“Les Chaumes” di Domaine Méo-Camuzet e la Borgogna vola

“Les Chaumes” di Domaine Méo-Camuzet e la Borgogna vola

di Lisa Foletti

“I Borgogna hanno le mani piccole: si infilano dappertutto e arrivano dove altri non riescono ad arrivare.”

È così che parla dei vini che ama, lui, nella penombra del suo soggiorno, in quel tempo indefinito che non è più pomeriggio ma non è ancora sera. C’è Barolo che trotterella tutt’attorno, guaisce sovraeccitato, ci porge ripetutamente l’osso mentre tentiamo di concentrarci sulla nostra conversazione e sul vino appena versato. Barolo è un carlino, un ridicolo e rumoroso cagnetto nero che metterebbe certamente allegria se fossimo a un party in piscina anziché nel salotto di casa, al cospetto di una grande bottiglia. Quando finalmente la bestiola si placa, riesco a prestare attenzione alla persona che ho di fronte e al vino che abbiamo il piacere di condividere, Vosne-Romanée 1er cru “Les Chaumes” di Domaine Méo-Camuzet. È sempre lui, l’amico che di tanto in tanto sceglie una buona bottiglia dalla sua cantina e decide di stapparla in mia compagnia.

Questa volta torniamo in Borgogna, al primo amore.

Io mi perdo ad ascoltare i racconti  di un tempo che non ho vissuto, anni in cui bere Borgogna era un’altra cosa, dicono: i prezzi erano diversi, e certamente lo erano anche i vini. Mi piace sentire gli aneddoti, vedere gli occhi scintillanti di entusiasmo, velati al contempo da un’ombra di nostalgia. Mi sembra di viverla un po’ anch’io, quella storia di meravigliose bevute e di viaggi in Borgogna. Io che adoro i vini di quella terra, ma ho iniziato a conoscerli pochi anni fa, troppo pochi per poterne parlare con quella luce negli occhi e quella consapevolezza.

Schermata 2018-05-30 alle 20.07.53

“Oggi ho scelto Méo-Camuzet perché ho amato alla follia i suoi pinot noir. In questa 2000, malgrado l’annata non proprio felice, riconosco ancora il suo stile, quello che mi ha fatto perdere la testa. Poi, qualcosa è cambiato, probabilmente da quando si è messo a fare il négociant e a produrre nei comuni di mezza Borgogna… Da allora non riesco proprio più a berli, i suoi vini.” Qui lo sguardo si abbassa, e ci leggo una punta di tristezza.

Siamo in penombra, all’imbrunire, ma riesco a vedere che il liquido nel calice è piuttosto scuro e denso. Promette materia.

Come sempre, cerco di non farmi travolgere dal desiderio bruciante di bere e provo a seguire i gesti del mio interlocutore. Immergo il naso nel bicchiere, che mi restituisce una detonazione di odori quasi scioccante, per intensità e pungenza. Il pensiero corre subito al nostro precedente assaggio, il Bordeaux Saint-Julien Léoville du Marquis de las Cases 1986 di cui ho parlato qui: ripiegato su se stesso, avviluppato, aveva un naso talmente chiuso da farmi temere il peggio, sulle prime, per poi concedersi alle mie narici in un lentissimo stratificarsi di sentori e di emozioni. Nel calice di questo pomeriggio, invece, c’è un’intensità olfattiva che mi perfora immediatamente il cervelletto. Ingenua, penso con un filo di delusione “ecco, si concede subito, tutto e subito”, ma vedo che l’amico sorride sornione, annuisce e non favella.

Mi arrivano effluvi balsamici di resina e aghi di pino, una corteccia quasi secca, radice di liquirizia e cacao, un lieve pot-pourri, poi una decisa nota ematica, di carne e sangue. Non certo un emblema di delicatezza e finezza, questo primo impatto; niente ballerine in punta di piedi. Ma c’è qualcosa di seriamente intrigante. Il primo sorso mantiene le promesse solo in parte: a fronte di una freschezza ancora vivace, e di un frutto curiosamente croccante che al naso non si è quasi palesato, la materia e il succo non irrompono, paiono un po’ compressi.

Intanto scorrono gli aneddoti borgognoni, inframezzati da qualche confidenza, e poi di nuovo un cenno al bicchiere. Ora il naso è quasi sfacciato, con la balsamicità che si è fatta mentolata e il cacao che, addolcendosi, cinge la menta in un abbraccio da after eight. Fa capolino un frutto scuro, non ancora definibile. Un nuovo sorso mi suggerisce rotondità e materia crescenti, la radice di liquirizia è divenuta caramella Saila, il ritorno di frutto è importante, così come la chiusura salivante che riequilibra la bocca. Stavolta non ho voglia di mangiare nulla, chiedo solo un po’ d’acqua liscia, che bevo ad ampie sorsate. Fuori esplode violento il temporale, che quasi ci sveglia dalla nostra trance degustativa.

Ancora un tuffo nel calice, per sentire il naso completarsi con una lieve affumicatura, sbuffi floreali e spezie dolci. Il liquido nel bicchiere, ora, è lievemente torbido. Quando ormai non mi aspetto più nulla, arriva un sorso che mi spiazza: in bocca c’è grinta e tensione, la materia si è come stirata, facendosi tridimensionale. Più velluto che seta. Ammaliante, non è un filo di perle ma una gemma scura. Ossidiana. Una beva corroborante che chiama subito un altro sorso. Ma la bottiglia è finita, e non resta che salutare Barolo per avviarsi a cena.

avatar

Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

3 Commenti

avatar

Gigi

circa 1 anno fa - Link

Bellissimo post per la descrizione del vino e massima invidia per il tuo sapiente e generoso amico. Non posso tuttavia pensare a Barolo come un carlino di fronte a niente e nessuno, il 95% dei vinificatori borgognoni si sogna di fare un vino come un barolo base di una media cantina di Langa. Se poi prendiamo i migliori esempi di Barolo, la partita e' aperta con tutti, ma proprio tutti.

Rispondi
avatar

Lisa Foletti

circa 1 anno fa - Link

La cosa bella è che il cagnetto in questione si chiama davvero Barolo, con buona pace dei vignaioli borgognoni e langaroli! Per il resto, non amo fare paragoni fra vini e territori tanto distanti e differenti. Mi godo la bellezza di una bevuta che regala emozioni.

Rispondi
avatar

Gigi

circa 1 anno fa - Link

E quindi ci sono cascato! Scusa la lettura metaforica, e pure Barolo non credo apprezzi il fatto che io l'avrei chiamato Lambrusco...

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.