Missione impossibile o quasi: definire il Chianti Classico in sole 30 bottiglie

Missione impossibile o quasi: definire il Chianti Classico in sole 30 bottiglie

di Lisa Foletti

Mi sento come uscita da una centrifuga a 1600 giri e 90 gradi. Non che io abbia mai tentato l’esperienza, ma credo di immaginare cosa si provi. Il processo dura solitamente una decina di minuti, il mio è durato circa 3 ore, il tempo di degustare 30 Chianti Classico alla cieca.

Insieme alla solita banda di amici beoni, di cui rappresento l’unico cromosoma doppio X, si è deciso di scandagliare le cantine dei più riforniti tra noi – gli accumulatori seriali – e fare una carrellata di tutti i Chianti Classico che potevano saltarne fuori. Abbiamo così racimolato una batteria di 30 bottiglie, dal 1964 al 2014, e senza suddividerle per zona né per produttore, le abbiamo disposte in ordine di annata e stagnolate, per degustarle alla cieca.

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Innanzitutto, perché proprio il Chianti Classico?
Perché è una denominazione che copre un’area morfologicamente e geologicamente variegata di 71.800 ettari su 8 diversi Comuni, con una produzione annua pari a 35/38 milioni di bottiglie destinate per l’80% circa al mercato estero (soprattutto USA), con una storia antica e un disciplinare di produzione (del Chianti prima, del Chianti Classico poi) che ha subito diverse trasformazioni nel tempo. Uno dei vini italiani più noti al mondo, blend di sangiovese (min. 80%) e altre uve a bacca rossa (fino alla vendemmia 2005 era ammesso anche un 6% di uve a bacca bianca), sempre meno bevuto e apprezzato dagli enofili italiani. Io per prima ho sentito la necessità di dedicargli una serata, anche solo per prenderci confidenza e provare a capirci qualcosa in più.

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E perché una degustazione così “casuale”, massiva e apparentemente incosciente?
Perché ogni tanto credo sia opportuno provare a mettersi nei panni del consumatore curioso, anche di quello meno esperto, e vedere cosa si riesce a capire (se qualcosa si può capire) di una denominazione e di un’area geografica da una serata di assaggi come questa: 30 Chianti Classico di annate, zone e produttori diversi, che non costituiscono certo una panoramica esaustiva della denominazione, ma possono dare un’idea delle difficoltà che si incontrano nella “lettura” di un territorio così vasto e variegato, e di un vino figlio di mille e una variabile.

Non descriverò nel dettaglio tutti i vini assaggiati, in primis perché potrebbe risultare mortifero, e in definitiva perché preferisco soffermarmi sui casi più rilevanti a vario titolo, e provare a spingermi in qualche riflessione di carattere generale.

Vale la pena tuttavia elencare ciò che abbiamo bevuto:
– Monte Bernardi Riserva 2014
– Mazzei Fonterutoli 2013
– Bottega Acino d’Oro 2012
– Castell’in Villa 2011
– Mazzei Castello Fonterutoli Gran Selezione 2011
– Viticcio 2011
– Mazzei Ser Lapo Riserva 2011
– Antinori Badia a Passignano Gran Selezione 2009
– Tenuta di Lilliano 2009
– Castelli del Grevepesa Castelgreve Riserva 2009
– Castello San Donato in Perano Riserva 2008
– Coli Villa Montignana Riserva 2008
– Villa Cerna Riserva 2007
–  Agricoltori del Chianti Geografico Montegiachi Riserva 2006
– Martini di Cigala San Giusto a Rentennano 2006
– Castelli del Grevepesa Clemente VII Riserva 2006
– Barone Ricasoli Rocca Guicciarda Riserva 2006
– Badia a Coltibuono 2006
– Villa Cerna Riserva 2005
– Poggio Bonelli 2005 (bott. 0,375 l)
– Castello di Tornano 2005
– Ruffino Riserva Ducale Oro 2004
– Canonica a Cerreto 2003
– Castello di Tornano Riserva 2003
– Ruffino Riserva Ducale Oro 2000
– Barone Ricasoli Brolio 1998
– Barone Ricasoli Castello di Brolio Riserva 1995
– Antinori Badia a Passignano Riserva 1993
– Badia a Coltibuono 1982
– Badia a Coltibuono Riserva 1964

Marcato lo stile piacione e americaneggiante di Mazzei e Antinori, nelle note rotonde, fruttate e boisé del Fonterutoli 2013 e del Fonterutoli Gran Selezione 2011, come in quelle morbide e tostate del Ser Lapo Riserva 2011 (tappo non perfetto) e del Badia a Passignano Gran Selezione 2009; caratteristiche ricorrenti anche nel Badia a Passignano Riserva 1993 (la Gran Selezione non era ancora stata inventata, all’epoca) che però non ha retto il passare del tempo e si è presentato stanco, spento, fungino e torrefatto.

Di Barone Ricasoli non è stato facile tracciare un identikit stilistico dopo i nostri assaggi, perché il Rocca Guicciarda Riserva 2006 era pesantemente inficiato dal tappo, il Brolio 1998 era fiacco e moribondo, con sentori evoluti di fico caramellato e verdura cotta, corto e amarognolo in bocca, mentre il Castello di Brolio Riserva 1995 si è rivelato uno dei migliori assaggi della serata, figlio di un’annata felice, decisamente fine con i suoi accenti di mon chéri, liquirizia e caffè, ancora scattante in bocca.

Forse, se vogliamo trovare un filo conduttore in queste bevute, possiamo dire che i vini più convincenti e interessanti della serata si sono collocati quasi tutti nella zona di Gaiole in Chianti, a partire dal Castello di Brolio testé menzionato. Da Gaiole è arrivato infatti il miglior bicchiere di tutta la batteria, il San Giusto a Rentennano 2006 di Marchesi di Cigala: ha esordito con un naso immediatamente luminoso e integrato, elegante, giocato su contrappunti eterei e tostati, goloso di ciliege sotto spirito, assecondato da una bella bocca fresca, snella ma tridimensionale. Bel risultato, sempre a Gaiole, anche per i vini di Badia a Coltibuono: mentre il 2006 si è presentato al naso lievemente ridotto, svelando poi la cipria, la violetta e una piacevole oliva nera, ma rimanendo un po’ scoordinato e statico al sorso, la vera rivelazione è stata nel 1982 e ancor più nella Riserva 1964, sorprendentemente vivi e freschi, con terziarizzazioni avanzate ma molto eleganti, soprattutto la Riserva, che ha regalato più volume e materia, con sbuffi di noce, liquirizia, corteccia e rabarbaro, e una bocca ancora incredibilmente salivante.

Sempre da Gaiole, ma totalmente prive della necessaria longevità, le due bottiglie di Castello di Tornano: sia il base 2005 che la Riserva 2003 hanno mostrato chiari segni di cedimento, con toni di tisana, fieno secco e marsala il primo, sedano bollito e minestrone il secondo (non agevolato dell’annata calda).

Da Castellina in Chianti, invece, è arrivata l’altra testa di serie della serata, la Riserva Ducale Oro 2000 di Ruffino, dove si percepivano le note delicatamente vegetali di sfalcio fresco e pepe verde del cabernet sauvignon, insieme ai piccoli frutti rossi e alle spezie, che contribuivano a creare un naso di classe, esaltati da un sorso agile, allungato e molto fine. Meno elegante e brillante il 2004, con qualche sbuffo di salamoia e di stalla non proprio piacevole.

Peccato per il Castell’in Villa 2011, lievemente inficiato dal tappo, ma finissimo nelle sue volute floreali e fruttate, con una bella materia vivida e persistente in bocca, sporcata solo un po’ dalla chiusura amarognola della TCA.

Del Villa Cerna Riserva abbiamo preferito il 2007 al 2005, quest’ultimo davvero scomposto e poco pulito al naso, con sentori di caseina e acciughe, mentre il primo si è imposto con un piglio dritto e austero, tutto improntato sull’oliva nera, l’inchiostro, la china e il vegetale del fico d’india.

Interessante il Monte Bernardi Riserva 2014, sicuramente giovane e non ancora integrato, col suo naso scuro, ematico e lievemente selvatico, e una bocca tesissima, snella, dai ritorni fragranti di frutto.

In sintesi, è stato pressoché impossibile individuare qualche fil rouge in queste bevute, all’interno delle singole zone così come nella più ampia denominazione, o in una stessa annata.

È evidente come, negli ultimi 20 anni, le cantine dei miei amici (e non solo le loro, presumo) si siano riempite di Chianti Classico che hanno fatto la storia della denominazione ma che oggi, forse, costituiscono un modello “superato”, con uno stile sempre più lontano dal gusto italiano contemporaneo. E certamente nel nostro panel di degustazione sono mancate molte aziende significative e rappresentative dell’attuale panorama chiantigiano. A questa doverosa considerazione si aggiunge la consapevolezza di aver coperto, in una sola carrellata di assaggi, 50 anni di storia del Chianti Classico, con tutta la variabilità del caso in termini di annate, disciplinari di produzione, gusti e stili.

Non di poco conto anche la questione degli uvaggi: quel 20% di uve diverse dal Sangiovese (tra Canaiolo Nero, Colorino, Merlot, Cabernet Sauvignon e, fino al 2005, Trebbiano Toscano e Malvasia), facoltativo ma tradizionalmente in uso, contribuisce a incrementare la variabilità del prodotto, sommandosi alla grande varietà dei suoli e delle caratteristiche pedoclimatiche dell’area geografica.

Per concludere, poi, una piccola riflessione in merito alle tipologie Riserva e Gran Selezione: ci siamo chiesti ripetutamente se davvero possano costituire un’eccellenza produttiva, specialmente la Gran Selezione, che dovrebbe rappresentare il vertice della piramide qualitativa; dai nostri assaggi è emersa più di qualche perplessità, spesso amplificata da considerazioni sul prezzo, non sempre giustificato.

Or dunque, se un bevitore esperto e appassionato è ben conscio del fatto che non bastano anni di assaggi, degustazioni, approfondimenti, conoscenza del territorio e dei singoli produttori per azzardare una mappatura della zona e afferrare la vera anima del Chianti Classico (semmai ce ne fosse una), che ne è del curioso ma inerme consumatore che sceglie un “Chianti Classico DOCG” con l’intento di capire se quella tipologia è nelle sue corde, se corrisponde a ciò che cerca o all’idea che si è fatto di quel vino?

Quei 30 assaggi alla cieca hanno confermato che il Chianti Classico è un’autentica Babele, di cui è veramente impervio carpire l’identità.

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Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

9 Commenti

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MG

circa 8 mesi fa - Link

Proprio una bella degustazione e vorrei aggiungere che per me le note ci stavano, chi se le vuole leggere le legge, gli altri possono sempre saltarle. Zona comunque con tantissimi produttori di alto livello che pero' ancora include troppe produzioni che non arrivano ad un livello decente necessario per migliorare il livello medio.

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mariazzo

circa 8 mesi fa - Link

Complimenti per l'articolo, una bella analisi. Anch'io, da consumatore medio, mi sono posto la domanda sulla necessità di aggiungere la tipologia "la gran selezione" quando sappiamo che il produttore ha mille altri modi per definire un determinato vino come TOP.
Per quanto riguarda il fil rouge mancante nel chianti classico probabilmente, come ha accennato, è da ricercare proprio in quel 20% di vitigni diversi che vengono utilizzati e che stravolgono completamente un prodotto rispetto ad un'altro. Non vorrei dire una bestemmia, ma se azzardasse a modificare il disciplinare con l'utilizzo di 100% sangiovese, probabilmente si troverebbe più uniformità e maggior territorialità.

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MG

circa 8 mesi fa - Link

Ci stavo pensando, ma cosi si escludono quei vitigni autoctoni che tanto hanno dato e stanno dando al Chianti classico, spesso comunque usati per un 10% soltanto. D'altro canto se si e' voluta fare una gran selezione, si poteva fare 100% Sangiovese, da un lato per equipararla al Brunello, dall'altro magari potevi sondare con questa mossa la possibilita' di far rientrare nella denominazione qualche supertuscan 100% Sangiovese. Amo il Chianti classico ma per dire di Gran selezioni non he ho messa in cantina neanche una e fra i produttori che conosco meglio e ho visitato, nessuno la fa, qualcosa vorra' pur dire.

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Andrea Gori

circa 8 mesi fa - Link

Peccato che il Chianti Classico come da tradizione non sia assolutamente un territorio vocato al 100% di sangiovese...e che anche oggi non sia una formula valida e una strada percorribile da tutti. Storicamente è sempre stato un assemblaggio e anche se per un periodo si sono preferiti i vitigni internazionali ai locali non è pensabile il passaggio verso il monovitigno.
Tutto sta a come si lavora...definireste Istine poco territoriale solo perchè c'è del merlot?

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Angela Fronti Istine

circa 8 mesi fa - Link

Caro Andrea, visto che qualcuno mi ha telefonato anche in ufficio e ieri al Mercato Fivi a Piacenza in diversi appasionati di Istine ed evidentemente attenti lettori di Intravino erano perplessi...colgo l'occasione per chiarire.... Nel Chianti Classico abbiamo messo una piccola percentuale di merlot dall'annata 2009 fino alla 2011 (quindi immagino che tu ti riferissi a una di queste annate), dal 2012 al 2013, resta un assemblaggio con un po'di colorino e canaiolo, dalla 2014 in poi sangiovese 100% soltanto perchè è stata estirpata la vigna con il Canaiolo e quello che abbiamo ripiantato non è ancora in produzione, mentre i tre filari di colorino sono accanto al bosco e negli ultimi anni vengono divorati dai caprioli. La mia idea è per il futuro in effetti è per il Chianti Classico annata quella di tornare alla tradizione e rimettere del Canaiolo visto che in effetti si tratta originariamente di un vino di assambleggio, anche se così come è adesso con solo sangiovese mi piace moltissimo. Quanto al merlot che abbiamo sempre in vigna, lo mettiamo nella massa che vendiamo sfuso (ancora non siamo in grado di imbottigliare tutto ciò che produciamo), tuttavia con l'annata 2015 abbiamo imbottigliato 900bt di igt merlot come esperimento. Visto che la vigna sta a 550 mt di altitudine, esposta a nord ovest e immersa in un bosco, alla fine si riesce a sentire il territorio e l'eleganza di Radda anche con questa varietà internazionale. Tutto il resto sangiovese.

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Salvo

circa 8 mesi fa - Link

In questa frase si racchiude il fallimento di una DOCG, ma più in generale, il fallimento delle classificazioni italiane in tema di vino: "Per concludere, poi, una piccola riflessione in merito alle tipologie Riserva e Gran Selezione: ci siamo chiesti ripetutamente se davvero possano costituire un’eccellenza produttiva, specialmente la Gran Selezione, che dovrebbe rappresentare il vertice della piramide qualitativa; dai nostri assaggi è emersa più di qualche perplessità, spesso amplificata da considerazioni sul prezzo, non sempre giustificato." Se emergono perplessità sul valore dei vini legati alle suddette diciture, automaticamente si svilisce l'autorevolezza del termine e lo si rilega ad un aspetto puramente commerciale/marketing. Questo allora non è più un mezzo di supporto per il consumatore non esperto, bensì una forma velata di inganno.

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gp

circa 8 mesi fa - Link

Dalla manovra azzardata dell'istituzione della Gran Selezione da parte del Consorzio Chianti Classico, che qualche altra Doc (si sa del Collio) sta per imitare più sensatamente come scalino Docg, mi sembra esagerato far discendere un generale "fallimento delle classificazioni italiane in tema di vino".

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Andrea Gori

circa 8 mesi fa - Link

sono d'accordo...ma soprattutto direi che per quanto riguarda la Gran Selezione i dati di vendita non sono così negativi come si sostiene. E in ogni caso secondo me occorre aspettare almeno altri 5 anni per fare un bilancio sensato sulla nuova tipologia

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andrea

circa 8 mesi fa - Link

Ho ancora una bottiglia di Lilliano 2009 ultima di 12 e 6 del 2010 pure su 12. Per me è stato un Chianti Classico paradigmatico che ho particolarmente apprezzato. Parlo al passato perché da quando c'è la Gran Selezione il base non è più lo stesso. E mi sembra che questo fenomeno non riguardi solo Lilliano.

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