Connecting the dots. Arrogant Sour Festival, Emilia sur li, birre craft, vini naturali, rifermentazioni sparse

Connecting the dots. Arrogant Sour Festival, Emilia sur li, birre craft, vini naturali, rifermentazioni sparse

di Fiorenzo Sartore

Questo post non doveva essere pubblicato, in quanto riporta circa gli stessi punti sullo stesso evento di cui ha scritto Thomas qui. Con Thomas ci siamo solo incrociati, poi dopo nella vita mediattivista di ‘sta roba che si chiama Intravino era tutto un “scrivi tu? O scrivo io? Scrivi tu dai – no tu”. Quindi ovviamente alla fine ci siamo ritrovati con due post. Essendo io uno di quelli che qua dentro smanetta i contenuti, ho trovato molto meglio il lavoro di Thom, ma siccome tutto ‘sto spreco di elettroni pareva brutto buttarlo via, eccovelo a voi, che fa tanto life streaming. Enjoy.

Provincia di Parma, 2 giugno. La festa della Repubblica la passo con le bollicine di Emilia sur li, una micro rassegna country dedicata alle rifermentazioni naturali in bottiglia, “solo emiliane”. Ci sono molti modi per fornire un’identità attraente ad un evento sul vino, una rassegna, una fiera o quel che è: uno ad esempio è picchiare duro sul fatto settoriale, ristretto per argomento, per regione, insomma qui si parla solo di quello e nient’altro, si parla di vini in cui l’effervescenza è ottenuta attraverso i codici del tipo che trovate nell’immagine qua sotto.

codice

Mi sento a casa mia, in mezzo a chi parla di vini naturali, non-interventismo, vinificazioni ancestrali e probabilmente naif. Ritrovo quello che almeno in parte conosco, riassaggio bianchi opalescenti con quel riconoscibile timbro ossidativo misto alla mela selvatica. E i rossi dove il lambrusco non concede un attimo di dolcezza, è puntuto, è asciutto, sa di buccia di salame. Passo una giornata lì, poi arriva sera.

Reggio Emilia, 2 giugno. Arrogant Sour Festival è già cominciato ed io, finiti gli assaggi alla rassegna sui rifermentati, arrivo in quest’altra città. Quando avevo messo Emilia sur li nella lista delle cose da fare, ho aggiunto pure Arrogant Sour. Evento imperdibile, non puoi mancare, e allora andiamoci, dico io. Poi tanto Parma, Reggio Emilia, siamo lì, è uguale, lo dico solo una volta e quelli di Reggio Emilia non me la perdoneranno più. Troppo tardi.

Dunque è sera quando entro al Chiostro della Ghiara. Non mi sento a casa mia, e tutto qui è difforme dall’enogiro gne-gne che pure quando schiera rifermentati naturali ti provvede di che sputare, perché hey, siamo assaggiatori di vino, noi. Qui invece nessuno sputa. Aspetta un attimo, passo due giorni a bere decine di birre e non sputo? No, la birra si beve. C’è un’aria strana, indescrivibile, che è il genere di parola che uno dovrebbe evitare quando attacca a descrivere qualcosa ma vabbé. E allora per farvi entrare alla veloce nel mood, eccovi il video di presentazione che si avvia (in automatico, wtf) nella home dell’Arrogant Sour Festival.

E questo è ancora niente per dire cosa sia tutta la faccenda. Quindi proviamo.

Arrogant Sour Festival si fa a Reggio Emilia non perché abbia in odio l’umanità e costringa la community di amanti di birre acide a riunirsi in una città che ha 30 gradi alla mattina alle nove. No, nasce qui perché qui c’è l’Arrogant Pub e il suo dominus, Alessandro “Alle” Belli, è un fanboy di birre acide. Un’autorità del genere.

Le birre acide: sono una sottocategoria di una sottocategoria, siamo al cult del cult, siccome non basta essere minoritari con le birre craft, serve restringere il cerchio dentro a un altro sottoinsieme – vi pare la stessa storia dei rifermentati naturali? Ecco, ci siamo capiti. Oppure tutto ha a che fare con l’antichità delle birre acide, proto birre come si bevevano nelle epoche arcaiche. Come si chiamano, anche, le rifermentazioni naturali? Ancestrali. Ecco. Di nuovo.

Lambic

Allora andiamo ad assaggiare, anzi no a bere. La formula all’inizio pare appena complicata ma imparo alla svelta: ogni spina ha un numero di gettoni necessari alla bevuta, minimo due massimo quattro, cinque, ma anche molti di più in rari casi. Un gettone costa un euro. Alla cassa pago l’ingresso (dieci euro) con un biglietto da venti e chiedo il resto in gettoni. La ragazza mi guarda con compatimento, “e che ci fai con dieci gettoni?” – quello dopo di me invece mi guarda con disgusto, e mette lì un biglietto da cento. La ragazza gli dice “grande!”, io penso: cominciamo benissimo.

Ecco, prima cosa da sapere: all’Arrogant Sour spenderete un sacco di soldi, perlomeno io ho speso una cifra imbarazzante, in due giorni. E ho fatto bene.

Tra le primissime bevute della sessione serale resta memorabile Spontaneous di Toccalmatto, una Iga (italian grape ale) ottenuta col mosto della garganega fornito da Angiolino Maule. Riconosco quel tono ossidativo, quel richiamo alla mela acerba, mi risento un attimo a casa, e poi però in bocca è molto meglio, è come se la birra vincesse sul vino ossidativo, compiendo una specie di miracolo, di superamento dell’ostacolo, oppure boh, mi sto facendo un film tutto mio? Mi ritrovo a difendere Spontaneous nei dibattiti sotto il chiostro.

assaggi

Altre bevute sono durissime. Altre ancora invece sono friendly in modo commovente. Bevo due o tre volte (“ma perché la riprendi? L’hai già bevuta” – “perché mi piace, ecco perché”) Cranachan Killer di Fierce Beer. È colpa del colore rosé, è colpa del miele e dei lamponi lì dentro, è anche meno acida, è quasi confortevole. Birra da donne. La rissa è dietro l’angolo, al diavolo, ormai l’ho detto.

Reggio Emilia, 3 giugno. A mezzogiorno c’è un laboratorio (titolo pionieri e avanguardia) tenuto dal guru del settore, che essendo tale è amato da molti e odiato dai guru minori – sì, esatto, come nell’enomondo. Vado a sentire Lorenzo Dabove. Kuaska, ecco, volevo parlare di lui senza usare il soprannome universalmente noto, e ho fallito. Vorrei anche dire che le birre acide sono una bizzarria che non mi piace, ma fallirei di nuovo. Dopo molte bevute ho una strana confidenza con questa durezza, questa intransigenza acre. Durante il laboratorio si parla di brett, di acetica, cioè di quegli aspetti che sono l’incubo dell’enologo ma qui sono cercati in quanto essenza. E però accade un fatto strano, non c’è nessuna respingenza in queste birre, solo un carattere enorme, che non lascia indifferenti. Ecco cosa si beve, e per una volta prendo appunti.

1. Cantillon – Carignan. Dunque per me l’assaggio migliore: prevale su tutte le altre. “Bilanciamento in birra estrema”, ho scritto (nel senso che l’hanno detto e io ho copiato, mi piaceva). In effetti ha pungenza in gola e frutta rossa vinosa. Per inciso carignan è il nome dell’uva, dal sud della Francia, aggiunta in questo lambic.
2. Tilquin – Mure. Colore sul viola, quasi. Una frutta più complessa qui (more, nello specifico) e un’acidità rinfrescante, che attizza la salivazione. Quasi piacevole come l’assaggio precedente, poi vabbè, sotto arriva una strana eco acetica. Potenza controllata.
3. Ritterguts – Gose Bock. Ambra scura brillante, frutta altrettanto scura (prugna) sulla nota maltata. Ha un curioso portamento nobile, che prevale sulla durezza del sale (che è tipico,  per le Gose usano acqua salata, quindi sapidità sparata).
4. Freigeist – Apricot Fest. Chiara, con nota tipo speck, oppure caminetto spento, insomma fumé. Parecchio caratteraccio o vabbè, caratterino, con l’affumicato che pesa un po’ e quindi poco equilibrio.
5. Van Den Broek – Watergeus. Ambra chiara. Beva appena difficile a causa del simpatico batterio acetico che la segna sulla durezza.
6. Tommie Sjef – “/” (si chiama proprio così, barra obliqua, slash, ed è in versione magnum edizione speciale). Questa forse la meno appassionante per il mio gusto, per il naso un bel po’ estremo e un amaro/metallico insistente. Se piace il genere vi farà impazzire, sospetto.
7. Loverbeer – LALE (in anteprima). Violaceo scuro, quasi brunito. Caffè e cacao rincorrono la ciliegia dolce, in un finale tostato tipo bella sorpresa. Mi piace.
8. Ca’ del Brado – Baccarossa. “Cantina brassicola”, tiene ad affermare il produttore: violacea, con frutta rossa e acidità bilanciata, piacevole. Se vuoi trovargli un difetto, appena un po’ semplice. Iga (italian grape ale) ottenuta usando uva centesimino, rigorosamente da produttore naturale (che te lo dico a fare).

Assaggi (numerati)

Al laboratorio di Kuaska si beve Cantillon e pare normale che parli Jean Van Roy (boss di Cantillon appunto) che dal Belgio se ne scende a Reggio Emilia. All’Arrogant c’è pure un certo stardom.

Nella testa del vostro assaggiatore quipresente si parte per un viaggio a ritroso tra birre acide e acidi rifermentati. Non è uguale però un po’ sì, oppure ci sono punti in comune ma non c’entra niente. Fatto sta che non mi sento a casa ma non vorrei più andare via.

Alla fine comincio a ritrovare qualcosa di familiare. Questo sentirsi un gruppo eletto di spiriti affini, che bevono cose non esattamente ordinarie, prodotte in modo artigianale, spontaneo, con qualche eccesso qua e là ma quello è esattamente il bello – ricorda qualcosa? I puntini si connettono col mondo dei vini naturali, ci sono gli stessi scazzi e gli stessi sentimenti. Gli stessi riti, tic, amori e odi, tutto quanto nella stessa modalità sour. Mi fanno assaggiare una serie di lambic difettati, tanto per addestrarmi: senti questo che robaccia, senti quest’altro che tristezza. Io provo a difenderli, mi pareva carino farlo, ma in realtà è un altro rito che conosco, io a una fiera di vini naturali che assaggio un vino acescente ed elenco insulti irriferibili – e poi magari lo giustifico, perché era l’annata, sta facendo un percorso, “ha bisogno di sbagliare”.

Entrato al Chiostro della Ghiara dicendo voi agli amici del giro acido, esco che dico noi. Speriamo bene.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

1 Commento

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thomas pennazzi

circa 1 anno fa - Link

I colleghi di Graziano Nani avrebbero detto: "Du post is megl' che uan!" E poi con le 170 birre che c'erano, sarebbe stato impossibile anche al bevitore più incallito farsi un'idea approfondita dell'Arrogant Festival. Noi con due fegati abbiamo coperto l'evento (che non è esattamente da genovesi, e vedo che lo rimarchi). Grazie Fiorenzo !

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