Sono in fissa per lo chenin: otto vini per saperne di più

Sono in fissa per lo chenin: otto vini per saperne di più

di Simone Di Vito

Lo confesso: mi è partita la ruota per lo chenin. L’ennesima fissa, di quelle per cui, anche stavolta, gli amici non chiedono nemmeno, mi assecondano a prescindere, a patto che non rompa ulteriormente le palle. E dire che di obsession d’oltralpe pensavo di averne già abbastanza, tra coté d’or, Chablis, Alsazia e “quanto rompi il ca…volo co sto Pouilly-Fumé” (l’ennesimo sfogo di uno di quelli che mi sopporta).

Tra i tanti château e giardini fiabeschi, aspetti che già da soli ti portano a fare la valigia e partire, la Loira è una regione in cui anche la componente vino non passa certo inosservata; anche qui in passato, romani e istituzioni religiose ci hanno messo lo zampino, geologicamente invece è composta da suoli di origine alluvionale, quindi derivati dal passaggio di corsi d’acqua, dove in periodi come il giurassico e il cretaceo (circa 200 e 80 mln di anni fa) i responsabili erano due antichi mari, il mar de la Craie e quello di Falun, successivamente poi il testimone delle erosioni è passato al fiume che oggi chiamiamo Loira, formatosi ad inizio quaternario (2,6 mln di anni fa) da vari corsi d’acqua dolce risaliti in superficie.

Un territorio quello della Loira interamente tappezzato da aoc e varietà, alcune acclamate e altre da non sottovalutare proprio; il famoso dualismo a colpi di sauvignon Sancerre/Pouilly-Fumé, il corretto abbinamento per determinati tipi di ostriche con melon de bourgogne nei muscadet, il cabernet franc(qui anticamente chiamato breton) che troviamo anche in veste rosata; chiude il quadretto il fu pineau de la Loire, lo chenin blanc appunto. Rinomato e importante certo, ma nella Loira non come immaginavo, basti pensare che in realtà è la varietà più rappresentativa in tutt’altra zona vitivinicola: il Sudafrica, dove è chiamato steen ed è emigrato nel lontano 1655 ad opera di Jan van Riebeeck.

Conosciuto per la sua spiccata acidità, che lo rende tra i vitigni più longevi al mondo insieme al riesling tedesco, lo chenin (in francese scenen), ha tra i suoi tratti distintivi un germogliamento precoce, quindi sensibile alle gelate primaverili, una maturazione tardiva, con vendemmie che possono protrarsi anche fino ad ottobre per eventuali surmaturazioni; una buccia sottile, componente che ne preannuncia delicatezza ma che in determinate condizioni climatiche(annata permettendo), lo porta ad essere facilmente attaccato da botrytis cinerea, questo anche grazie alla presenza del fiume Loira e dei suoi affluenti, artefici di effetti mitigatori sui vigneti, specie in quelli affacciati sulle rive, che generano una moltitudine di microclimi, con nebbia e umidità tali da favorire lo sviluppo di muffa nobile; condizione però non strettamente legata alla produzione di vini da appassimento come invece può accadere nell’area di Sauternes a Bordeaux; nella Loira vengono prodotti a prescindere come moelleux (che localmente significa dolce per i bianchi e morbido per i rossi), poi se c’è la muffa (e ci auguriamo sia nobile) anche meglio.

Prole del savagnin, come sauvignon blanc e trousseau, altra dote importante è la concentrazione di zuccheri, caratteristica già apprezzata dai mercanti olandesi nel 16° secolo, che li consideravano vini adatti alla navigazione, in virtù dell’alto quantitativo di alcol prodotto, per cui resistenti al trasporto in stiva nelle navi, oltre che compatibili qualitativamente con i dazi doganali inglesi di allora. Una varietà polivalente, adatta quindi a tutte le tipologie di vino o quasi, lo chenin blanc è un vitigno che riflette nel bicchiere pregi e difetti di terroir e annate come pochi altri; inoltre si adatta discretamente a diversi suoli e latitudini, oltre alla Loira, lo troviamo in zone più che temperate come il Sud Africa, con qualche accenno anche in Australia, California (Napa) e Argentina.

Lo chenin nella Loira
Le mie impervie ricerche hanno prodotto diverse slide e una selezione di otto vini, divisi poi in due serate; nella prima avevamo due vini secchi e due moelleux di Anjou, zona che si sviluppa intorno alla città di Angers, dove lo chenin vanta una decina di aoc dedicate e giace su suoli scistosi scuri, con sabbia e ghiaia concentrate nei vigneti prossimi ai fiumi; climaticamente invece permane l’influenza oceanica proveniente da ovest, senza contare i microclimi prodotti dal Loira e dai suoi affluenti Layon e Aubance.

Una prima serata in cui per i vini sec il mattatore è stato il Clos de la Bergerie di Nicolas Joly 2018 (grande annata), un giovanotto possente dall’alto dei suoi 15,5° di alcol, proveniente da una vigna di 3,2 ha nell’aoc Savennieres Roche aux Moines; inizialmente introverso, a tratti indecifrabile, al punto di tornarci più volte, ci ha ricordato però che complessità non significa tutto e subito, concedendosi infatti molto lentamente.

Un’evoluzione attesa fin dall’apertura (qualche ora prima), appena stappato al naso una limonata, talmente aspra da non sembrare vino, successivamente un erbaceo da citronella su sfondo etereo da lacca per capelli, agrumi e pietra focaia per chiudere a fine serata; intenso, freschissimo, con struttura imponente, bellissima la chiusura al palato, in cui appena deglutito dà l’impressione di sparire, mentre invece prende la rincorsa per un lungo ritorno minerale; un vino particolare, eclettico, non proprio per tutti. L’altro secco in degustazione era Jarret de Montchenin 2015, cuvée delle migliori parcelle dello Château de Passavant, anch’esso da agricoltura biodinamica, molto più istrionico, non per questo banale, frutta esotica ed erbe aromatiche al naso; anche qui bella acidità, concentrato, succoso e dal finale lungo; un prodotto impeccabile, ma è forse quello che ha dato meno la percezione di terroir nel calice.

Chiusura di serata affidata tutta alla dolcezza della Coteaux du Layon, con l’omonimo village e il Quarts de Chaume grand cru 2014 di Château Bellerive, appellation che prende il nome dal quarto di raccolto che i contadini donavano al signore, un vino in cui il timbro di botrite era già ben presente all’olfattiva, con sprazzi di frutta secca, pasticceria, nocciola e miele che ne annunciavano dolcezza; morbido, ruffiano e grasso al palato, senza contare l’appellativo di grand cru ottenuto solo nel 2011, fattori questi che potevano ammaliare ma che non gli hanno permesso però di spuntarla per prontezza e bevibilità sul fratello di zona, il quale anche se interminabile per via del formato(0,75 contro 0,375) si è mostrato molto più pragmatico e leggibile, passava da una parte all’altra del tavolo ed ognuno voleva spupazzarselo un po’; naso di frutta disidratata e cacao, con dolcezza appena percettibile e in piena sintonia con le durezze, finale lungo quanto basta per farci innamorare; vincendo anche il premio di miglior abbinamento della serata, in tandem con un erborinato di pecora.

Seconda serata in cui siamo andati spediti su altre due zone importanti per lo chenin. Una di queste è Saumur, che geograficamente fa parte anch’essa dell’agglomerato di Anjou, una sorta di crocevia sia in termini di suoli che dal punto di vista climatico; con terreni ricchi di calcare gessoso tuffeau*(utilizzato nel medioevo per la costruzione di castelli), argilla, silex (selce, pietra focaia), sabbia e ghiaia come sempre ai bordi dei fiumi. Anche qui parliamo di clima oceanico, ma in questo caso con influenze continentali, specialmente per i vigneti distanti dai fiumi (Loira, Dive e Thouet), dove le colline ostacolano le correnti oceaniche provenienti da ovest.

Zona questa che vanta quattro aoc, due delle quali interessano lo chenin: una è la piccola Coteaux de Saumur, di soli 11 ha per vini moelleux, l’altra è la generica Saumur, dalla quale avevamo l’Insolite 2019 di Thierry Germain e Arcane dello Château de Fosse-Sèche 2018, prodotti apparentemente simili all’inizio, freschi, citrini, minerali, ma che all’assaggio hanno preso due strade diverse, si riscontrava un maggior equilibrio e profondità nel secondo, che dalla sua, oltre ad una lenta vinificazione di nove mesi in vasche ovoidali di cemento(tipo anfore), proviene da un terreno unico nella zona, pietroso, con silex misto a ghiaia, ricco di ossidi di ferro ma povero di calcare libero.

Per quanto riguarda l’Insolite di Germain, la gioventù e un po’ l’assenza di struttura innalzavano ancor di più la percezione di acidità, un vino verticale, ancora acerbo ma già apprezzabile. Chiude il sipario il Touraine, territorio storicamente intriso di miti e leggende che contornano villaggi e château della zona, tra rievocazioni di san Martino a Vouvray (dove si narra che abbia introdotto vitigni e modalità di potatura ancora in vigore), passando per scrittori come François Rabelais e personaggi storici come Giovanna D’Arco a Chinon.

Il clima è di tipo continentale, con varianti dovute alle influenze oceaniche; per quanto riguarda i suoli, c’è l’imbarazzo della scelta: calcare tuffeau nella parte ovest (confinante con Saumur), argilla e sabbia di selce ad est, terreni argillo-calcarei con limo sulle colline, ed infine marne, ghiaia e sabbia sulle rive del fiume Loira. Come per l’Anjou, anche qui lo chenin indossa sia i panni dello sfrontato e giovane pronta beva, sia quelli del morbido attempato.

Gli ultimi vini della serata provenivano dalla camaleontica Vouvray, dove normalmente la produzione si focalizza su versioni sec, demi-sec e moelleux, mentre in annate difficili, con difficoltà di maturazione delle uve, si punta più sull’acidità, con prodotti talvolta anche frizzanti. In assaggio avevamo le Petit Clos 2018 sec; un vino ben fatto, fruttato e lineare, forse un po’ tecnico, che non ha fatto breccia nei nostri cuori.

Per i titoli di coda invece, ci siamo affidati a le Haut-lieu demi-sec 2018 del Domaine Huet, un vino con gli effetti speciali, come se fosse diretto da Steven Spielberg; vigna storica della proprietà, da 25 anni a conduzione biodinamica, suolo di argille scure e calcare, pigiatura a grappoli interi, dove il mosto viene separato e vinificato sia in acciaio che in legno vecchio; naso ampio e minerale: albicocca, lime, zenzero, gesso e una punta di ossidazione; fresco in bocca, quasi afrodisiaco, di classe ma con naturalezza, senza essere impegnativo, con misurata dolcezza e un retrogusto salino, non lunghissimo; un colpo di fulmine, che berrebbe anche un astemio.

Il paradosso è che Rabelais nei suoi romanzi Gargantua e Pantagruel descrive lo chenin blanc come un uva curativa, una sorta di medicina; per il sottoscritto invece, è solo un’altra malattia da aggiungere alla lunga lista.

*da non confondere col tufo nero di origine piroclastica.

Anjou

  •   Château de Passavant – Jarret de Montchenin 2015
  •   Nicolas Joly – Savennieres Roche aux Moines – Clos de la Bergerie 2018
  •   Domaine Des Bohues – Coteaux du Layon 2016 moelleux
  •   Château Bellerive – Quarts de Chaume 2014

Saumur

  •   Thierry Germain – L’insolite 2019
  •   Château de Fosse-Sèche – Arcane 2018

Touraine, Vouvray aoc

  •   Bernard Fouquet – Le Petit Clos 2018
  •   DomaineHauet – Le Haut Lieu 2018
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Simone Di Vito

Simone Di Vito ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, da un paio d'anni di notte si trasforma in un anomalo sommelier, appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Per la Borgogna ha un ossessione, per le Langhe un sentimento, coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

21 Commenti

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Lanegano

circa 2 settimane fa - Link

Consiglio caldamente 'Tuffeau' 2013 di Puzelat Bonhomme. Un vino fantastico per chi ama lo Chenin.

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Alberto Niceti

circa 2 settimane fa - Link

Non sono pratico di Chenin, ma leggendo l'articolo mi ha richiamato alla mente l'Erbaluce. Potrebbe starci come paragone?

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Patrick Jane

circa 2 settimane fa - Link
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Diego

circa 2 settimane fa - Link

Anche io sono amante del genere. Suggerisco, per la prossima, Michel Autran (Vouvray) e Domaine FL. P.S.: si scrive Huet ;-)

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Grazie Diego, ora correggiamo, grazie Lanegano segno! Alberto Niceti non so, differiscono per la maturazione ma diciamo che come vitigni sono ambedue molto polivalenti, di discreta struttura e dotati di acidità, se penso ad uno chenin da mettere vicino ad un erbaluce penso ai due di Saumur citati. Sarebbe da provare

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Alberto Niceti

circa 2 settimane fa - Link

Se organizzi un Erbaluce vs Chenin avvisa che si fa un salto!

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Campagnoli Alessandro

circa 2 settimane fa - Link

io consiglio michel chevre , e il clos romans di thierry germain. ah dimenticavo GUIBERTEAU

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Mario

circa 2 settimane fa - Link

Articolo con tratti stucchevoli. Considerato che il nostro paese produce una infinità di vini per palati raffinati ,mi aspetterei dediche ed articoli per fare conoscere al grande pubblico dei consumatori del mercato interno , la grande offerta di vini italiani.

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Caro Mario, lo stucchevole me lo prendo volentieri, grazie... comunque qualche giorno fa sono stati pubblicati due ricchi post su trebbiano e lambrusco, oggi invece un bel articolo sull'erbaluce, percui dai, ogni tanto uno stucchevole ci sta 😉

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Francesco Romanazzi

circa 2 settimane fa - Link

Il campanilista ampelografico, che meraviglia. Visto che tieni tanto all'italiano, comincerei innanzitutto da un corretto utilizzo delle virgole. Cordiali saluti.

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Scusa Francesco, dicevi a me ?

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Francesco Romanazzi

circa 2 settimane fa - Link

Chiaramente no! Rispondevo a Mario

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

😅 Mi era arrivata come risposta al mio commento, scusami

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Ale

circa 2 settimane fa - Link

Piuttosto, se ne esistono, sarebbe interessante anche un articolo sui vini a base di chenin in Italia

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Ruggero Romani

circa 2 settimane fa - Link

potevano essere menzionati i vari vini "petillants" a base di Chenin fatti in Loira: a me piacciono molto Clos Naudin e Pinon, entrambi di Vouvray.

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Patrick Jane

circa 2 settimane fa - Link

Dimenticabili. Facilmente.

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Littlewood

circa 2 settimane fa - Link

Per me il top e' le nurisson di bernadeau. Vino semplicemente psicadelico! E nella versione vigne centenaires....Comunquea mio parere nn esiste in italia un vitigno eclettico e longevo come lo chenin....

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Ale in italia Angiolino Maule aveva fatto un tentativo, e non so chi altro, sono sempre del parere che ognuno dovrebbe comunque concentrarsi sui propri autoctoni, specie in Italia che ne siamo pieni; per quanto riguarda i vini che segnalate sono d'accordo con voi, ce ne sono tante di realtà che avrei potuto e voluto portare in assaggio, ma alla fine devi sempre fare i conti con la disponibilità al momento dell'acquisto online... ad esempio mi sarebbe piaciuto qualcosa di chinon, azay le rideau, bonnezeaux, e altre. Sarà per un altra volta

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Alberto Niceti

circa 2 settimane fa - Link

Terre di Giotto, credo nelle annate vecchie, producesse il Gattaia con Chenin in purezza. Poi se non sbaglio si è passati ad aggiungere un taglio di Riesling e/o Sauignon.

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Patrick Jane

circa 2 settimane fa - Link

Joly è bolso. Il must per farsi la misura è Clos Rougeard. Bernaudeau già suggerito (splendido), Domaine de Bellivière gran manico in zona diversa, Chidaine più centrale. Personalmente trovo Vouvray arretrata rispetto alle novità del Saumurois. E di Huet prenderei solo i moelleux.

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Luca

circa 2 settimane fa - Link

Altro produttore consigliassimo è Francois Chidane, che produce aoc Montlouis sur Loire, di fronte a Vouvray. Il suo Les Bournais è meraviglioso! PS anche io un assaggio di pettillant/cremant lo avrei messo, mediamente le bollicine da chenin mi sono sembrate le più interessanti di Francia extra Champagne.

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