Chambolle-Musigny, 9 passi nel mito di Borgogna

Chambolle-Musigny, 9 passi nel mito di Borgogna

di Vincenzo Le Voci

Quando penso ai vini di Chambolle-Musigny un’immagine chiara si ritrae nella mia mente, quella di una donna elegante, raffinata, di classe. I vini di questa mitica denominazione sono sensuali, affascinanti, seducenti. Scarichi nel colore, traboccanti di profumi e sapore, sottili, aggraziati, meravigliosi nelle migliori interpretazioni.

Ma è sempre così? No di certo, sarebbe troppo facile, sappiamo infatti che non tutti i vini di Chambolle rappresentano l’emblema della femminilità. Ci sono vini cazzuti, generosi, che richiedono pazienza, vedi alcuni provenienti da Bonnes-Mares e ho scritto di proposito alcuni e non tutti , perché all’interno del Grand Cru condiviso con Morey-Saint-Denis ci sono delle differenze di terroir a seconda della posizione delle vigne (più in là affronterò l’argomento nel dettaglio).

Ma non finisce qui perché il vino lo fa l’uomo e la mano del vignaiolo è determinante, può accentuare, alleggerire, ingentilire, definire, esaltare, snaturare. Per cui l’immagine che si proietta nella mia mente quando penso ai vini di Chambolle-Musigny non è chiara e precisa come mi verrebbe da pensare, ma è fatta di chiaroscuri, prospettive, sfumature.

L’unico modo che ho per ridisegnarla in maniera più realistica è armarmi di cavatappi, bicchiere, passione, amici, e immergermi in un viaggio virtuale tra le vigne di Chambolle assaggiando il frutto di alcuni dei suoi migliori interpreti.

Si parte con due Villages:

Georges Roumier Chambolle-Musigny 2017
Azienda storica fondata nel 1924, oggi tra le più rinomate di tutta la Borgogna. Il suo Musigny Grand Cru prodotto in quantità infinitesimali, 1 pièce all’anno, strappa prezzi stellari nelle aste di tutto il mondo e occupa il quinto posto nella classifica dei vini più costosi del mondo redatta da Wine-Searcher.
Ma torniamo con i piedi per terra, lo Chambolle-Musigny Village 2017 ha estrazione e polpa, tannini saporiti ma marcanti, introverso, non si concede mai del tutto.
È vero, struttura e pressione palatale sono di categoria superiore e queste caratteristiche colpiscono alcuni dei presenti, ma per quanto mi riguarda oggi è la leggiadria di Mugnier che va premiata, tra 5 anni chissà… la situazione potrebbe ribaltarsi.

Mugnier Chambolle-Musigny 2017
Super Village, basti pensare che una piccola parte delle uve provengono dal mitico Grans Cru Musigny (vigne giovani reimpiantate nel 1997), e non è l’unica digressione fatta per questa cuvée, infatti altre uve provengono da Les Plantes, vigneto classificato come Premier Cru. La restante parte viene ricavata dal Lieux Dits La Combe D’Orveau.
Fragoline macerate e tè nero sono i tratti distintivi di un corredo aromatico forse poco cangiante ma flessuoso, sottile in bocca, femminile, rappresenta quello che cerco e voglio da uno Chambolle-Musigny Village.

Piccola premessa, tutti i Premier che abbiamo bevuto e che mi appresto a descrivere-ad esclusione dello Chambolle-Musigny di Lechenaut– sono situati a Nord del comune di Chambolle, due dei quali confinano con il Grand Cru Bonnes-Mares.

Domaine Lécheneaut Premier Cru 2015
In mezzo a dei mostri sacri è utile inserire una bottiglia di un Domaine di buona qualità ma di fama non planetaria, soprattutto per rendersi conto se lo stacco c’è e di che portata. Interessante notare che una parte delle uve di questo Premier Cru provengono da Les Plantes, stesso Premier da cui Mugnier produce parte del suo Village.
Non molto espressivo in primis, col tempo affiorano aromi di frutta matura e ricordi balsamici. In bocca sale e frutta dolce sembra trovino un bell’equilibrio ma arriva in chiusura un tannino spesso che sporca un sorso altrimenti raffinato.
Fatica a reggere il confronto con gli altri e nonostante sia figlio di un’annata sulla carta migliore, risulta il peggiore tra i Premier.

Groffier Chambolle-Musigny Les Sentiers 2016
Les Sentiers è considerato il Bonne-Mares dei poveri e Groffier ha la fama di produrne il reference standard.
Un mio caro amico, nonché grande esperto di Borgogna e amico dei Groffier, considera i 2016 di Nicolas come i migliori mai prodotti da sempre. Si sale di livello rispetto al Premier di Lécheneaut, è intenso, ampio, rigenerante.
Il frutto dolce e mai stucchevole la fa da padrone, la freschezza agrumata invoglia il sorso, è un bicchiere che cresce col trascorrere del tempo mostrando varie facce. Ottima bottiglia.

Mugnier Chambolle-Musigny Les Fuées 2017
Les Fuées è una parola tradizionale borgognona che indica la superficie di vigneto massima che un uomo è in grado di zappare in un giorno. Confina con Bonnes-Mares con cui condivide alcune caratteristiche, basti pensare che nell’Ottocento Jules Lavalle equiparava a livello gerarchico i due vigneti.
Le vigne di Mugnier sono state piantate negli anni ’60 e la produzione annua per questo Premier varia tra le 1500 e 3500 bottiglie.
Marino, iodato, salmastro, dal tratto delicato e sottile, sussurrato e di immenso charme.
È sensuale, dolce e salato allo stesso modo, essenziale, è la scelta giusta per chi vuole assaggiare un grande vino di Mugnier senza dover sborsare cifre esose come per i Grand Crus o per Les Amoureuses.

Georges Roumier Chambolle-Musigny Les Cras 2017
È la vigna più fresca di Chambolle e dà vini molto minerali che richiedono pazienza e qualche anno di vetro per esprimersi al meglio.
Fiori rossi, fragoline di bosco, amarena, dolce sullo sfondo, minerale ed energico in superficie. È interessante notare come il Village della stessa annata sia più riservato e chiuso, questo Premier invece ammalia all’olfatto, mostra i muscoli e il suo lato mascolino solo all’assaggio. Austero e di stampo minerale, dotato di grande persistenza. Ottima bottiglia oggi e con tanto margine.

Si passa ai Grand Crus.

Bonnes-Mares è un vigneto rettangolare di circa 15 ettari di cui 1,52 appartengono al comune di Morey-Saint-Denis.
Per cogliere alcune peculiarità di questo Grande Cru bisogna armarsi di un pizzico di immaginazione, occorre quindi tracciare mentalmente la diagonale partendo dallo spigolo basso nel comune di Chambolle-Musigny arrivando allo spigolo alto nel comune di Morey-Saint-Denis.
La parte al di sotto di questa linea virtuale è costituita da terre rossicce, argillose, ricche di ossidi di ferro, profonde, il vino che ne viene fuori è più strutturato e maturo, più maschile e potente.
La parte superiore invece è ricca di ciottoli, marne e calcare, viene chiamata terres blanches, da qui nascono i vini più “Chambolliani”, eleganti e raffinati.

Domaine Dujac Bonnes-Mares 2016
Arriva il momento del vino sconvolgente e travolgente, classica bottiglia cazzuta che sbaraglia tutto ciò che gli sta intorno.
More, note affumicate, spezie, gomma bruciata, è scuro e viscerale. Voluminoso, profondo, elettrizzante, almeno due gradini più in alto rispetto ai Premier in tutto e per tutto.
Non oso immaginare cosa diventerà tra qualche anno perché è chiaro che siamo di fronte ad un vino appena sbocciato, ma che bomba ragazzi!

Domaine Comte Georges de Vogüé Bonnes-Mares 2002
Nel Novembre del 2018 partecipai ad una cena con alcuni produttori di Borgogna, dove ognuno dei partecipanti era invitato a condividere una bottiglia alla cieca dalla propria cantina personale.
Io portai un Amarone di Monte dei Ragni – su richiesta dell’organizzatore della cena- e devo dire che fu una bella sorpresa. Uno dei commensali portò due bottiglie, due grandissimi vini. Quando alla fine della cena scoprimmo le carte, c’erano due vini uguali ma di annate differenti, ovvero Musigny 2011 e Musigny 2010 del Domaine Comte Georges de Vogüé. Era stato François Millet a portare quelle due bombe, enologo del Domaine, un grande signore.
Balsamico, ematico, dal frutto gelatinoso tenue ma presente, non lo bevevo da qualche anno e nel frattempo è maturato e ha raggiunto l’apice.
Nel bicchiere è cresciuto molto, tanto da far cambiare idea a più di qualcuno dei presenti strappando il podio con sicurezza.
Pronto da bere e grande esemplare di Borgogna matura.

Musigny Mugnier 2013
È uno dei più importanti Grand Cru di tutta la Borgogna alla stregua dei mitici Romanée-Conti, La Tâche o Chambertin per citarne alcuni. Conta 10,85 HA di cui 7 circa sono di proprietà del Domaine Comte Georges de Vogüé.
È suddiviso in tre lieux-dits: Le Musigny (detto anche Grande-Musigny) Les Petits Musigny e La Combe d’Orveau.
La famiglia Mugnier possiede 1,14 ettari di Musigny interamente situati all’interno della parte conosciuta come Grand-Musigny. La maggior parte dei vigneti sono stati piantati circa 70 anni fa.
In una parola, meraviglioso, di eleganza estrema, grandissimo equilibrio e persistenza da vero fuoriclasse. Niente è fuori posto, tutto calibrato e rifinito nel minimo dettaglio.
Dopo un 2000 bevuto anni fa a dir poco deludente, e un assaggio da botte del 2019 che era sì di indicibile bontà ma anche di estrema gioventù, questo 2013 regala tante soddisfazioni e accende dentro di me il desiderio di rincontrarlo all’apice della sua parabola, ma so già che sarà un’ardua impresa visto il costo non proprio popolare.

Fine della degustazione.

Dopo queste bottiglie la mia idea su Chambolle è più chiara di prima ma pur sempre sfocata, perché non si finisce mai imparare in questo mondo e l’unico modo per avvicinarsi alla conoscenza è stappare, stappare e ancora stappare.

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Vincenzo Le Voci

Farmacista con un passato da bevietichette spinto in via di redenzione, beve tanto e di tutto dal naturismo estremo alle bombe certificate passando per il vinoverismo che non dissangua e convince. Non è tipo che si perde in chiacchiere e va dritto al punto

6 Commenti

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fable_81

circa 3 mesi fa - Link

Complimenti come al solito belle descrizionio

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vincenzo

circa 3 mesi fa - Link

Grazie mille.

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Vinologista

circa 3 mesi fa - Link

Compimenti Vincenzo ma non mi è chiaro un passaggio : " un grande vino di Mugnier senza dover sborsare cifre esose " ...,,.. forse abbiamo parametri diversi per definire "esoso".. 😉😉

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Andrea

circa 3 mesi fa - Link

Curiosità.. il Monvigliero come si è comportato in mezzo a quei mostri sacri ? :)

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vincenzo

circa 3 mesi fa - Link

Purtroppo la bottiglia aveva sentori di TCA. Però in passato ho inserito Monvigliero di Burlotto 2013 alla cieca in una degustazione di grandi Borgogna( Drc, Rouget, Meo Camuzet etc) ed è stato all’altezza.

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Sancho P

circa 3 mesi fa - Link

Che bella quella bottiglia di Burlotto li in mezzo. Fino a pochi anni fa, azienda semisconosciuta e amata solo dagli appassionati del Barolo classico. Monvigliero oggi tira tanto. Forse un po' troppo. Che sia un Grand Cru del Barolo è oggettivo. Che i Barolo di Verduno abbiano una propensione naturale all'eleganza ci sta. Ma... Noi Barolisti proletari ci accontentiamo dello splendido Monvigliero dei Fratelli Alessandria. Poi un giorno parleremo del Pelaverga. Ma questa èsarebbe tutta un' altra storia.

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