Io mi tengo il Brunello, e pazienza per il cavolfiore e le mutande

Io mi tengo il Brunello, e pazienza per il cavolfiore e le mutande

di Stefano Cinelli Colombini

Finita la bufera del Vinitaly, torniamo stremati ai nostri borghi sperduti e ripiombiamo nei soliti discorsi che si ripetono uguali in tutte le terre dei grandi vini italiani; in Valdorcia, nelle Langhe o nella Valpolicella, è ovunque la stessa minestra. Chiude il verduraio, e subito noi “indigeni” iniziamo a piangere; i nostri paesi sono morti, ci sono solo enoteche, non c’è più un buco dove si vendano mutande, tutto è carissimo e non si trova un parcheggio. Abbiamo perso l‘anima, ci sono solo villani arricchiti col SUV! Altri sono più “ottimisti”; sì, è stato fatto tanto, ma quante cose mancano. Non bastasse, tra gli “esperti” che si occupano di noi qualcuno si lamenta di una classe imprenditoriale impreparata, “rustica” e incapace di progetti di ampio respiro.

Mah, è evidente che siamo tra le terre più belle, vitali e ricche d’Italia, e basta il duraturo successo di Brunello, Barolo e Amarone a dimostrare che queste critiche sono ingiuste; comunità scombinate di gente dappoco non sarebbero mai riuscite a portarli nel mondo, e figuriamoci farli durare. E allora perché proprio chi ci è più vicino ci vede così? Perché non è facile capire davvero ciò che siamo diventati, anche per noi. E, quel che è peggio, siamo prigionieri di una sfilza di stereotipi. Ad esempio, anche se produciamo vini di eccellenza assoluta e competiamo con successo in tutto il mondo, molti pensano che siamo per lo più simpatici villani con le scarpe grosse e il cervello fino, annoiati aristocratici in tweed o fuggiaschi dalla città alla ricerca di loro stessi tra le vigne; ridicolo, come quando si credeva che dei dilettanti potessero vincere le Olimpiadi.

Si pensa che in questi borghi fatati la vita scorra placida, sonnolenta, e non cambi mai nulla. No, è la campagna impoverita qui intorno ad essere così, e infatti è campagna impoverita. Noi siamo altro, siamo quelle comunità speciali che hanno imposto al mondo un grande vino. Per ottenere una cosa simile non bastano uva, clima e territorio, altrimenti tutte le centinaia di posti vocati d’Italia venderebbero milioni di bottiglie a prezzi alti. Un Grande Vino è frutto della cultura, della storia e delle tradizioni di una comunità.
È cultura perché per inventarsi una sintesi di successo tra la vocazione di un territorio e ciò che vorrà il mercato ci vuole tanta cultura.
È storia condivisa, perché per affinare la tecnica ideale ci vogliono decenni (o secoli), e se ogni generazione riparte da zero non si arriva mai.
È tradizione perché nel vino molte cose non si trovano nei manuali, si passano da persona a persona.

Per avere un successo mondiale tutte queste cose devono confluire in una comunità che sappia gestire i cambiamenti, salvaguardare la sua identità e rialzarsi dopo le crisi, perché prima o poi qualche tegola sul capo ti cade. Quante ce n’è di comunità così, e che siano anche in luoghi dove la natura regala grandi vini? Pochissime. E infatti i vini noti nel mondo sono pochissimi. Così non vi lamentate se nei nostri paesi ricchi, vitali e che danno tante possibilità ai giovani non si può più comprare un buon cesto di insalata o un paio di mutande; una comunità “vera” non è il posto con tante botteghe per chi ci vive e ci lavora e dove poi ci si trova a giocare a briscola.

Quello è un centro commerciale con annesso dopolavoro. Una comunità “vera” è quella che ha elaborato un proprio modello sociale, economico e culturale vitale, che ha un’identità forte, che dà benessere ai suoi, che integra chiunque senza perdere se stessa e sa offrire un futuro sostenibile ai suoi giovani. Questo siamo noi. E se mi tocca andare a comprare le zucchine con la macchina qualche chilometro più in la, tanti saluti ai ravanelli; io mi tengo il Brunello.

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17 Commenti

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Nicola

circa 3 mesi fa - Link

Sono in linea di massima d' accordo ma bisogna anche ammettere che il processo non è stato uniforme in tutte e tre le aree citate. Mi limito a parlare delle aree che conosco bene (Val d' Orcia e Valpolicella).
In Val D' Orcia, anche per la oggettiva bellezza dei borghi storici, si ha una sensazione di bella vetrina a uso e consumo del turista con buona/ottima capacità di spesa con , a mio parere, un netto processo di gentrificazione in atto.
Tutto ciò è molto meno presente e marcato in Valpolicella, anche se è evidente che un confronto tra Negrar o Fumane con Montalcino o Montepluciano sia di fatto inutile e velleitario. Rimane il fatto che fruttivendoli/macellerie storiche e bar da tresette in Valpolicella se ne trovano ancora, in Val D' Orcia francamente ne ho visti pochi... senza dubbio molti meno dei venditori di pecorino, pici e tartufo, grandi rossi e olio d' oliva locale
Forse la questione dovrebbe essere posta, credom in una maggiore attenzione alla conservazione delle realtà popolari e storiche nei borghi di comunità che hanno conquistato un nuovo benessere.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Bar da tressette ci sarebbero, ma non ci sono più quelli che giocano. È che siamo tutti di corsa dietro al lavoro, all’estero o persi dietro alle mille grane da risolvere, e nessuno esce più. Facciamo un lavoro bellissimo in un posto sempre più straordinario, però il prezzo è questo.

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Alessandro

circa 3 mesi fa - Link

Nicola, in che senso dici che il confronto sarebbe inutile e velleitario? Spiega meglio il parallelo, sarebbe interessante per tutti.

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Nicola

circa 3 mesi fa - Link

Alessandro intendo dal punto di vista turistico e storico. I borghi di Montalcino e Montepulciano hanno una storia e una bellezza intrinseca che , e lo dico da veronese orgoglioso di casa mia, Negrar e Fumane non hanno. Per cui in quel senso la mia opinione di eccessiva ricchezza e lusso per turisti (a discapito di realtà popolari tradizionali) è più adeguata ai borghi della Val d' Orcia che non alla Valpolicella.
Di fatto il turista si ferma a Verona dove ha molto più da fare e da vedere. Viene in Valpolicella magari con un autobus che lo scarica direttamente in cantina, dove viene accolto in una bellissima villa e da cui riparte con il vino verso un altra cantina, o di nuovo in hotel in città, ma il borgo di per sè non lo vede neanche.
Sulle differenze/confronti vinicoli invece non entro, terreno spinosissimo :-) !

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Gianni Morgan Usai

circa 3 mesi fa - Link

Intanto anche i vignaiuoli potrebbero vendere mutande..

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Giuseppe

circa 3 mesi fa - Link

Ma a Montalcino e dintorni non ci sono più operai, impiegati e pensionati? Stefano quel che dici è vero ma dimentichi che a "pagare dazio" quando una realtà si trasforma come la vostra sono certe fasce di popolazione non toccare, nel vostro caso, dal fenomeno vino. Qualcuno usa il termine gentrificazione.
Non è una critica sia inteso solo una constatazione di un altro aspetto che secondo me interessa le zone che, per un motivo o per un altro, "cambiano pelle" cosi velocemente
Saluti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

A Montalcino ci sono molti pensionati e molti operai, ma in una piccola comunità con più di 300 viticoltori il benessere portato dal vino finisce per toccare quasi tutti. Gentrificazione è un’altra cosa, è quando i ricchi “cacciano” i poveri dal loro quartiere e lo colonizzano; qui è la popolazione locale ad essere diventata benestante. È molto diverso.

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Giuseppe

circa 3 mesi fa - Link

Se le cose stanno cosi` allora in effetti sono lamentele inutili. Tuttal piu` motivate (ma non giustificate) dal fatto di "essere rimasti" fuori dalla spartizione della torta. E` sempre successo, anche altrove, ricordo negli anni '80 in Valtellina col boom dello sci e la ricchezza che porto` a una fetta di popolazione mentre gli altri non erano proprio... entusiasti di quel che avveniva intorno a loro. Ecco forse il valore di una comunita` che si e` vista accrescere sensibilmente la ricchezza si vede proprio dalle ricadute "extra", ad esempio impiegare i soldi per migliorare quella fetta di gente che non ha avuto la fortuna di partecipare

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Veramente qui gli “esclusi” sono davvero pochissimi, la disoccupazione non c’è e con oltre 600 attività varie di cui 300 vinicole su 5.800 abitanti quasi tutti hanno in famiglia un produttore o un negoziante. Soprattutto considerando che più dei due terzi del Brunello è prodotto da piccole e piccolissime aziende. Noi siamo una comunità, siamo cambiati ma per ciò che conta lo restiamo e abbiamo cura dei nostri. Ma aver cura dei nostri non vuol dire mantenere per forza attività commerciali che non hanno più un futuro qui, come un negozio che vende calze o mutande; oggi qui ha più senso la bottega della ragazza che fa bellissime bambole artistiche dipinte, o l’artigiano delle pipe, le varie sartorie che fanno anche tessuti o la pasticceria artigiana di grande livello. O chi fa bellissime ceramiche. Nascono tante occasioni di lavoro e di soddisfazione professionale, diverse da quelle che c’erano ma vitali. Il mondo cambia, una comunità viva salva la sua anima se cambia le sue forme, e se ci fissiamo di conservare un verduraio che non ha più mercato ci scordiamo di quanto è importante che siano nate tante attività nuove che prima non erano neppure pensabili. Questo è il modo vero per non creare esclusi, non la fossilizzazione di cose ormai inutili salvate con denaro pubblico.

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Giuseppe

circa 3 mesi fa - Link

Bè messa così è davvero difficile darti torto, direi impossibile non condividere in pieno il tuo ragionamento. Saluti Giuseppe

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elle

circa 3 mesi fa - Link

bel post e bella discussione, applicabile anche ad altri ambiti (lavoro nel settore legale, e certi spunti sono ugualmente condivisibili). grazie per aver condiviso con noi queste considerazioni.

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Giovanni

circa 3 mesi fa - Link

Sì ok, benissimo la cultura, la storia condivisa e la tradizione. Intanto però al successo di Montalcino ci hanno dovuto pensare gli americani...senza Banfi cosa ne sarebbe stato del bel borgo e relativi bei vini?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Ancora questa vecchia leggenda? Mah, con il massimo affetto e la massima stima per Banfi, grande azienda e ottimo collega, il Brunello è una realtà un bel po’ più grande di qualunque singola azienda. La mia Fattoria dei Barbi per mezzo secolo (dal 1935 al 1985) ha prodotto circa metà del Brunello, eppure neppure noi siamo stati determinanti; pensi lei quanto può esserlo stata l’ottima Banfi, che nella sua storia ha rappresentato solo tra il cinque ed il dieci per cento del totale. Siamo trecento produttori, tutti utili ma nessuno indispensabile.

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Giovanni

circa 3 mesi fa - Link

Non mi fraintenda, io non mi riferivo al volume prodotto o alla qualità - e detto per inciso io preferisco di gran lunga i suoi vini a quelli di Banfi, né alla fetta di mercato rappresentata da una o altra cantina, quanto più al salto d’immagine e divulgazione internazionale che il Brunello ha guadagnato grazie alla loro visione di marketing, enoturismo etc. la mia non era una critica, ma una genuina domanda: mi chiedo, e le chiedo, se senza Banfi oggi il Brunello sarebbe così stimato all’estero o continuerebbe sì una bella realtà, ma appena apprezzata localmente como tante altre nostre pregiate ma poco conosciute DOCG.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Banfi è certamente una bella azienda, ma è venuta a Montalcino per sviluppare un grande e vasto programma di Moscadello. Centinaia di ettari di questo vitigno, e una campagna di immagine e promozione mirata su quel vitigno. Poi, a metà anni ‘90, la svolta e una nuova spinta verso il Brunello che però era già da almeno vent’anni un must internazionale. Certo Banfi ha contribuito, utile come tutti ma determinante non direi.

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Giovanni

circa 3 mesi fa - Link

Ok, grazie.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Per completare l'analisi, ci sarebbe una cosa da aggiungere. Di certo Banfi è stata una delle aziende che nei (molti) secoli di storia del Brunello ha fatto di più per la nostra Denominazione. Sarebbe ingiusto non riconoscerlo. Però anche loro come noi Colombini, come i Biondi Santi, come i Costanti, come gli Anghirelli, come i Padelletti e come qualche altro che ormai vive solo nei ricordi, non è stata indispensabile. Utile certo, e molto, ma anche senza ciascuno di noi il Brunello sarebbe importante lo stesso. Perché il Brunello è frutto del lavoro di tante, tantissime aziende e ciascuno ha portato il suo mattone. Insieme abbiamo fatto una muraglia.

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