Tutti dicono Colfòndo. Intravino-Bignami: tutti i rifermentati in 10 bottiglie

Tutti dicono Colfòndo. Intravino-Bignami: tutti i rifermentati in 10 bottiglie

di Redazione

Nel gioco dell’oca c’è questa cosa della casella “ritorna al punto di partenza”, che ho sempre trovato geniale. Quando pensi di aver percorso un tratto che t’ha portato da qualche parte, progredendo, si ritorna indietro e si ricomincia da dove hai iniziato. Quando bevo i rifermentati col fondo ripenso al gioco dell’oca: abbiamo fatto un lungo percorso, che via via ha determinato spumantizzazioni sempre più perfette, impeccabili, lasciandosi dietro ogni traccia di vinificazione tradizionale che poteva evocare, forse, un difetto. Se ripenso a cosa era l’esame per assaggiatore Onav un tempo, avere di fronte un vino chiaramente non filtrato, opalescente, doveva significare “errore”, quindi bocciatura.

E invece no: siamo tornati al punto di partenza. Perché le rifermentazioni naturali, ancestrali, non filtrate, col fondo (inserisci qui un altro nome) hanno generato (sorpresa, sorpresa) vini con un carattere dimenticato, spiazzante. E adesso che siamo tornati indietro non vorremmo progredire quasi più. Non è, davvero, un sentimento passatista, né snobismo retrò, e nemmeno il ritorno al buon selvaggio: noi siamo quelli che nel bicchiere cercano almeno una cosa: carattere. Nei colfondo ce n’è quanto ne vuoi. Quelli che vi presentiamo qui sono bianchi, perché ormai i colfondisti sono molti: non sono solo prosecco e non sono solo bianchisti. Ma per ora elenchiamo quelli. E considerando che quelli bravi sono numerosi, abbiamo faticato a circoscrivere l’hit parade in sole dieci etichette.

Bele Casel, Asolo Prosecco Colfòndo. È il primo della lista non solo per questioni di merito quanto perché Luca Ferraro, il vignaiolo che anima Bele Casel, è un vero agit prop sociale dell’idea di prosecco sui lieviti: con questo diciamo che, però, il suo Colfòndo (occhio agli accenti) è potentemente rappresentativo: già dal colore annuncia la mission, il naso parte fruttato (frutta bianca) per diventare altro, molto altro, essendo appunto il tipico rappresentante di una filosofia vinosa che produce vini in costante, esaltante progressione.

Casa Coste Piane, Valdobbiadene Prosecco Frizzante ..Naturalmente. Loris Follador è stato l’ultimo dei mohicani, strenuo difensore di una tipologia di Prosecco che solo oggi sta ritrovando la dignità che merita. Pietra angolare e termine di paragone per (quasi) tutti i colfondisti che sono arrivati dopo, è dal suo frizzante naturale che avrebbe senso iniziare per indagare la tipologia.

Ca’ dei Zago, Prosecco Col Fondo. È il nome nuovo nel Prosecco col fondo e all’unanimità già riconosciuto come un interprete di primissimo piano: dopo la laurea, Christian Zanatta scopre un modo meno invasivo di fare agricoltura e vino per avvicinarsi alla sua idea di purezza. Meno di 50 mg/l di solfiti indicati in retroetichetta, una rarità.

Orsi Vigneto San Vito, Pignoletto Frizzante sui lieviti. La bottiglia è già un’apparizione: il vetro trasparente rivela il colore opalescente – ma è meglio scuoterla prima di versarlo, dopo mezza giornata in piedi illimpidisce e il fondo si deposita. E questa è caratteristica comune a tutti i nostri colfondisti. Poi il tappo metallico a corona è un altro segno: nulla è più come prima, i parametri ormai sono sovvertiti. Il pignoletto vivace, il facile vino da allegria dei colli bolognesi, risorge in un tripudio di fiori e frutti bianchi, con una bollicina mordace e dissetante.

Cascina Boccaccio, Infernot. A Ovada Roberto fa essenzialmente dolcetto, e con il suo cortese (vitigno storicamente ideale per le bollicine, la vicina area di Gavi ce lo ricorda) tira fuori uno spettacolare rifermentato, sapido, scattante, con un formidabile timbro gastronomico – che tradotto significa: lo berresti con la qualunque.

Cascina Praiè, Marì Lumassina col fondo Colline Savonesi. In Liguria la lumassina è chiamata pure “buzzetto”, e il termine buzzo significa “acerbo”. Quest’uva che produce bianchi dalla spiccata acidità da anni viene anche spumantizzata in charmat, non sempre memorabili. Ecco perché la prima e per ora unica versione di rifermentazione naturale col fondo da lumassina è stata localmente accolta facendo la ola. Parte citrina, con una nota di lime acceso, e in bocca spiazza per l’asciuganza e il timbro quasi austero, per recuperare in una deliziosa lunghezza. Il vino è prodotto in joint venture con un’altra cantina (Sancio), e ha un’altra caratteristica molto ligure: ce n’è pochissimo.

Camillo Donati, Il Mio Malvasia. La verità è che a parlare di rifermentazioni il nome di Camillo Donati non può mancare da qualunque lista per alcun motivo al mondo. I colli sono quelli di Parma, e se è vero che il suo vino più famoso e diffuso è il Lambrusco è anche vero che i suoi bianchi sono una delizia, per il palato e per la pancia. Dal Sauvignon al Trebbiano fino alla Malvasia, vino che da sempre esplode in una meraviglia di aromi e di sapori. Per me un’altra bottiglia, grazie.

Croci, Colli Piacentini Monterosso Val d’Arda. E niente, i vini di Massimiliano Croci non spiccano solo per qualità ma anche, e soprattutto, per costanza: peculiarità questa che lo impone tra i (pochissimi) migliori produttori di vini a rifermentazione in bottiglia d’Italia. Che si tratti di Gutturnio o di Monterosso – taglio di malvasia, trebbiano e ortrugo – non c’è mai vino che non sia meno di squisito, alla faccia di tutte le possibili difficoltà che l’ultimo decennio ha portato con sé. Facile poi adesso fare i “surlié”, meno banale sbatterci la testa 15 anni fa, quando nessuno ne voleva sentire parlare. Monumento.

La Staffa, Mai Sentito. Libertà e divertimento, non c’è varietà che con il giusto piglio non sappia raccontarsi e divertire con quella gioia che solo i migliori vini frizzanti sanno esprimere. Per informazioni citofonare verdicchio e quel talento di Riccardo Baldi, giovanissimo animatore de La Staffa, a Staffolo, nei Castelli di Jesi. Freschezza, beva, allungo (e produzione confidenziale ma *chissenefrega*, è buonissimo).

Il Farneto, Rio Rocca, Spèrgle Frizzante. Reggiana, tenace, su argilla e sabbia che sciolgono finemente il palato. Spergola e un tocco di sauvignon. Da non confonderli, mi raccomando. Per non confondersi. Un tempo, in quel vino, ci inzuppavano il belsone, un dolce locale a pasta secca. Condotta in biodinamica, dopo vivace fermentazione con i compari suoi (lieviti), fa presa di spuma in bottiglia coadiuvata dal mosto fiore della stessa annata. In fondo, rimane il fondo. Fresca di limone, salvia, mele e fiori bianchi lascia appagati gli spiriti più bollenti per un’estate che qua e là si è già mostrata e che altrove attarda a comparire.

I testi sono a cura della mente collettiva formata da Fiorenzo Sartore, Jacopo Cossater, Pietro Stara. Sulla tipologia da queste parti abbiamo antiche consuetudini, del resto.

14 Commenti

avatar

vinogodi

circa 1 anno fa - Link

...de gustibus ...

Rispondi
avatar

Sergio

circa 1 anno fa - Link

manca senz'altri lo Zero Infinito, Solaris di Pojer & Sandri, forse il più "pulito" di tutti quelli citati

Rispondi
avatar

Claudio Nadal

circa 1 anno fa - Link

Il più pulito se togli il centimetro di fondi....un po' troppo anche considerando la categoria. Manca sicuramente il buonissimo Roncaie di Stefano Menti (Garganega di Gambellara) e Il Radice di Alberto Paltrinieri (Sorbara): davvero immancabili....

Rispondi
avatar

Jacopo Cossater

circa 1 anno fa - Link

Bravissimo Giovanni Menti e d'accordo sul Radice, ma questo era elenco dedicato ai bianchi ;)

Rispondi
avatar

Luca Miraglia

circa 1 anno fa - Link

Vero è che la tradizione dei "rifermentati in bottiglia" appartiene storicamente al Nord - ed in particolare al Veneto ed all'Emilia - ma, atteso che non vedo menzionato alcun vino di tale tipologia prodotto nel meridione, vorrei menzionare, sia perchè è buonissimo sia perchè gode di un incredibile successo anche al di fuori dei confini nazionali nonostante la piccolissima produzione, il La Matta dell'azienda Casebianche di Torchiara, in provincia di Salerno, nel comprensorio cilentano, ricavato da uve Fiano al 100%.

Rispondi
avatar

Claudio Nadal

circa 1 anno fa - Link

Buonissimo !!!

Rispondi
avatar

Luca Ferraro

circa 1 anno fa - Link

Un semplice Grazie.

Rispondi
avatar

patrizia

circa 1 anno fa - Link

Nuovo nuovo il surl lie di Porta del Vento in Sicilia!!!! Ma anche a Nord, Gajante e Bolle Bandite....Solo una nota: i col-fondo non sono graditi a tutti, men che meno ai ristoratori..

Rispondi
avatar

luca Formenti

circa 1 anno fa - Link

Ultimo colpo di fulmine: sciambagn di lammidia (Abruzzo).

Rispondi
avatar

Riccardo Selezionati

circa 1 anno fa - Link

Vi dimenticate di Adami che produce questa tipologia da più di 80 anni, ed è sempre fra i migliori….. e tra l’altro il suo è Valdobbiadene Prosecco Docg, che rispetta quindi delle regole precise ed è sicuramente prosecco. Lo bevo da tanti anni. Tanti altri sono vini che non hanno un nome. Anche Nicos Brustolin fa un bel vino bianco col fondo. Non so se è prosecco, ma è buono. L’ho bevuto a Vicenza.

Rispondi
avatar

Mauro Massarin

circa 1 anno fa - Link

Io trovo molto interessanti anche "Z" il Vermentino frizzante di Quartomoro e il Prosecco Colfondo di Casa Belfi. Senza nulla togliere a tutti gli altri vini già citati (me ne mancano ancora da assaggiare..)

Rispondi
avatar

Angelo Cantù

circa 1 anno fa - Link

Conosco ed apprezzo da anni i vini di Marco Rizzardi (Crocizia, piccola Azienda nel comprensorio di Langhirano). In particolare segnalo le due versioni di Malvasia, Znestra e Besiosa che si differenzia per un periodo di macerazione sulle bucce. Sono a mio modestissimo parere due vini encomiabili per carattere e bevibilità. Così come giustamente ricordato per i vini di Stefano Menti, credo che anche quelli di Crocizia non possano mancare in questo elenco.

Rispondi
avatar

andrea jermol groppi

circa 1 anno fa - Link

Spettacolare di nuovo Miotto.

Rispondi
avatar

Gigi miracol

circa 1 anno fa - Link

Che in questa lista non appaia quello che è stati la vera rivoluzione "contadina di questo vino e che è il punto di riferimento di tutti i nuovi vignaioli legati alla tradizione come il 280 slm di costadilà sia dal lato tecnico (macerazione .uve miste zero solforosa ,tirage mol mosto delle stesse uve appassite una quota passata in botte d'acacia pressione 2 bar) sia per packing rivela una suoerficialità culturale a prescindere dal gusto mettere poi incima alla lista un vinello costruito e tendente allo spumante più che al vino tradizionale conferma la mia ipotesi Ps prima dei vostri nella marca ci sono almeno 5-6 rifermentati con radici culturali molto più profonde

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.