Cantine madrilene sull’orlo di un bicchiere di vino

Cantine madrilene sull’orlo di un bicchiere di vino

di Samantha Vitaletti

Se si volesse ammazzare il tempo con il gioco delle associazioni e si decidesse di proporre “Madrid” rivolgendosi a un campione di varia umanità, si potrebbero ottenere risposte di questo tipo:

1. mal di pancia da rigore, potrebbe dire quello che segue il calcio;
2. direbbe “El Guernica” l’amante dell’arte;
3. sognante direbbe “el cocido” l’appasionato di fornelli;
4. “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, il cinefilo;
5. Juan Carlos e famiglia, il nostalgico.

Ma difficilmente qualcuno penserebbe al vino. E invece su Marte non c’è solo vita, ma anche movida!

Intorno a Madrid le vigne pullulano e le prime testimonianze attestanti la loro esistenza risalgono al XIII secolo anche se ci sono buone ragioni per credere che l’industria vinicola esistesse già da molto prima. Romani e cartaginesi si trastullarono da queste parti per parecchio tempo e si sa che entrambi i popoli seguivano una dieta in cui i frutti della vite avevano un ruolo tutt’altro che marginale. La viticultura madrilena sopravvisse perfino all’ invasione araba, nonostante i veti imposti dalla religione islamica. Eppure i viticoltori madrileni collezionarono una lunga serie di “ritenti, sarà più fortunato” prima di vedersi riconosciuti in una legale denominazione di origine ufficiale.

Madrid saluta l’ingresso nel XX secolo con un vigneto di 60.000 ettari e portandosi in dote la fama e il riconoscimento guadagnati nel Secolo d’Oro e poi sotto il regno di Felipe VI. Nel 1914, però, arriva la fillossera e azzera brutalmente tutto il potenziale della vigna madrilena. Il recupero del vigneto purtroppo avviene lentamente e in maniera tale da favorire solo una produzione di quantità totalmente indifferente alla qualità: vengono impiantati vitigni ad alta resa e atti a produrre vini di alta gradazione alcolica che, per qualche decennio, faranno la fortuna dei grandi imbottigliatori e allontaneranno gradualmente, fino a farlo estinguere, il ricordo dei tempi d’oro che erano stati. Man mano che la città si allarga e di industrializza, man mano che nascono i quartieri dormitorio, che gli aeroporti e le zone industriali letteralmente inghiottiscono la vigna madrilena, i vini di Madrid si spogliano in maniera apparentemente ormai irreversibile del passato glorioso per ritrovarsi a sopravvivere in un giustificato anonimato fatto di taniche e cisterne.

Andrà mestamente così fino alla svolta degli anni Ottanta: nel 1984 viene riconosciuta una sorta di menzione specifica, la Denominaciòn Especifica de los Vinos de Madrid che, approvata nel 1986, porterà finalmente al riconoscimento definitivo della Denominaciòn de Origen Vinos de Madrid nel 1990. Da quel momento la storia del vino di Madrid ricomincia. I produttori si sentono supportati nella loro ricerca della qualità e dell’originalità, c’è fermento e voglia di recuperare le antiche tradizioni, di riportare in auge i vitigni autoctoni, di lavorare su parcelle e singole vigne, di proporre un qualcosa che non venga più catalogato come prodotto di consumo ma come frutto di uno studio del terroir, dell’uva che meglio vi si adatta, del lavoro in vigna secondo una coscienza ecologica.
La denominaciòn de origen Madrid oggi consta di 45 aziende per un totale di 8500 ettari di vigneto ed è suddivisa in tre sottozone di produzione: Arganda, Navalcarnero e San Martìn de Valdeiglesias. Arganda è la sottozona più grande, con 27 aziende; a Navalcarnero  le aziende sono 5 e 12 sono quelle che operano nella sottozona di San Martìn. Il clima è continentale, con inverni molto freddi ed estati anche torride. Le uve che vengono coltivate considerate “preferentes” sono albillo, real e malvar per i bianchi, garnacha e tempranillo per i rossi. Autorizzati airèn, macabeo, torrontés, parellada e gli onnipresenti merlot e syrah.

Io ho assaggiato un po’ di vini di Madrid e mi sono divertita parecchio.

4 Monos tinto 2015: garnacha, carignan e syrah da parcelle provenienti da Cadalso de los Vidrios, San Martin de Valdeiglesias e Cenicientos. Le vigne hanno tra i 50 e gli 80 anni. Vino divertente e sincero, cangiante e irrequieto. Da compagnia, la bottiglia finisce molto presto, persino a casa di chi non allena il gomito con caparbietà e costanza. Facile la beva, snello e succoso, gustoso. Frutta fresca croccante e sentori di sottobosco, un velo di sale e una spolverata di pepi di vario colore.
L’azienda è proprio rock: formata da quattro amici che si sono conosciuti facendo escursionismo. Uno ci ha messo le vigne, due le competenze in vigna e in cantina e il quarto è l’amministrativo. Le quattro scimmie del nome del vino, che è il nome dell’azienda, sono proprio loro.
l’uomo può dominare le stelle” (Calderòn de la Barca)

El hombre bala 2015, o l’uomo proiettile. L’azienda si chiama Comando G ed è  molto rock anche lei: tre amici che si conoscono all’università e decidono di dar vita a un progetto loro con garnacha unica protagonista  e la biodinamica come strada da seguire. Il vino è decisamente oltre qualunque aspettativa, di un equilibrio e un’eleganza che si incontrano difficilmente. Roccia, spigoli, sale, frutti piccoli rossi freschi. Filigrana e penombra che ad ogni sorso acquistano carnosità e sapore. Amarena sotto spirito, punte e accenni di carezze, radici e fiori appena sbocciati. Movenze, sguardi ed emozioni da vino borgognone. Da vigne di 90 anni. Va benissimo da solo, va benissimo a tavola.
Il sangue si eredita, ma la virtù si acquista, e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale”. (Cervantes)

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Maldiciòn 2016 – è il progetto personale perseguito da Marc Isart, uno dei tre amici del Comando G. Il nome del vino ricorda l’ubicazione delle vigne di Valdilecha, così lontane dal paese, raggiungerle al mattino e poi ripercorrere, esausti, la stessa strada la sera era considerato un vero castigo divino, una maledizione, appunto, dai vignaioli che le dovevano lavorare. Le vigne però sono vigne bellissime su suoli gessosi e argillosi, a 700  sul livello del mare. Marc Isart ha deciso di voler tornare alla natura, di far parlare il vino dando voce alla terra dove nasce e di riportare in vita il vino che la gente di campagna beveva.  Maldiciòn non è il mio vino, semplicemente per questioni di gusto, ma è senz’altro un vino molto buono. Fatto con un 80% di tempranillo e il restante 20 di malvar, varietà bianca, ha un naso goloso e accogliente, rotondo, di frutta matura e in confettura. Il sorso è gustoso e setoso, con un sottofondo di erbe mediterranee, di timo e rosmarino su tutte. E’un vino allegro e gastronomico. Che non stanca, bisogna dirlo.
”Essere allenatore vuol dire essere soli e assumersi le proprie responsabilità”.(Zinedine Zidane)

Navaherreros  2016 Bernabeleva. Albillo e macabeo da vigne tra i 30 e gli 85 anni. E’un osso saporito con intorno muscoli piccoli ma ben definiti e torniti. Un’esplosione di frutta, di fiori, tanti fiori maturi, giocato su tutti i toni del giallo. Un vino consolatorio, la pacca sulla spalla. Robusto e che si fa notare nei movimenti senza tuttavia risultare goffo o ingombrante. Marc Isart, già incontrato nel Comando G e poi nel progetto Maldiciòn, è passato anche per questa azienda di 35 ettari che segue il calendario lunare e utilizza in vigna rame e zolfo.
Se mi fermo mi arrugginisco” (Placido Domingo)

Pies Descalzos 2016Bodega Maranones. Albillo real da cru di 50 anni. Il nome ricorda il primo vignaiolo a lavorare quella vigna, che usava farlo appunto a piedi scalzi. L’azienda è in regime biologico. Il vino è fatto di sole e sale, si assorbe iodio ad ogni sorso, si libera il respiro e si libera il pensiero.  Un sentiero piacevolmente scosceso, una strada panoramica abbarbicata a una roccia a strapiombo sul mare. Piacevole e gastronomico, compagno allegro della tavola.
Che allegria vivere e sentirsi vissuto!” (Pedro Salinas)

Nella grande fortuna che ho avuto nella scelta di questi vini, un po’ casuale, un po’ per curiosità per una zona, per il disegno di un’etichetta o per la storia di un’azienda, c’è stato anche l’inevitabile, e in fin dei conti rassicurante, rovescio della medaglia. Affinché io non pensassi di avere trovato l’Eldorado del vino a Madrid, ho incontrato anche un vino terribile.

Grego Garnacha Centenaria 2015 – Bodega Jeromin. E’ il vino che viene servito in qualunque bar di Madrid, non nei peggiori, proprio in tutti!,  alla richiesta di “un vino della d.o. Madrid”. Come andare con un’utilitaria con cambio automatico su un’autostrada americana appena asfaltata: noia. E’ vinoso. Talmente vinoso che al primo sorso sembra di passeggiare in cantina davanti “al ribollir dei tini” ma dopo un paio di bicchieri pare di dormire abbracciati a quattro ubriachi col respiro pesante. Apprendo poi che l’azienda produce un milione di bottiglie, usa barrique nuove  ed esporta la metà della produzione in Cina. Tutto a posto.
Ma vi meritate Julio Iglesias, da un’intervista a “La Stampa”:

“-C’è una data per il suo ritiro?
“E’ la gente che mi deve cacciare. Sua zia mi ascolta ancora?”
“- Direi di sì.”
“ E allora resto”.

Olé.

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