Le Grandi Storie 2019 di Intravino all’Osteria dell’Unione (spoiler: è stato un successone!)

Le Grandi Storie 2019 di Intravino all’Osteria dell’Unione (spoiler: è stato un successone!)

di Alessandro Morichetti

L’anno scorso è andata bene, quest’anno è andata pure meglio: successone. E pensare che l’idea delle Grandi Storie di Intravino nacque per caso durante una serata 2018: “Sarebbe bello invitare dei produttori con questo spirito, io ad esempio conosco bene Walter Massa”, disse una corsista.

Tin.
Tic.
Toc.
Tic.
Toc.

Bingo. Perché non c’abbiamo pensato prima? Vari mesi per arrivare a una scaletta degna di Intravino: sempre io e Davide Pellizzari, sempre Osteria dell’Unione di Treiso, un pezzo di storia che profuma di cucina langhetta.

In breve e in numeri. 30 erano i posti disponibili, 25 persone si sono iscritte a tutti gli incontri e poi abbiamo incastrato le singole serate, talvolta sforando la capienza massima. Circa 18 le ore complessive: in media, abbiamo iniziato alle 21, o meglio con l’aperitivo in veranda alle 20:30, e terminato mai prima di Mezzanotte. Almeno 6-7 vini per incontro, intervallatti da un paio di ottimi piatti per calmare l’appetito e dare un ritmo rilassato alle ciance.

Serate speciali. Tutte. Chiedete a chi c’era. Difficile raccontare quell’atmosfera. Serve invece lasciare un’impressione del tutto emotiva sulle singole serate.

Walter Massa è un fiume in piena, inarginabile, istrionico. D’altra parte non diventi Walter Massa se stai buono buonino nel tuo angolino, specie se nasci a Monleale Alto, anni luce distante dal mondo del vino che conta. Ecco, Walter Massa quel “mondo del vino che conta” a casa sua l’ha creato. Alcuni non lo sopportano e avranno ottime ragioni ma se prima non hai capito che cavolo sta facendo quest’uomo parliamo del nulla. Una frase che ho detto durante la serata: “Al mondo del Verdicchio manca tanto un Walter Massa, forse non ci sarà mai. E si vede”. Serata in apnea, impossibile interrompere il flusso di coscienza di Walter, s’è bevuto e mangiato mentre lui parlava a manetta. Un grandissimo. Andateci, a Monleale Alto, immaginatevelo il Timorasso che non esiste(va) 30 anni fa e che pure oggi in termini di ettari fa ridere i polli. Contate le aziende che sono nate. Poi ne riparliamo.

Secondo atto. Vedere Maurizio Zanella e Cà del Bosco tra i tavoli dell’Osteria fa effetto ma neanche tanto. Oggi Zanella è un figurino stiloso ma qualche decennio fa, agli albori di una storia aziendale tutta da scrivere, Maurizio Zanella era tipo 170 kg e un cinghiale da competizione. Serata di grandeur non dico smitizzata ma alleggerita di orpelli e smancerie. Se Cà del Bosco fosse francese saremmo tutti con la lingua di fuori, però è italiana, sta in Franciacorta tra i capannoni industriali e poi c’è ‘sta Cuvée Prestige che è una autentica macchina da guerra. Personalmente, una serata piena di informazioni sulla Franciacorta che molti non sanno ma soprattutto una linea di bottiglie pazzesca. Anzi, se proprio dovessi ricevere in regalo tutte le bottiglie di una singola serata probabilmente sarebbero queste perché tra Saten 2009, Annamaria Clementi 2001/2008 e Dosaggio Zero 2014/RS 2005, c’è da godere per un esercito.

Serata best-seller per numero di richieste quella di Stefano Amerighi, vai un po’ a capire. Saremmo arrivati a 50. Su Stefano, poi, ammetto e anzi rivendico qualsiasi conflitto di interessi perché nel 2009 per me era il “Vigneron del futuro” e 10 anni dopo lo è a tutti gli effetti. Serata magica, sapete come parla Stefano, pacato, riflessivo e profondo, mai pieno di sé semmai pieno di dubbi marezzati da qualche certezza. Tre ore di silenzio rapito, Syrah a pioggia dal 2006 al 2016 più Noè, il pecorino di montagna. Mia serata cuoricino, da rifare assolutamente in qualche modo. Preziosa vera.

Il quarto appuntamento è stato uno spartiacque tra l’altra-Italia e le Langhe, passando per Montalcino. Temevo potesse essere la serata più debole ma in realtà avevo scelto bene con Andrea Zarattini perché a divulgazione, padronanza dei mezzi, competenza e presa sul pubblico si è rivelato un mattatore micidiale. Serata monografica sul Brunello di Montalcino strapiaciuta, infinita anch’essa, notevole in tutto. Oh, già a questo punto è scattata dal pubblico l’idea della cena finale. Si vede la fine e si cerca di prolungare, buon segno.

Penultima tappa, Andrea Farinetti e Borgogno. Al Merano Wine Festival del 2011, io c’ero alla prima uscita pubblica di Andrea in quota Borgogno-owner e dovetti fargli i complimenti. Non lo conoscevo. Parlò da 21enne dopo Dante Scaglione, Pio Boffa e Mauro Mascarello, non so se mi spiego. Fece un figurone anche a prescindere da Borgogno 1961. Per quanto sia esattamente “il figlio del padre” Oscar (è il minore dei tre figli e quello che più lo ricorda nei modi), ogni ruolo ha le sue reponsabilità e criticità e dice bene lui: “Conosco gente che fa corsi per studiare il futuro dell’imprenditoria, la motivazione aziendale, la consapevolezza di sé: noi abbiamo Oscar che entra in cucina, butta là 2 idee e tu stai lì a pensarci e rincorrerle per 15 anni”. Potremmo parlare di Borgogno ma se non c’eravate serve a poco come anche servirebbe a poco dire qualcosa che non sapete sui Farinetti e sul perché conoscerli sia una bella chiave di lettura per capire la gente di Langa (per quanto loro siano anomali)*. Discorso lungo, fate come se.

Gran finale, Pietro e Federica Colla. Ecco, nell’anno della morte di un colosso come Beppe Colla io la serata conclusiva, il ritorno a casa nel Barbaresco, anzi proprio a San Rocco dove vivo, me lo ero immaginato esattamente così. Pietro Colla non lo conoscete di sicuro. Ha la mia età, non fa serate, fiere anche poche, insomma non sta granché in giro. Pietro ha assorbito praticamente cent’anni di storia per osmosi, sentendo migliaia di volte lo zio Beppe e il padre Tino. Suo nonno Pietro, agli inizi del ‘900, era uno degli 8-9 uomini che in tutta Italia sapevano cosa fosse un metodo classico e come produrlo. Per chi se l’era perso, qui con Veronelli tanto per dire…

Ma la cosa bella di Pietro, nonostante lo zio, nonostante il nonno, è che, oltre a non tirarsela un cazzo proprio “alla piemontese”, appena gli ho detto che avrei avuto piacere di terminare le serate con la storia dei Colla, è stato felicissimo e si è iscritto lui stesso a Le Grandi Storie di Intravino. (Chiuderò con una parentesi sul tema). Ebbene, io non sapevo come sarebbe stata la serata con Pietro e Federica ma avevo questa sensazione prepotente, devastante, di tutte le volte in cui sono stato al Bricco del Drago (non una gran fatica, 3 km da casa mia ma sembra di entrare in una no fly zone fuori dal tempo): uno scrigno senza fondo, incommensurabile, di storie di Langa che stanno lì serene e paciose, senza alcuna smania di emergere. Probabilmente senza pari. E Pietro è andato avanti fino all’una di notte, con la valigetta degli articoli e dei ricordi, a tirare fuori ogni volta un aneddoto, una storia, un ricordo di Beppe, di Luciano Degiacomi e di tutti quei cavalieri che hanno disegnato le Langhe come esse sono oggi. Ambite e ricche ma profondamente piemontesi. Ultimo atto da cornice, come quando le cose vanno persin meglio di come le avevi immaginate. Anche perché, a dire il vero, la chiusura reale è stata proprio la cena finale, una royal rumble di bottiglie stepitose. Lacrimuccia.

Cena finale

Parentesi conclusiva sull’affluenza e sul relativismo. Intercetto uno scambio tra Fabio dell’Unione e l’Amerighi. Per Fabio, i 5-6 produttori iscritti alle serate (Valentina e Federica di Cà del Baio, Virna Borgogno e Pietro Colla sempre presenti, poi a rotazione Vittore e Alessandro Alessandria, Andrea Farinetti, Riccardo Sobrino e Caterina Burzi, Luca Faccenda e Carolina Roggero) erano pochi, per Stefano tantissimi, una roba assolutamente impensabile altrove, perché “in Toscana di solito non ne trovi nemmeno uno”. Una roba, l’ennesima, su cui ragionare.

L’ultimo grazie è per Davide Grimaldi (Panegiro) e i suoi pani che ci hanno allietato tutte le sere e per Stefano Cravero da Barolo coi Grissini Cravero. Oltre sentire belle storie ci siamo trattati proprio alla grande in tutto.

E ci vediamo l’anno prossimo. Programma già in elaborazione.

 

* Cortesi, forse è un articolo di Maurizio Gily prezioso come pochi. Svela la piemontesità in alcuni dei suoi aspetti meno accessibili. Non è il nebbiolo ad aver fatto grandi le Langhe ma l’esatto opposto, andate a capire perché.

 

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

2 Commenti

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Marcovena

circa 4 mesi fa - Link

Cit. : "al mondo del verdicchio manca un Walter Massa"... Ehi Ale, ma Corrado Dottori ?? Ah, è vero, lui è molto più che solo Verdicchio !!

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Alessandro Morichetti

circa 4 mesi fa - Link

Ehm no, Corrado Dottori e Walter Massa sono figure molto diverse, totalmente. Lunga da spiegarsi, dovevi esserci e sarebbe stato molto chiaro ;-)

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