Tu chiedi chi erano Luigi Vallone e il suo Piromáfo

Tu chiedi chi erano Luigi Vallone e il suo Piromáfo

di Gianluca Rossetti

Circa settantacinque ettari di vigneto nel cuore della Piana Salentina, frazionati in otto dai confini di tre comuni per un’estensione, da un capo all’altro, di diciannove chilometri. Cinquemila ceppi per ettaro, orientamento Nord-sud con tremila ore di sole a coprire il ciclo vegetativo delle piante. Suolo di impasto medio argilloso. Vitigni autoctoni o tradizionalmente coltivati, con alcune rilevanti eccezioni: primitivo, negroamaro, malvasia nera di Lecce, aleatico, montepulciano, aglianico per i rossi; fiano e chardonnay per i bianchi. Azienda biologica.

Il risultato è, tra gli altri, Piromáfo 2011, Azienda Agricola Valle dell’Asso, Galatina, provincia di Lecce. Casa mia. Anche se non più da vent’anni. Igt da uve negroamaro 100%. Nome che celebra glorie in armi piovute dalla Magna Grecia. “Piromáfo: combattente il fuoco”; il caldo; la siccità. Ventimila bottiglie prodotte nel millesimo. Vino da arido-coltura, nessuna irrigazione di soccorso.

Incenso e caramella al burro. Polvere di cacao, legno di sandalo, genziana, mora di rovo, balsamico, note proteiche appena percettibili in chiusura. Tannino integrato per 3/4, alcol che asciuga il palato e acidità ad irrorarlo. Cotognata, radice di liquirizia, caramello salato, cioccolato al latte e pepe nero. Persistente. Due anni in acciaio, poi botti di rovere di Slavonia da 50hl per 10 mesi. Alcol 14,50 %.

E mi fermo.

Son cose esatte che, tecnicamente, a quel vino appartengono. Giustamente, precisamente. Con tutta l’evidenza concessa da un depliant e dai limiti di un assaggio. Ma a me non basta. Se quel vino ribatte i passi che ho percorso in mezza vita ed estrae dalla terra che ho pestato per anni, non basta. Aspetto inutilmente che la mistica del terroir molli la collottola. Niente. Terroir in senso lato. Come radice propria di ognuno. Mia nonna è nata, ha vissuto per ottant’anni, è morta, senza mai superare i confini della provincia di Lecce. Non immagino un radicamento più forte, un’appartenenza più sottomessa, un legame ugualmente assoluto.

That’s terroir, baby. Fattene una ragione.

E io che le radici le ho perse in fasce, soppiantandole alla bisogna con portainnesti estemporanei, lì vedo il senso. Per una volta nell’uomo. Ché il legame vite-territorio sa ancora di latte, a paragone. Luigi Vallone guidava l’azienda di famiglia da decenni. Iniziò nel ’62; smettendo solo poche settimane fa, da morto. E allora ripenso, stranito nell’intreccio di ricordi, all’esistenza di questo tizio mai conosciuto, spesa cinquantacinque anni in agro di Galatina, Cutrofiano, Sogliano Cavour, per seguire le sue vigne. Ribattendo i passi di una vita che aveva percorso diversamente, fino a quel 1962. Provando a crescere, dopo quel 1962. Senza rinunciarvi nemmeno dopo anni, quando si affidò a un enologo, chiamato a domare le intemperanze del basso Salento e di uve altrettanto bizzose: Elio Minoia. Penso a tutto questo e bevo il suo vino. Cercando di definire la traccia di un uomo in ciò che ne è rimasto. Per me che non l’ho conosciuto.

E, senza ragione, mi trovo a pestare zolle cremisi sotto il sole, spartite in tre dai campanili. Stampate a colori in un’estate del 1962.

Schermata 2017-02-16 alle 13.15.39

3 Commenti

avatar

luigi

circa 1 anno fa - Link

chi lo ha potuto conoscere e bere il Piromafo riconosce nell'articolo le caratteristiche della persona, del vino e del territorio

Rispondi
avatar

Luca

circa 1 anno fa - Link

com'è la nota proteica?!?

Rispondi
avatar

Gianluca

circa 1 anno fa - Link

Qui è sangue.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.