolo il business e la passione, correndo il rischio di scoprire che magari stanno dalla stessa parte.

Quando mi alzo per dirne due, attorno al grande tavolo vedo gli amici di sempre – con cui condivido l’amore escatologico per quella nota di “cavallo dei pantaloni” che chiama a gran voce lieviti originari non lavorati – ma anche questi tycoons del Lambrusco: Anselmo Chiarli, Alessandro Cavicchioli, Alberto Medici. Come dire, una frazione numerabile di un miliardo di bottiglie.

Imparare quindi: cos’è il Sorbara, il suo colore chiaro e leggero; il suo taglio acido non di rado allappante, la difficoltà di curare un’uva non particolarmente accogliente, la volontà di farlo in purezza e senza cedere ai blend facilitatori. La convinzione con cui i produttori difendono la scelta stilistica prima che produttiva, parlando (ebbene sì) di tradizione, evoluzione, mestiere. Chiarli dice che prima della guerra faceva 3 milioni di bottiglie rifermentate, Cavicchioli parla della difficoltà di tenere alto il profilo di un vino in fondo fragile. A fianco dei due colossi, un piccolo produttore come Paltrinieri, che con il suo curatissimo Leclisse si portato via un bel po’ di commenti positivi. A seguire, due rifermentati: quello di casa, più orientato alla corretteza formale, e l’Ancestrale di Paltrinieri, di nuovo assai convincente.

Poi i Grasparossa, con la sua uva generosa e spumosa, che perdona quasi tutto per la sua robustezza. Esce una bella prova del Vigneto Cialdini, il “Castelvetro” – come si chiamava fino agli anni Settanta – di casa. Un bicchiere gaio e polpacciuto che merita attenzione per la sua notevole forza comunicativa.

Poi le prove ormai classiche dei Salamino: Arte e Concerto, un riferimento del genere Reggiano. Un bicchiere che parla più di pulizia, di descrittori familiari e rassicuranti che di brividi, ma che come alcuni sagaci commentatori ebbero a notare, incarna facilmente l’idea del Lambrusco.

La batteria dei Lambruschi assaggiati nella foto di Lucia Barzanò

Ne escono due considerazioni, sulle quali al cronista non è consentito di dare giudizi.
1. Perché il lambrusco è importante? Perché potrebbe essere una sagola per agguantare nuovi mercati in cui parlare di vino italiano: compromesso tra una bevuta agile, rassicurante, riconoscibile, quasi bibitosa, che non abbia l’ostacolo del prezzo. Al traino il resto: i frizzanti più complessi, poi i fermi di varia importanza.
2. Perché allora non sperimentare fino in fondo le potenzialità della rifermentazione in bottiglia? Perché non valorizzare questa potenzialità che sa regalare anche alla famiglia di vitigni – ancora prima che alla famiglia di vini – complessità e profondità nuove? E nuovi rischi: ma quale emozione non è anche un rischio?

I presenti si portano a casa notizie e visioni diverse, importanti. Si condivideranno, o forse no, ma tutto sommato è trascurabile. I produttori si porteranno a casa il brillìo nell’occhio dell’appassionato, quello che gli fa prendere un treno alle sei di mattina per essere lì. Anche se in molti ameremo ancora bottiglie turgide di imperfezioni e quelle espressioni oblique eppur così terribilmente poetiche. Qualcuno ha bevuto il Cinquecampi Rosso, off-the-record?

Ringraziamenti. Ad Andrea “barbamai” Bezzecchi per essersi accollato la sua parte, a Linda e Sofia per la pertinacia con cui hanno caldeggiato l’avvenimento. Ai produttori che non c’erano per i campioni (Cantine Riunite ha pensato che no, non ne valeva la pena, e ce li siamo comprati), ad Alessandro Cavicchioli per la messe di notizie enologiche, ad Alberto Medici per la simpatia senza compunzione, a Roberto Saletta per l’inconsueto ruolo di coppiere.
Ah, dimenticavo. Ad Anselmo Chiarli, per quel culatello senza confini.

3 Commenti

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Nic Marsèl

circa 8 anni fa - Link

"Chiarli dice che prima della guerra faceva 3 milioni di bottiglie rifermentate". Perchè oggi non si fa più?

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Andrea Bezzecchi

circa 8 anni fa - Link

@Nic perchè il "ristoratore non voleva il fondo" una delle motivazioni date dai produttori. Poi mi capita di parlare spesso con i ristoratori ai quali pongo la stessa domanda e mi dicono: "perchè il consumatore non vuole il fondo". Vallo a sapere... :) ab

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