Undici bottiglie contro il logorio del solipsismo moderno

Undici bottiglie contro il logorio del solipsismo moderno

di Emanuele Giannone

Questo spot fa parte della campagna di Pubblicità Regresso, fomentata dagli innumerevoli esperti di muffi e buffi espertismi e gourmettismi in cui ho la malasorte di imbattermi ogni qual volta torno a illudermi che bere sia anche imparare e che da tutti si possa imparare qualcosa.

Sono da poco trascorsi i dì di festa, anzi, di ponte, occasione nella quale si praticano i pecorini e le fave col genuino dei Castelli e più in generale le bevute e le mangiate en plein air, in veranda, sotto ar tendone, sotto la frasca etc. Noi, quando nei dì di festa ci diamo al libero bere e manducare al aire libre o in sandali da Deutscher Reiseverband, rendiamo grazie a Dio che ci locupletò del dono celeste di un connaturato e irredimibile dilettantismo. Con tale dono, se avessimo sviato noi per ebetudine, Lui ci avrebbe resi liberi ipso facto dalla sociale e temporale tentazione di essere -isti di qualche altra risma, adepti di un qualche -ismo di maggior carisma; ci fece dilettanti e per ciò stesso a-metodici e curiosi, erratici ed empatici, bibaci e vivaddio fallaci. Questa felice e beata ignoranza provoca sì lo sprezzo degli esperti, cioè dei malati di espertismo, malattia infantile dell’alcolismo; nonché quello dei gourmet, cioè dei gastralgici postprandiali convertitisi in articulo morsi al gourmettismo, malattia senile e duodenale del solipsismo. E purtuttavia, essa ci redime dalla schiavitù del peccato che danna loro alle fiamme eterne delle vesce e del reflusso gastroesofageo, loro che ci irridono e s’avanzano superbi, le tasche colme di colagoghi e carminativi, ignari del paradosso che li sbugiarda: essi sanno di tutto così bene da non saper più di niente. Così dottori eppur così insapori. E quando noi, umili al cospetto dei loro cipigli e sofismi implosi, proviamo a contrare il mjöllnir dei loro giudizi opponendo un brindisi bonario o un motto soldatiano, o quando ancora, anche senza scomodare un miglior fabbro, argomentiamo ridacchiando che l’unica bevuta buona è quella in corso, e chi se ne frega delle ermeneutiche e delle filologie dei vini fini, loro ci squadrano in tralice dall’alto del loro profilo e trasaliscono, oppure tra un burp e un flatus ventris ostentano la loro divina indifferenza. A quel punto voi ricordate che Dio è dalla vostra, traguardateli e mandate in loop il mantra mancia, bivi e futtitinni.

Anzi, fate ancora prima e meglio: tornando a casa, troverete la cantina; date una carezza alla vostra cantina, dite una parola buona, stappatela per voi e per i vostri migliori amici. Che non sono quelli su Facebook. Se ne scrivete, fatelo in modo affatto casuale e finanche sgrammaticato, purché resti tra dilettanti, voi e i vostri migliori amici, i quali – vale la pena ripeterlo – non sono quelli su Facebook.

Sagrantino di Montefalco Selezione Speciale “25 Anni” 1995, Arnaldo Caprai
Laddove narrano le guide di Sagrantino e violetta, qui siamo piuttosto a una puntata di Sagrantino e violenza: caldo, burbero, grasso e graffiante con carne grigliata, pepe, frutto nero, frittura. O tempura, o mora. Muschio e tanto ginepro, è un ginepraio in cui cacciarsi invero con un certo rispetto o timore reverenziale, rispettosi soprattutto per l’età e la vigoria, fitto com’è di animali ed erbe e sterpi, cere e resine, spezie, acciughe, olio di conserva, mirtillo nero, sigaro e nerofumo. Profumatissimo e piccantissimo come ai suoi tempi il Fahrenheit e l’Old Spice. Sebbene io l’abbia trovato alfine simpatico, si è prestato a interpretazioni ancipiti tra affezione e abiezione, come testimonia il sommesso parere di chi l’ha bevuto con me: “Un vecchio rompicazzo scatarrante. Certo, è vivo, ma io di congratularmi con un vecchio che bestemmia e puzza, solamente perché è vivo, non vedo il motivo. Almeno fosse mi’ nonno, ma non lo è nemmeno.” Altrimenti detto: non siamo sensibili per ciò stesso al fascino dei vini invecchiati. La voce amica sommessamente soggiunge: una di quelle bottiglie per cui serve lo stuntman, il secondo che entri quando il primo è agé – leggasi bollito – e per la scena d’azione proprio nun je la fa. Mette l’arte a mimare verve e nervi, è scuola d’arte drammatica, riscuote applausi ma solo di cortesia, perché chi nasce tondo, nun po’ mori’ quadro.

Verdicchio di Matelica Riserva Mirum 2004 La Monacesca
Arduo azzeccare locuzioni e interiezioni atte a rendere propriamente sorpresa e bontà di questo vecchio rotondo e profondo, giocoso e fantasioso. Impropriamente elencando: miele, cedro e limone canditi, erbaggi e sali, cere e piante officinali, pieno di sostanza e slancio, vigore e calore, frutta gialla matura. Lo scoliaste di turno lo catalogherebbe grasso; per i rugantini, gli arlecchini e le consimili figurine carnascialesche quali noi siamo, se proprio grasso ha da essere, allora è il martedì.

Nero d’Avola 2005 Barraco
Asciutto, arcigno e segaligno nonostante la gradazione, nascosta con caparbia noncuranza, da vinone pasciuto. Difficile, ruvido. All’insegna di amarezze, affumicature e strenua sapidità che avvolgono la frutta scura in confettura. Iodio e ruggine ad affilarne il profilo. L’antitesi del vino che piace alla gente che piace. L’aperitivo con l’alfa privativo.

Valpolicella Classico Superiore 2006 Monte Dall’Ora
Nel 2006 non era ancora Camporenzo ma già Superiore per caratura, più ancora che per denominazione. Fresco, semplice e spigliato. Non si paluda nell’età e anzi si offre franco e fragrante, immediato nei profumi di viola mammola, susina e amarena, con un fondo a sorpresa pieno di rose. Teso e presente al sorso, pressante e scattante, agile nella beva, elegante e misurato in progressione, di lunghezza inattesa. Memorabile: Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre (cit.).

Noà 2006 Cusumano
Se n’è bevuto poco, dopo quel poco lo si è votato con una certa apprensione a un polpo ubriaco: votato, ergo svuotato. A quello scopo, peraltro, si è prestato bene: il polpo era buono. Il vino riuscì quindi egregiamente nel ruolo di ingrediente, quasi fosse in fondo e per natura già predestinato a fondo di cottura.

Gardelin 2009 Klinec
Pinot Grigio. Questa è la cicala di C.E. Gadda. Dilata l’immensità chiara dell’estate. Screzia di fragore (di rosa, di ciliegia) le inezie verdi sotto le dovizie di luce. Se conoscete questo vino o quel romanzo, non serve spiegare nulla. Se non li conoscete, non credo di poterli spiegare, né tantomeno giudicare, aggettivare etc. Abbasso gli espertismi. Con tante grazie ad Aleks.

Črna 2010 Čotar. Metodo Classico Extra Brut, terrano
Dice il saggio, che è l’eterno femminino près de moi, che quando un vino è vinoso a questa maniera, allora è buono. Dice bene. Dico due parole in più: vinoso e carnoso, fruttato e salato, coinvolgente per trama e stoffa robusta, pienezze e dosate amarezze e frutto nero, per l’asciuttezza, per la finezza delle bolle e la freschezza. Branko e Vasja vanno sicuramente sul podio personale dei rossi spumanti e frizzanti, vanno a far compagnia a Lino Maga e Vanni Nizzoli.

Côtes de Provence 2016 Chateau Les Valentines
Non è il classico ed esecrabile rosato provenzale da spaccio, un Io-Tu-e-Le-Rose stucchevole come la canzone e badiale come la sua autrice. È articolato nei profumi e goloso al palato ma non deborda: ciliegia, fiori, pompelmo rosa, anice, pomodoro, finocchio selvatico, mollusco. Sapido e teso, di bella progressione, dal finale generoso e corale che ripropone l’agrume e le erbe insieme a garrigue e melagrana. Se proprio servisse dirlo, sta a bouillabaisse e bourride provençale comme le fromton sur les macaronis.

Bourgogne Aligoté 2016 Gerard Raphet
Da un nutrito e balioso propriétaire di Morey-Saint-Denis è dato attendersi un vino a sua immagine e somiglianza? Utcumque sit, questo Aligoté è son semblable, son frère: sapido, terso e teso, ammicca agli agrumi ma regala soprattutto polpa gialla e soda, rotondità e carnosità misurate, persistenza fruttata, tocco e tensione da peso medio più che leggero. L’Aligoté con le maniglie dell’amore.

Le Clou 34 2015 Naudin-Ferrand
L’Aligoté fuori denominazione di Claire Naudin è assemblaggio di uve da cinque vigne, una delle quali dà il nome al vino, piantate tra il 1902 e il 1953 (Le Clou data al 1934). Raccolta manuale e vinificazione senza solfiti aggiunti. Complesso e cangiante, con dominante agrumata e caratteristiche di grande conto e pulizia, fiori bianchi, erba falciata, basilico, cerfoglio, ginger ale. Dissetante per freschezza e sapidità infuse, croccante nei riferimenti alla frutta a polpa bianca, al limone e all’arancia.  Una ricca e svettante dote aromatica che non oblitera slancio, luce e bevibilità.

Le Syrault 2016 Le Quai à Raisins
Uvaggio di syrah e cinsault da vigne del dipartimento del Gard, in Occitania, certificate in agricoltura biologica. Vinificazione senza aggiunta di solfiti, 8 giorni di macerazione e 8 mesi in fusti in acciaio prima dell’imbottigliamento. Gioviale e goloso, declinato essenzialmente sul frutto: frutti di bosco, pepe, note più delicate di liquirizia e menta. Tannini infusi e sottili. Un invito alla merenda.

PS – Un altro vino del ponte sommamente buono, uno spagnolo, non lo commento io perché è stato da altri commentato, certamente meglio di come l’avrei fatto io, in un florilegio della Denominación de Origen Vinos de Madrid.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

8 Commenti

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Stefano

circa 5 mesi fa - Link

Con rammarico confesso che mi rincresce leggere con sempre maggiore frequenza post in cui gli autori, anziché comunicare qualcosa come "leggete come è buono, originale e che storia ha questo vino", sembrano voler dire "leggete come sono bravo a scrivere, come sono spiritoso con leggerezza e scazzato rispetto al sentire comune, che storia fantastica ho io". Niente di grave per carità, succede in molti altri campi. Però mi dispiace. Con consueta, ma affievolita stima, Stefano

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Massimo

circa 5 mesi fa - Link

Sottoscrivo, ultimamente post inutili..fave e pecorino piu sfilza di vini..embhe! Da intravino mi aspetto altro

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Emanuele

circa 5 mesi fa - Link

Sullo "scazzato rispetto al sentire comune" confesso di essermi sentito spiegato con buona approssimazione. Che cosa posso dirvi di più? Grazie per aver letto ed espresso un'opinione. Se siete - e giustamente, per carità - interessati a filologia e giudizio analitico, avete suonato al citofono sbagliato. PS: alla lingua perfetta, alla scrittura quasi automatica del vino, non credo più da tempo. È solo uno dei tanti pretesti per dissimulare l'egodicea dello scrivente, uno anche meno onesto dell'autocelebrazione; la quale, almeno, è palese e fa sorridere.

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amadio ruggeri

circa 5 mesi fa - Link

A me su Intravino fa più impressione vedere il banner di Giordano Vini. Un controsenso nella sua magnifica rappresentazione plastica. Ma vabbè è una cosa mia... Il post di Giannone? Divertente e pieno di spunti, come al solito.

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Antonio Tomacelli

circa 5 mesi fa - Link

Il banner in questione è casuale e dovuto all'algoritmo di Adsense

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josè pellegrini

circa 5 mesi fa - Link

A me non dispiace che ogni tanto un "non sense " sostituisca il"" senso comune . Un po' di racconto di vita e anche di stravaganza di questi tempi può essere una porta aperta sulla fantasia, il che non guasta .E l'Intravino che fa sul serio , come auspica Sefano ,perlopiù c'è, quindi....

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Emanuele

circa 5 mesi fa - Link

... quindi grazie, Josè.

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josè pellegrini

circa 5 mesi fa - Link

E di che . Lo penso davvero. A proposito di divagazioni inutili, abbiamo entrambi un nome di sapore "savoiardo" e non si tratta di biscotti. Il mio è declinato al femminile e non è uno pseudonimo. Chissà se verrà perdonata questa divagazione , vero abuso di spazio pubblico...Ciao

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