Le degustazioni alla cieca, quelle belle

Le degustazioni alla cieca, quelle belle

di Antonello Buttara

Mercoledì sera, quartiere San Lorenzo, Roma. Seduti a un tavolo di una pizzeria ci sono un oncologo, un sommelier, un tatuatore, un ristoratore e un ministeriale, ovvero il sottoscritto. Pare l’inizio di una barzelletta e vi assicuro che le risate non sono mancate ma facciamo un piccolo passo indietro.

Il giorno prima ricevo un messaggio vocale dal ristoratore che mi chiede se mi andava di partecipare ad una degustazione alla cieca con alcuni suoi amici. Ognuno di noi doveva portare una bottiglia e si provava a indovinare il contenuto del liquido. Tempo 2 secondi per scrivere “Sono dei vostri” ed ero subito in cantina a scegliere qualcosa che mi facesse fare una figura decente di fronte un branco di sconosciuti assetati.

Mi presento puntualissimo all’incontro e dopo aver ordinato qualche pizza da mettere al centro della tavolata si inizia a disquisire sulla sequenza delle bottiglie. Essendo una degustazione alla cieca nessuno dei partecipanti sapeva cosa avesse portato il vicino di banco quindi ognuno si è basato sulle proprie sensazioni ed ha posizionato il proprio vino dove riteneva giusto.

Passiamo alla degustazione. A dovere di cronaca tutte le bottiglie sono state aperte al momento dal proprietario evitando sbirciatine di capsule, tappi e quant’altro.

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Il vino del tatuatore
Unico bianco presente nella batteria. Versato nel calice si presenta di un lucente giallo dorato. Naso di pietra focaia, rosmarino, note di tè, scorza di limone e salvia, un profilo elegante e seducente. Il tatuatore inizia ad imprecare perché il liquido è in uno stato di grazia tale che quasi si pente di avere condiviso una bottiglia per questa occasione avendone solo un’altra in cantina. In bocca l’acidità è fusa alla perfezione con un uso sapiente del legno e la persistenza è da fuoriclasse.

L’oncologo ci sente un vitigno aromatico probabilmente Sauvignon Blanc, ma non da solo, insieme a qualcos’altro di poco decifrabile. Il ristoratore per colore ed energia lo associa a qualche vino macerato della zona emiliana a base Malvasia di Candia. Secondo il sommelier la Malvasia è troppo impattante al naso, non ci siamo proprio. Io non ci capisco niente e prova a rifugiarmi nella zona dei Colli Orientali del Friuli, mi ricorda qualche Malvasia Istriana per le note aromatiche, ma il corpo è troppo aggraziato e sottile.

Dopo qualche assaggio concordiamo tutti che non siamo in Italia, ma in Francia. Si ma dove? Bisogna andare per esclusione. L’oncologo ha l’intuizione dicendo che secondo lui siamo nel Sud Ovest e stiamo assaggiando qualche uvaggio di quella zona, ci siamo e il tatuatore annuisce con soddisfazione. Finalmente il vino viene svelato, si tratta del Domaine Matassa, Blanc 2018 del 2018, uvaggio a base di Grenache Gris da vecchie vigne e Macabeu. A questo punto capisco di essere finito in un tavolata di autentici “Geek” del vino, cose da film tipo “Somm” dove gli aspiranti Master of Wine si preparavano in vista dell’esame scolandosi bicchieri a rotta di collo, anche perché pensare solo di indovinare un blend del genere è cosa da marziani.

Il Matassa blanc è un vino godurioso che strizza l’occhio alla Spagna più che alla Francia, dal profilo mediterraneo, un Cotes Catalanes Igp prodotto nei pressi del piccolo villaggio di Calce da Tom Lubbe, eclettico vignaiolo che dopo aver girato Nuova Zelanda e Sud Africa ha trovato la sua terra promessa su suolo Francese. Il Matassa blanc fermenta in botti usate da 500 litri e matura per circa 14 mesi negli stessi contenitori prima di essere messo in commercio. Si inizia con i fuochi d’artificio e non posso essere più felice.

Il vino del sommelier
Rosso scuro, impenetrabile, le luci della sera non aiutano a vederci chiaro. Al naso sprigiona sentori di olive nere, è delicatamente speziato e profuma di more e incenso. Il ristoratore si accorge subito che il vino entra in bocca leggiadro privo di tannino e tutta la tavolata annuisce in silenzio con gli occhi chiusi ed i nasi dentro ai calici per cercare di carpire qualche profumo in più. L’oncologo è sicuro che il liquido è probabilmente al suo apice, con qualche anno sulle spalle.

La peculiarità del vino che stiamo assaggiando è nel sorso, ha una grazia innata e seppur scuro come l’inchiostro danza in punta dei piedi sulle papille gustative. Mi ricorda alcuni Fumin Valdostani sia per colore che per consistenza, ma sono lontano anni luce. La tavolata concorda che non fa legno ed il sommelier annuisce compiaciuto. Il contenitore è il cemento così che il vino possa sprigionare la sua personalità.

Il tatuatore ha il guizzo sul fotofinish affermando che non siamo poi così lontani da dove eravamo prima ed anche questa volta dobbiamo volare oltre i confini nazionali. La bottiglia viene sbendata e ci troviamo di fronte a un Mourvèdre in purezza di Domaine Vinci vendemmia 2013. Siamo nel Roussilion dove Emmanuelle Vinci e suo marito Olivier Varichon vinificano separatamente singole parcelle di vigne molto vecchie, una di queste dedicata al Mourvedre che di solito viene utilizzato come vino da taglio, ma “Not today”.

Il vino dell’oncologo
Rosso rubino con riflessi granati. Naso impattante e tridimensionale. Tante spezie, note erbacee, mirtilli rossi, pellame, humus, cuoio ed eucalipto. Inizio a prendere coraggio sussurrando un taglio bordolese con un saldo di Cabernet Franc e non sono poi così lontano. In bocca il liquido ha un acidità vibrante con dei tannini pronunciati, il sorso è appagante, la persistenza infinita.

Siamo di fronte ad uno dei miei vini del cuore ed ho la consapevolezza di averlo assaggiato in più occasioni. Terra Rossa 2009 di Cotar, è lui. Blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Terrano, siamo nel Carso sloveno. Pochi secondi di silenzio e l’oncologo mi porge il suo calice per un brindisi. Una scarica di adrenalina pervade tutto il mio corpo, ci sono alcuni vini che una volta assaggiati è impossibile scordare.

L’oncologo afferma come in questo caso è il territorio a parlare e quasi “sovrasta” il vino. Il Terra rossa di Cotar riposa circa 10 anni in barrique esauste nei piani sotterranei della cantina della famigla Cotar a Gorjansko in Slovenia a una manciata di km dal confine italiano. In questo caso il Terrano è il vitigno che contribuisce a donare un acidità sferzante anche dopo molti anni di bottiglia e allo stesso tempo viene ingentilito dal Merlot che da quelle parti è considerato un vitigno autoctono mentre il Cabernet regala eleganza e profumi speziati.

Il vino del ristoratore
Rosso rubino scarico. Il vino che più lentamente ha deciso di concedersi tant’è che ci siamo tornati dopo. Naso di prugne, chiodi di garofano, cenere e marasca. Tannino vivo e presente. Dopo diversi tentennamenti dovuti a un’iniziale riduzione, il vino a contatto con l’aria acquisisce una sua forma e nasce un dibattito se è preferibile aprire prima una bottiglia oppure lasciare che il liquido inizi a respirare nel bicchiere.

Niente non se ne viene a capo, ma troviamo un punto di unione sentenziando che il decanter non serve a una mazza e torniamo a concentrarci sul vino. Tutti d’accordo che questa volta siamo in Italia. Il sommelier si fida delle sue sensazioni che ricadono su un Sangiovese di razza con qualche anno sulle spalle. Ognuno spara la sua, ma questa volta è veramente ardua e dopo diversi tentativi bisogna aprire la carta argento.

SRC Rosso di Crasà 2015, Etna rosso a base Nerello Mascalese. Indecifrabile, un vino che premia la pazienza di chi sa aspettare. Succoso e pepato, un vino trasformista. SRC è l’acronimo delle iniziali della famiglia Parasiliti che produce vini nel rispetto della tradizione contadina nei comuni di Randazzo e Solicchiata sul versante nord dell’Etna.

Il vino del ministeriale
Ok ragazzi non è finita, c’è ancora il mio vino frutto di ore di elucubrazioni mentali per non fare brutta figura. Rosso scuro impenetrabile. Il tatuatore mi dice di non rivelare alcun indizio e io come un pollo mi lascio scappare che sono stato a trovare il produttore questa estate. Bene, hanno già capito tutti che non ho preso un aereo.

C’è tanta materia nel bicchiere, ha bisogno di tempo per distendersi e probabilmente andrà aspettato ancora qualche anno in bottiglia per esprimere tutto il suo potenziale. A questo punto decido di svelare una curiosità per fare il fico, come se l’idea l’avessi avuta io.

Riposa 4 anni in barrique di rovere le cui doghe non vengono tostate bensì viene usato il vapore acqueo per piegarle così da non snaturare l’identità del vino in fase di maturazione. Rosso scuro fitto. Naso di marasca, cioccolatino mon cherì, liquirizia dolce. In bocca è avvolgente dal tannino graffiante e l’alcolicità importante si fa sentire. Il sommelier non ha dubbi qui c’è sicuramente la Barbera non da sola, gli ricorda dei vini dell’Oltrepò Pavese e non siamo andati lontani perché il vino che ho deciso di portare si chiama Agapè ed è un blend di Barbera e Croatina vendemmia 2016 vinificato da Daniele Ricci tra i Colli Tortonesi.

La maggior parte delle persone conoscono Daniele perché produce alcuni dei Timorasso più incredibili tra quelli in circolazione e la maggior parte delle sue energie sono dedicate a questa uva che solo di recente ha raggiunto la credibilità che merita. L’Agapè è stato prodotto solamente nel 2003 e nel 2016 perché i filari di Barbera piantati nella parte più alta del vigneto hanno quasi 100 anni e regalano pochi grappoli solamente in determinate annate con particolari condizioni climatiche.

La serata è scivolata via con la consapevolezza di aver bevuto dei vini buoni in splendida forma in compagnia di persone estremamente competenti e con tanta passione. Assaggiare il vino alla cieca è un gioco divertente che non deve essere inteso come un indovinare a caso un vitigno o un luogo.

Dietro ci sono confronti, dibattiti e opinioni divergenti, ma lasciandosi guidare dalle proprie sensazioni si iniziano a percepire delle sfumature che prima erano avvolte dalla nebbia.  La concentrazione è alta e bisogna imparare a mettersi in gioco entrando in sintonia con il liquido ampliando così il proprio bagaglio culturale. Alcune volte è possibile fare degli incontri speciali, particolarmente fortunati, esistono dei vini che lasciano delle tracce indelebili nella nostra memoria, sensazioni sopite che potrebbero risvegliarsi fragorosamente, all’ improvviso. 

Le stesse sensazioni che ha avuto mia moglie quando ho avuto la brillante idea di svegliarla per condividere con lei le emozioni della serata, tracce indelebili nella mia memoria.

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Antonello Buttara

Romano di prima generazione, una laurea in tasca in Scienze della Comunicazione e mi ritrovo al Ministero della Difesa. Quando troppo tardi sono andato a vivere da solo acquisto una cantina che con qualcosa dovevo pure riempire. Presenza fissa in qualsiasi fiera dove si beve, divento l'incubo di alcuni enotecari della capitale e controvoglia mi diplomo Sommelier AIS per poi abbracciare la filosofia Porthosiana.

22 Commenti

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vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

... che bravi ... io non ne avrei "indovinato" uno , di quelli proposti ... o forse non avrei proposto nessuno dei vini proposti ...

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Lanegano

circa 2 mesi fa - Link

Matassa blanc 2018 giace da un annetto e mezzo nella mia cantina, mi avete fatto venire voglia di berlo....

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Antonello

circa 2 mesi fa - Link

Al posto tuo sarei già sceso giù, facci sapere :)

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Gaetano

circa 2 mesi fa - Link

Morichetti, con tutta la simpatia possibile, ma 5 vini naturali su 5 fa 100%. Vogliamo tornare indietro al post di qualche giorno fa? A me, e pure chi me li aveva venduti, i vini del Domaine Vinci, non erano assolutamente piaciuti. Decisamente poco espressivi, senza spalla acida, esili e per questo estremamente "anonimi". Bottiglie o annate sfortunate?

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Antonello

circa 2 mesi fa - Link

Ciao Gaetano sono l'autore dell' articolo e come avrai letto la parola vino naturale non viene mai citata per non infastidire nessuno)) nella redazione di Intravino vige anarchia quanto basta ed ognuno ha un pensiero e gusti diversi. Io strizzo l 'occhio ad alcune tipologie di vino che preferisco e ti assicuro che tutte le bottiglie aperte erano in stato di grazia a parte SRC che peró è venuto fuori alla distanza . Per quanto riguarda la mia esperienza con Domaine Vinci ho bevuto l' anno scorso più volte le Coste 2015 e ne sono rimasto soddisfatto, il Roc invece che è i loro vino di ingresso prima veniva vinificato come blend di grenache e carignan mentre dall ultima annata in commercio la 2019 è solamente grenache, portato ad una pizzata a casa di amici è stato apprezzato perchè è un connubio azzeccato. L'unico vino che a gusto personale non ho trovato centrato è il Rafalot, carignan in purezza 2015 aveva delle pirazine sparate, ovvero degli eccessi erbacei un pelo sgradevoli, non ho avuto modo di assaggiare altre annate.

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amico di Fulvio

circa 2 mesi fa - Link

Rimango veramente colpito da quello che scrivi: dopo tutti i discorsi (e gli scazzi) qui su Intravino mi recensisci 5 vini e tu mi tieni nascosto che si vantano di essere "naturali" ??? Io non ci capisco niente di vini e non avrei mai colto questo particolare; non ti pare che sia scorretto che mi si tenga nascosta una cosa così importante ???

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Antonello

circa 2 mesi fa - Link

Ciao, l' intento era condividere una bella esperienza che è capitata, I vini sono piaciuti a tutti, Non credo di essere stato scorretto perchè non ho nascosto nulla a parte la bottiglia che ho portato))

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Mi ha colpito la capacità degustativa dei partecipanti per due motivi: 1 si tratta di una degustazione alla cieca assoluta, totale: non si sa nulla delle bottiglie : sulla tipologia di vino e su chi lo ha prodotto. 2 I degustatori non sono ESPERTI. Ma APPASSIONATI. __ Su questi due dati si potrebbero fare ulteriori riflessioni. Gli ESPERTI non dovrebbero temere la degustaziobe alla cieca almeno nella versione non assoluta dove si conosce la tipologia ma non chi ha prodotto il vino: questo in parte già avviene nelle degustazioni di Intravino. E questo per garantire il lettore, il bevitore, il cliente che vuole comprare del vino. __ Sono rimasto un po'perplesso anch'io quando è stato svelato che i vini sono tutti "naturali". È soltanto una coincidenza che i degustatori portassero tutti del vino cd. naturale? O c'era stato un accordo sulla tipologia di vino da portare tra il ristoratore e i degustatori? Sinceramente la risposta in un commento dell'autore non (la parola vino naturale non viene mai citata per non infastidire nessuno) non mi è piaciuta molto. Penso che chi apprezza i vini cd naturali debba difenderli da critiche che ritiene non giustificate. __ In conclusione ho trovato interessante questa degustazione.

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hakluyt

circa 2 mesi fa - Link

Caro marcow, mi trovi d'accordo sul commento "la parola vino naturale non viene mai citata per non infastidire nessuno". Sono indeciso su cosa dire a proposito: in latino azzarderei un "excusatio non petita" e in veneto "xe pèso el tacòn del buso"....

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Antonello

circa 2 mesi fa - Link

Ciao Marco, conoscevo solo una persona alla degustazione e non ci sono Stati accordi tra i partecipanti ma ho scoperto che siamo tutti amanti di una determinata tipologia di vini, Per quanto riguarda il termine naturale, dal mio punto di vista non è necessario menzionarlo in una degustazione, ma rimane un opinione personale, bevo quello che mi piace o almeno ci provo, ed ognuno è libero di scegliere quello che vuole nel rispetto reciproco. I vini che ho assaggiato li comprerei? Assolutamente si soprattutto il terra rossa 2009 di Cotar.

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Vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

....magari un sincero " chissenefrega" se sono naturali o no in questo consesso, mi va di esprimerlo. Apprezzo , invero, la ricerca di vini " non scontati" per divertirsi in un contesto di inusualita'... Troppo facile individuare l' anguria in Monfortino, la china in Monvigliero, il pepe nero nello Schioppettino oppure la polvere pirica nei bianchi di Coche...

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

@ marcow. So che tu e vinogodi lo sapete, ma lo ripeto. Ovviamente, trovarsi in 5 al ristorante e "indovinare" (sic!) , cioè (uso l'abominevole parola) fare "degustazione" alla cieca, non ha nulla a che fare con un test (assaggio) di AS (ho descritto 1000 volte la procedura, citando le relative norme ISO, l'accreditamento necessario, etc). A parte i numeri, la procedura, tonnellate di statistica (a cominciare dalla mediane e dalla sigma relative per ogni descrittore) la differenza è che "non si indovina" un bel nulla (questo è circo, non assaggio) ma si descrive analiticamente un vino, compilando complicate e barbose schede analitiche e venendo bocciati (il proprio giudizio è eliminato dal report complessivo) se non si è ripetibili, collimanti, esaustivi, etc. Cioè: se 1 su 30 scrive che c'è "gesso", non è un figo, è uno "off panel " e quindi escluso. Perché c'è la probabilità del 97,3% che abbia inventato. Quindi non c'è affidabilità né descrittiva né informativa. Comunque: meglio questa "degustazione alla cieca" che i racconti a pappagallo del guru con etichetta ben in vista, s'intende. Ad ogni modo: a questi appassionati porto io 5 bottiglie x 2 (dico anche di cosa: merlot e chardonnay). Vediamo se "indovinano" la zona (lo so io come sono fatti...).

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hakluyt

circa 2 mesi fa - Link

Però l'autore dell'articolo un vino l'ha "indovinato". Pure il millesimo...

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Vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...il vero degustatore "cieco" indovina non i millesimi, ma anche i centesimi e i decimi. Sulle unità , decine e centinaia ci vuole molta esperienza...

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hakluyt

circa 2 mesi fa - Link

OK, vogliamo dare almeno un merito (uno dico, almeno uno) all'autore del post ???

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

Cit. "Comunque: meglio questa "degustazione alla cieca" che i racconti a pappagallo del guru con etichetta ben in vista, s'intende."

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Vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...parliamone...

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Se andiamo a rileggere un articolo di Intravino sulla degustazione cieca del 2015, in cui Rizzari e Castagno ribadivano la loro contrarietà a questo metodo di degustazione, e leggiamo gli ultimi dibattiti nel web su questo argomento, avremmo l'impressione che poco è cambiato. Che la tesi di Rizzari e Castagno è ancora dominante del dibattito pubblico tra ESPERTI. E che tra i bevitori, i degustatori non esperti ecc... non c'è molta convinzione che qualcosa debba cambiare nella critica eno-gastronomica italiana: in molte direzioni e anche nella metodologia di degustazione. ___ Il dibattito pubblico su questo argomento si impantana in questa dicotomia: DEGUSTAZIONE ALLA CIECA ASSOLUTA e DEGUSTAZIONE NON COPERTA. Da questo pantano si esce adottando, per il momento, la DEGUSTAZIONE ALLA CIECA RELATIVA in cui si conosce la tipologia di vino ma non si conosce chi lo ha prodotto. Chi rimane, nei discorsi sul metodo di degustazione, nella DICOTOMIA... non vuole migliorare la critica enogastronomica italiana che, va ricordato, è al servizio di chi acquista il vino. __ Conclusione 1 Coprite almeno l'etichetta del vino da recensire(lasciamo stare la cieca assoluta) 2 Recatevi in enoteca e comprate anonimamente i vini da recensire 3 E alzate i c... dalle poltrone dei salotti dei produttori di vino

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Vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...mi dici l' individuo o la redazione completamente indipendenti che non abbiano alle spalle un potentato editoriale a risorse infinite che si possa permettere di comprare tutti i vini in enoteca e se li assaggia tutti nel privee, assieme ad altra combriccola di sciammannati , con campioni anonimi e senza riferimento alcuno e poi emette i giudizi sulla base di appunti decriptati secondo un codice conosciuto esclusivamente da una parte terza non appartenente alla commissione con metodologia codificata e risultati certificati da terza parte? Ma prima di scrivere quelle che mi sembrano, per ignoranza di ciò che succede nella realtà o perché fantasiosamente inserito nel contesto onirico dell' astrusa teoria, delle sesquipedali scemat...ahem...corbeller...ahem...simpatiche teorie non apllicabili, perché non provi a scendere nel reale ? Il giudizio che conta , anche commercialmente, lo daranno sempre le persone o le commissioni di organizzazioni, con il loro carisma, esperienza e consolidata legittimazione . Che abbiano nome o cognome o delega di una organizzazione di alto profilo . Ti assicuro che in questo contesto tutte le metodologie ( ripeto, che conosco ed applico in altri contesti per lavoro) non contano un " beep" ... E stiamo parlando delle guide italiane ...immagino la Revue o la Bettane & D. che si comprano tutti i vini di Leroy e DRC e Roumier e Coche Dury e Comte LB e Mugnier e Dujac e Ponsot e Bernard e Ramonet ecc ecc ecc....si , insomma, quanti miliardi di copie deve vendere per ottenere il break even ?

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Vinogodi dovresti essere più chiaro in alcuni punti, come sai esserlo... quando vuoi. 1 Ho parlato... semplicemente... di DEGUSTAZIONE ALLA CIECA... RELATIVA. Cosa che in parte già si fa, anche in questo blog. 1b Tu parli di metodologie a cui io non ho accennato. 1c Il tono con cui esponi le tue opinioni è irrispettoso e non meriterebbe replica. O parli seriamente o cazzeggi. Devi scegliere. Se parli seriamente mi viene voglia di replicare. Se cazzeggi, e lo fai spesso, posso decidere di non partecipare al cazzeggio. O potrei essere molto più caustico di te: ma preferisco non invischiarmi in una discussione che non porta da nessuna parte. 2 Tutta la parte terminale del commento per me è poco chiara e non posso replicare. 3 Invece è chiara la prima parte del commento sui costi che aumentano per fare delle recensioni INDIPENDENTI: con i prezzi dei vini è chiaro che c'è un problema di costi. 3a Ma questo non elimina o risolve la questione che ho posto all'attenzione del dibattito. Anzi conferma che il SISTEMA attualmente in vigore non è esente da critiche e sul versante dell'INDIPENDENZA ci sono dei passi da fare. 3b Poi, potrei rintracciare un'intervista di Intravino fatta a un esperto che affrontava il problema e diceva che lui i vini se li andava a comprare in enoteca. Quindi c'è qualche eccezione. 3c Potrei fare degli esempi di food blog con tantissima pubblicità(non mi riferisco a Intravino) che hanno delle ottime entrate e che possono acquistare i vini per recensirli. ____ Vinogodi concludo dicendoti che non replicherò a commenti scritti nella versione cazzeggio.

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Vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...con immutata stima, anche se non concordo. Un conto è la teoria , il desiderata, la concettuosita. Io concordo con Aramis (Armando Castagno) sulla metodologia non applicabile nello specifico, per semplificare . Sono per un umanesimo del giudizio e non sul metodo, in una materia inoggetivizzabile come l' analisi sensoriale del vino. Altrimenti ufficializziamo il Naso Elettronico strumentale e chiudiamola li. Anche se le gerarchie qualitative verranno sconvolte...

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marcov

circa 2 mesi fa - Link

Vinogodi, rispetto la tua opinione. __ Non penso, comunque, che coprire soltanto il nome del produttore stravolga l'analisi sensoriale. Tanto è vero che in molti eventi, esempio Campania Stories 2021 di qualche settimana fa, si adotta questo metodo e tutte le bottiglie erano coperte(v articolo di Intravino con foto) __ Non tutti sono Armando Castagno. Ma poi non vedo perché non debba dare... SEMPRE... anche LUI... ai lettori, ai bevitori ecc... delle garanzie in più, anche formali se non vogliamo definirle sostanziali, sulle sue prestazioni professionali. Le opinioni di alcuni ESPERTI che godono di un particolare PRESTIGIO possono avere delle ricadute negative, perché coprono i comprtamenti di molti altri esperti che non sono Armando Castagno e ritardano il RINNOVAMENTO della critica enogastronomica italiana. __ Il riferimento al NASO ELETTRONICO è azzeccatissimo in questo discorso. L'Intelligena Artificiale, lo dicono migliaia di articoli e saggi,cambierà profondamente il mondo. Nessuno può dire adesso cosa cambierà nella degustazione professionale dei vini ma penso che anche questa particolare attività umana sarà in qualche modo inflenzata dai veloci e continui progressi delle MACCHINE INTELLIGENTI. __ Caro Vinogodi nessuna macchina potrà arrivare a provare l'empatia e la simpatia tra due esseri umani(alcuni parlano già di POSTUMANESIMO) A sentire il piacere di salutarti con cordialità sincera.

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