Vini frizzanti e Italian Grape Ale, mondi non così lontani

Vini frizzanti e Italian Grape Ale, mondi non così lontani

di Jacopo Cossater

Se può essere vero che un punto di contatto tra il mondo della birra e quello del vino è rappresentato dai Lambic e dai suoi derivati, dalle birre a fermentazione spontanea prodotte cioè nel Pajottenland belga, è altrettanto vero che uno importantissimo e forse ancor più decisivo è rappresentato dalle birre che contemplano tra gli ingredienti l’utilizzo proprio del vino, o magari del mosto. Questo il (quanto mai facile) punto di partenza di una degustazione che ho avuto il piacere di organizzare e condurre con Eugenio Signoroni, curatore per Slow Food della Guida alle Birre d’Italia, a Ein Prosit, annuale manifestazione gastronomica organizzata tra Tarvisio e Malborghetto, in provincia di Udine e a due passi da Austria e Slovenia: “le Italian Grape Ale e la (nuova) tradizione dei vini frizzanti, un confronto possibile”.

Da una parte 5 “sue” IGA, tipologia che a guardare la produzione tricolore ha negli ultimi anni attirato su di sé un gran numero di attenzioni. Uno stile (anche se forse sarebbe più corretto parlare di famiglia di stili) che nel 2015 è comparso tra quelli ufficialmente riconosciuti dal Beer Judge Certification Program, l’organizzazione americana che con la sua Beer Style Guidelines si occupa di codificare tutti quelli esistenti al mondo. Una tipologia che prevede l’utilizzo di uva, di mosto o di vino tanto in bollitura quanto in fermentazione o in maturazione e che inevitabilmente prende un certo numero di caratteristiche proprio da questo particolare ingrediente: “l’importante – ha ricordato Eugenio durante la degustazione – è che la birra sia sempre riconoscibile come tale e che il vino non prevalga in fase di assaggio”. Dall’altra 5 “miei” vini frizzanti, bianchi e rossi a fermentazione in bottiglia prodotti con le stesse varietà utilizzate per le birre. Vini che portano con sé un patrimonio di profumi derivanti proprio dalla seconda fermentazione e che a livello tattile, grazie al loro particolare perlage, possono riuscire a creare una rassicurante sensazione di continuità con la birra. Un po’ il percorso di Fiorenzo dello scorso giugno, ma al contrario (a Emilia Sur lì prima, all’Arrogant Sour Festival subito dopo).

Un momento di assaggio nato senza alcuna ambizione e con la sola volontà di divertirsi cercando similitudini non così scontate. Missione compiuta, io per esempio me la sono spassata da matti. In alcune birre, specie quelle che prevedono l’utilizzo di varietà aromatiche, il profumo non lasciava spazio a dubbi, la parte “vinosa” era facilmente riconoscibile ed è stato interessante fare avanti e indietro tra la birra e il vino cogliendo diverse sfumature dello stesso aroma. Quello olfattivo è però un aspetto importante ma non così centrale, in questo senso il laboratorio ha dimostrato la grande duttilità che è possibile trovare in alcune delle migliori Italian Grape Ale: birre diverse per impostazione tutte accomunate da un’interessante declinazione degli aromi fruttati, da una sicura golosità e da una beva particolarmente incisiva, tutti elementi che dimostrano un uso quanto mai sapiente di un elemento, che sia mosto o che sia vino, capace di farsi notare senza mai appesantirne il profilo gustativo.

IGA e vini frizzanti

Brùton, Limes – Vino Bianco Frizzante “Z”, Quartomoro (vermentino)

La IGA di Brùton porta con sé una piccola quota di mosto di vermentino della Fattoria di Magliano, birra perfetta per introdurre il tema grazie alla sua innata grazia agrumata. Fragrante e raffinata. Al suo fianco uno dei vini della piccola e interessante realtà dell’enologo Piero Cella e della moglie Luciana Baso, poco lontano da Oristano. Un bianco del 2014 altrettanto delicato, elegante, caratterizzato da bei sentori che richiamano la fermentazione e da un affascinante tratto salino.

Tibir, Montegioco – Vino Bianco Frizzante, Cascina I Carpini (timorasso)

Che grande birra la Tibir, IGA che apre con una nota appena vinosa che in pochi istanti scompare a favore di una complessità fatta di frutta a polpa bianca e gialla e fieno, polline e gesso. Dall’acidità incisiva ma non preponderante e di grande, grande equilibrio. Al suo fianco un esperimento dell’eclettico Paolo Carlo Ghislandi: una fermentazione in bottiglia nata per gioco con la vendemmia del 2016 che al momento è ancora in fase di affinamento e che non ha ancora un nome ufficiale. Una prova molto incoraggiante che dimostra tutta la plasticità del timorasso e la capacità di Paolo di interpretarne il carattere anche in versioni per certi versi un po’ scherzose, come questa.

BB7, Barley – Vino Bianco Frizzante “Primaversa”, Monteversa (moscato)

Personalmente la birra della giornata, ennesima conferma dello straordinario talento di Nicola Perra nell’interpretare questo tipo di contaminazioni, un bel pezzo di questa non così lunga storia lo si deve a lui e alle sue prime birre di una decina di anni fa. E poi un vino di gran personalità prodotto nel padovano da Giovanni Bressanin, bianco del 2016 che apre con tutta la possibile aromaticità del moscato e che spiazza non solo per acidità ma anche per una certa severità, che richiama il varietale e che al tempo stesso lo interpreta con finezza. Soprattutto una delle migliori coppie tra quelle in assaggio, merito certamente del marker comune dato dall’uva, nonostante nella birra intervenga per appena il 2% del peso complessivo.

Caos,Birra del Borgo – Malvasia dell’Emilia “Levante 90”, Podere Cipolla (malvasia)

Una vera sorpresa, birra prodotta a metodo classico (sboccatura compresa) che spicca per finezza e per una silhouette sottile ed energica al tempo stesso. Qui è la malvasia a giocare un ruolo di primo piano con una presenza che vale ben il 25% del peso complessivo, mosto proveniente dalla toscana Tenuta Di Bibbiano. Al suo fianco la straordinaria Malvasia 2016 di Denny Bini, ennesima dimostrazione del talento di uno dei vignaioli più affidabili della regione e non solo. Un bianco emiliano di rara grazia, splendidamente sfaccettato, caratterizzato da una beva esagerata e mai pesante, anzi, impreziosito da un’insospettabile freschezza.

Beerbera, Loverbeer – Barbera dell’Emilia “Il Mio Barbera”, Camillo Donati (barbera)

Dopo averla bevuta alla spina a Eurhop avevo pensato che le birre di Valter Loverier le preferisco quasi sempre dopo un periodo più o meno lungo di affinamento in bottiglia, tempo che permette loro di smussare certi spigoli e trovare una maggiore profondità. Non so se sia sempre così ma la BeerBera aperta a Ein Prosit era davvero in gran forma. Birra storica al cui interno la quota di barbera è davvero rilevante, circa il 20%. Una quantità di mosto che permette di affrontare con slancio la fermentazione, rigorosamente in grandi botti di rovere. Al suo fianco un piccolo capolavoro: la Barbera 2014 di Camillo Donati ha la grazia e la forza delle sue migliori annate. Abbinamento centratissimo, che ha chiuso una degustazione giocata in un continuo crescendo non solo cromatico ma anche gustativo. Da ripetere assolutamente.

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

2 Commenti

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Nic Marsél

circa 7 mesi fa - Link

Ciao Jacopo, grande invidia per questo interessante parallelo. Il barbera 2014 di Camillo Donati è tornato ai livelli eccelsi del 2008. Davvero peculiare per un'annata considerata pessima un po' ovunque. Evidentemente il caldo non giova a tutti.

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Jacopo Cossater

circa 7 mesi fa - Link

È vero, non è un caso che poi Camillo abbia prodotto "Il Mio Ribelle", barbera vinificata in rosato e raccolta con un mese di anticipo anche a dimostrare gli effetti del cambiamento climatico.

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