The dark side of the Etna: i vini della Tenuta Monte Gorna

The dark side of the Etna: i vini della Tenuta Monte Gorna

di Alberto Muscolino

Di ritorno in Sicilia, quando posso, faccio sempre una breve digressione sulle pendici del vulcano, in cerca di piccoli vignaioli ancora poco conosciuti.

Stavolta è toccato al versante sud-est, località Trecastagni, dove, in un fazzoletto di terra tra il Monte Gorna e il Monte Ilice (due crateri ormai spenti), si trovano i vigneti della Tenuta Monte Gorna. Il paesaggio è fatto di boschi di querce e castagni, muretti e casolari di pietra lavica, terra bruna e il grande guardiano di fuoco che svetta in lontananza. Il terreno è sabbioso-vulcanico, siamo a quota 760 metri, dove l’escursione termica tra il giorno e la notte è molto alta, anche nell’ordine dei 20°.

E’ un territorio unico, sintesi delle migliori caratteristiche dell’isola che permette la produzione di vini contraddistinti da grande freschezza, grado alcolico contenuto ed eleganza più che da potenza e concentrazione, diversamente da quanto ci si possa aspettare per dei vini del sud. Si tratta, a tutti gli effetti, di vini di montagna, ma col beneficio della vicina presenza del mare e, cosa fondamentale, questa montagna è un vulcano attivo che continua a depositare, eruttando, sostanze minerali sul terreno.

Sebastiano mi racconta tutto mentre passeggiamo in mezzo ai filari: lui appartiene alla terza generazione della famiglia che ha creduto in questo territorio e ha deciso di impiantare vigneti circa 15 anni fa. “Le potenzialità di questo versante sono ancora inespresse, negli ultimi anni si è data molta più rilevanza alla parte nord” – mi dice – “ma sono certo che nei prossimi anni da qui verranno fuori grandi sorprese. Lo stesso Angelo Gaja ha scelto il versante sud per la sua avventura etnea e questa è una garanzia!”.

In effetti lo scenario è dei più entusiasmanti, il territorio è in fibrillazione e i produttori provano a esprimerne l’anima pulsante recuperando preziosi elementi del passato (vecchie vigne centenarie, vecchi palmenti e tecniche di vinificazione tradizionali), ma guardando al futuro del mercato internazionale. Un mercato caratterizzato dalla predominanza degli Stati Uniti che assorbono la maggior parte dell’export e alimentano la rilevanza della DOC Etna e i continui paragoni con la borgogna.

Mi tornano alla mente le parole di Andrea Franchetti in un’intervista di qualche tempo fa: “Ora tutto il mondo del vino guarda l’Etna, una cosa impressionante, tutti ne parlano e vogliono venire qui. Nessuno capisce bene perché abbia successo fino a questo punto, non si può spiegare tutto. La magia è quella che conta”. Ecco il punto che torna nella chiacchierata con Sebastiano, la magia di questo posto, il profumo della terra nera e delle ginestre, il respiro che emana “a Muntagna”, come la chiamano qui, il contrasto tra il mare e la vetta. A beneficiare di tutto questo sono i vitigni autoctoni Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante e Catarratto che ritrovo così nel calice:

Etna Bianco 2016
carricante 60% e catarratto 40% – vinificazione e affinamento solo in acciaio – 13%
Al naso esprime subito il carattere di questa contrada: un’elegante mineraltà di pietra focaia e intense note di ginestra e gelsomino. Il profumo dei fiori è così netto che lascio il calice e corro subito fuori, ad annusarli direttamente dalle piante all’ingresso del casolare. Intanto il vino è cambiato, ha preso tempo e quando ficco il naso ancora una volta, sento zeste di limone, erbette aromatiche (maggiorana) insieme a sentori burrosi e sbuffi iodati. In bocca è teso, deciso, sorretto da un’acidità vitale ma non sovrastante, che da verticalità al sorso, ma lascia spazio a burro e sale sul finale. Mi ricorda tanto certi chablis…

Etna Rosso 2014
nerello cappuccio 80% e nerello mascalese 20% – vinificazione e affinamento in acciaio e almeno un anno in bottiglia – 12,5%
Il colore è il rubino scarico a cui ci hanno abituato i rossi etnei, al naso le sensazioni sono delicate e meno delineate del bianco. Frutti di bosco e prugna ancora polposi, poi mallo di noce, oliva, sentori di rosa, arancio sanguinello e note mentolate. Il sorso è composto e misurato, punta sulla piacevolezza e sull’equilibrio tra la componente tannica non invadente e l’acidità reattiva. Stuzzicante la nota di pepe.

Etna Rosso 2014 barrique
nerello cappuccio 80% e nerello mascalese 20% – vinificazione in acciaio, breve affinamento in barrique usate di 4° passaggio e almeno un anno in bottiglia – 13%
Il passaggio in barrique incide e si vede già dal colore più scuro, al naso è altrettanto cupo, i profumi si sprigionano lentamente e sembrano ancora in fase di definizione. La frutta stavolta è una confettura di prugna, c’è un leggero tostato, vaniglia e cacao. In bocca il gusto è pieno, ha volume, polpa e i tannini sono smussati, chiude balsamico. La barrique, anche se molto usata come in questo caso, lascia un segno netto e traccia un percorso evolutivo che, a parità di annata, richiede più tempo per raggiungere un ideale livello di espressività.

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Alberto Muscolino

Classe 86’, di origini sicule dell’entroterra, dove il mare non c’è, le montagne sono alte più di mille metri e dio solo sa come sono fatte le strade. Emigrato a Bologna ho fatto tutto ciò che andava fatto (negli anni 80 però!): teatro, canto, semiotica, vino, un paio di corsi al DAMS, vino, incontrare Umberto Eco, vino, lavoro, vino. Dato il numero di occorrenze della parola “vino” alla fine ho deciso di diventare sommelier.

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