Innamorarsi di un grande Bordeaux: il Saint-Julien Léoville du Marquis de las Cases 1986

Innamorarsi di un grande Bordeaux: il Saint-Julien Léoville du Marquis de las Cases 1986

di Lisa Foletti

“Mi piacciono le donne che assomigliano ai grandi Bordeaux” dice lui, cercando di rispondere alla mia domanda “Perché ami tanto i Bordeaux?”. Li ha conosciuti molto tempo fa, poi è rimasto folgorato dalla Borgogna (come tutti, dice) e solo dopo tanti anni ha iniziato ad amarli sul serio. “Nella vita c’è un momento per ogni cosa, e questo è il momento dei Bordeaux, perché si accordano al mio stato d’animo, a quello che sono diventato”. E le donne? “Oggi mi piacciono quelle schive, che non si concedono subito, un po’ introverse, complesse e misteriose. Come i grandi Bordeaux, appunto”.

Pausa strategica (la mia) per deglutire.

Starei lì ad ascoltarlo per ore, questo amico appassionato di Bordeaux. Io che ho scarsa conoscenza di quel mondo vinicolo, specie dei grandi Châteaux e delle grandi bottiglie. Io che sono amante della Borgogna (“come tutti”, sic) e spesso evito di bere Bordeaux vittima di un pregiudizio, quello che mi fa pensare a vini troppo carichi, troppo materici, troppo verdi, troppo piacioni, troppo tutto. Sarà che un modesto pinot noir mi sembra sempre più piacevole di un taglio bordolese dozzinale… Ma è probabile che io abbia bevuto solo Bordeaux mediocri o insignificanti, fino a oggi.

Ci siamo dati appuntamento a Modena, io e l’amico, per bere una bottiglia che lui ha scelto di prelevare dalla sua cantina e condividere con me. “L’ho acquistata una decina d’anni fa, o forse qualcuno in più, quando ancora certe bottiglie avevano un prezzo avvicinabile. Ho avuto l’occhio lungo, pare”.

Lui non mangia quando beve, dice che preferisce concentrarsi sul vino. Io se bevo a stomaco vuoto stramazzo, invece. Però ha ragione lui: niente manicaretti complicati o impegnativi, altrimenti ci si distrae. Per scaldare i motori, ordiniamo un “Fac-Simile” di Prévost con sboccatura 2013 (uno Champagne strepitoso) mentre io ingollo crostini con bufala e alici, poi mi faccio preparare una tartare di manzo. Così il mio stomaco e il mio palato si apprestano a ricevere il Bordeaux, debitamente aperto a casa, circa 3 ore prima.

Grand Vin de Léoville du Marquis de las Cases, Saint-Julien (Médoc), 1986: cabernet sauvignon 66%, merlot 19%, cabernet franc 11% e petit verdot 4%. Nato nel 1638, lo Château Léoville Las Cases, confinante con Château Latour, produce vini che figurano fra i più grandi di Bordeaux. Un pezzo di storia.

Il nostro è lì nei calici già da un po’, ha un colore magnifico nonostante la poca luce a rischiarare l’ambiente, inaccessibile ed enigmatico, nessuna concessione al mattonato o all’aranciato. Ci tuffo il naso dentro con voracità e non sento quasi nulla. Panico. Guardo l’amico e mi accorgo che sorride. “Dagli tempo”. Impaziente, ci rituffo subito il naso, ma la musica non cambia. Allora mi rassegno e mi metto a sbocconcellare una fetta di pane, parlando del più e del meno, anche se la mia testa ormai è lì, a quel bicchiere. Passano i minuti, decine di minuti, l’amico parla, parla, facendo roteare di tanto in tanto il vino. Io lo imito, parlare non mi riesce difficile, staccarmi dal calice invece sì.

Giunge il momento del secondo approccio: il naso è chiuso come un ristorante di lunedì sera, ma cominciano ad affacciarsi note di vegetazione umida, di terriccio bagnato e corteccia, di tabacco e cacao. Azzardo un primo sorso e mi arriva in bocca una pennellata di sottobosco, dall’acidità perentoria e dal tannino voluttuoso. Comincio a sorridere anch’io. Lui ne versa ancora un po’, e aspetta. Parliamo e attendiamo.

Passano altri minuti che mi paiono eterni, e l’amico annusa nuovamente, cosicché mi sento legittimata a farlo pure io. Qualcosa si muove! Ai sentori boschivi si aggiungono cenni balsamici di resina e mentolo, piccoli piccoli ma puntuti, e inchiostro di china. Ma il frutto, dico? Sono passate ore e nessun accenno di frutto, neppure in confettura. Un altro sorso, e il vino comincia ad allargarsi in bocca, con grande cautela. La sensazione salivante e setosa è corroborante. Sto per berne un’altra generosa sorsata, ma l’amico posa il calice e prende un pezzetto di pane, allora desisto e seguo i suoi gesti. Quante ore saranno passate? Non lo so più, ma fuori è quasi buio e abbiamo perso la cognizione del tempo.

Altro vino nel calice, altre chiacchiere con lo sguardo quasi fisso sul bicchiere, poi finalmente la terza annusata: eccolo, timido, il frutto! Un gelso, un mirtillo, un ribes nero. Freschi, mica sotto spirito o in marmellata. Ancora croccanti e sugosi, si vanno ad aggiungere ai precedenti sentori, stratificandosi, compenetrandosi. Ed ecco che il sorso comincia a farsi tridimensionale, con quel corpo per nulla muscoloso, semmai snello e compatto, raccolto.

Pausa. Fuori è buio e il pane è finito, ma non le nostre chiacchiere.

“Pazienta ancora un po’, Lisa”. Paziento, anche se non è il mio forte. Ma col passare di nuovi e lunghi minuti, ecco gli aghi di pino, il ginepro, qualche spezia piccante e un ché di appena dolce. In bocca ormai è disvelato, incredibilmente scorrevole nella sua asciutta complessità. Godibilissimo, quasi facile.

Guardo speranzosa la bottiglia, mi accorgo che è finita. E non ce ne sarà una seconda. Sipario.

avatar

Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

2 Commenti

avatar

Lanegano

circa 1 anno fa - Link

Mi è capitato lo stesso con uno Chateau Margaux del 1996....avevo suggerito all'amico che me lo ha gentilmente offerto di stapparlo la mattina per la sera ma l'incauto ha pensato bene di aprirlo 'solo' due ore prima. Appena assaggiato (dopo un Nebbiolo di Cappellano 2011 sensazionale) sembrava talmente anonimo da non essere credibile nonostante il colore perfetto. L'ho scaraffato con una delicatezza da orefice e con pazienza ha cominciato ad aprirsi e a svelare la sua magnificenza raffinatissima. Vini da bere con moooolta pazienza. Penso spesso al terribile spreco sacrilego di quei riccastri stolti che arrivano nei grandi ristoranti guardano la lista dei vini e, scelti i piu' costosi, se li fanno aprire lì per lì....a me forse non capiterà mai più di poter bere una bottiglia così 'importante' a meno che non decida di rapinare banche o buttarmi in politica o qualche amico che compie di nuovo 50 anni non decida di regalarsi e regalarmi nettare di queste levature. Quando compirò io i 50 anni (tra pochi mesi) potrei recuperare un Barolo di Giuseppe Rinaldi con la dovuta anzianità e trattarlo con il rispetto che merita...

Rispondi
avatar

Luca

circa 1 anno fa - Link

Bordeaux e Borgogna sono 2 cose diverse

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.