La mia prima volta. Ovvero: l’etichetta che m’ha fatto diventare quello che sono/8

di Andrea Marchetti

L’inizio è stato dei peggiori e mai avrei pensato che mi sarei appassionato a quel liquido puzzolente. Ebbene sì, ho proprio scritto puzzolente. Da ragazzino, ovviamente, di vino in casa ne circolava e quando raggiunsi l’età giusta mi fu proposto di assaggiarlo, addirittura mio nonno mi avrebbe dato un premio in denaro se avessi bevuto il mio primo bicchiere, probabilmente la vedeva come una sorta di iniziazione. Ma quell’odore mi disgustava e non cedetti. Qualche anno dopo avrei capito il perché: il vino che mi veniva offerto era il cosiddetto “vino del contadino”, un orrendo campionario di difetti e probabilmente è da questa esperienza che mi è nata l’avversione, che tuttora mantengo, per un certo tipo di “artigianato” male assortito, per puzze, ossidazioni et similia.

Per la svolta, per la mia “prima volta”, avrei dovuto aspettare ancora qualche anno, che un certo Bacco incrociasse una certa Venere: lui finalmente era pulito e ben fatto, lei era giovane e bella ed io avevo una cotta paurosa. Questa alchimia, questo incontro, ha segnato un punto di non ritorno. Fino a quel momento erano state più che altro pizzerie e trattorie alla buona, ma da lì in avanti il buon cibo, unito ad un certo tipo di compagnia e ad un buon vino non ha mai smesso di esercitare su di me il proprio fascino, il tutto condito da quel filo di ebbrezza che solo Dioniso sa dare; c’era pure un intravvedere che la padronanza della materia enoica poteva avere una certa componente di esclusività… ed al tempo questa cosa mi piaceva. Ma qual era l’etichetta della svolta? Qual era la bottiglia della “prima volta”, di quella cena e di quell’attrazione consumata in un ristorante di Pisa (Venere era toscana)? Non esiste, era uno sfuso, ma mi piace immaginare che fosse un Sangiovese.

Da lì è nato tutto ciò che sarebbe venuto dopo: la ricerca del vino quale specchio di un territorio, l’incontro con il dio del vino rinchiuso in una bottiglia, Rayas, la mia etichetta preferita su tutto e tutti; purtroppo avrei conosciuto anche l’amara consapevolezza che esistono vini fatti solo di carta ed inchiostro, anzi, scusate, di tastiera e monitor. Ma di questo parleremo un’altra volta.

[La prima puntata, la secondala terzala quarta, la quintala sesta e la settima].

4 Commenti

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Cristiana Lauro

circa 6 anni fa - Link

Un premio in danaro per bere??? Il paese dei balocchi...la terra promessa...il mondo ideale e il migliore dei mondi possibili. Sono scattati 3.000.000 di invidiowatt. 'Sto conguaglio mi metterà sul lastrico.

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Sir Panzy

circa 6 anni fa - Link

"il vino che mi veniva offerto era il cosiddetto “vino del contadino”, un orrendo campionario di difetti e probabilmente è da questa esperienza che mi è nata l’avversione, che tuttora mantengo, per un certo tipo di “artigianato” male assortito, per puzze, ossidazioni et similia". Seguono 90 minuti di applausi. :)

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gabriele succi

circa 6 anni fa - Link

Quoterrimo...vale la stessa cosa per me...solo che il cosiddetto vino del contadino, lo facevano i braccianti che rimasero a lavorare in azienda dopo la morte di mio nonno...mia madre il vino lo voleva ugualmente e quindi ci toccava bere quella roba lì... E' anche per quello che ho cominciato a farlo io dall'età di 23 anni...però prima di decidermi a commercializzarlo ho fatto passare altri 13 anni... ...decisamente troppi... :(

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Vittorio

circa 6 anni fa - Link

Il vino del contadino non mi ha mai entusiasmato, mi ricordo che il primo vino che mi piaque veramente fu il Vintage Tunina di Jermann

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