La vigna di Leonardo: una storia di vino lunga cinque secoli ed un’ipotesi romanzesca

La vigna di Leonardo: una storia di vino lunga cinque secoli ed un’ipotesi romanzesca

di Thomas Pennazzi

Si fa un gran parlare di Leonardo, in questo maggio. E ve n’è ben motivo, nella ricorrenza del quinto centenario della sua morte.

Anche noi di Intravino vogliamo onorare il genio vinciano, ricordando però la sua vigna: Leonardo l’ebbe molto cara, tanto da dedicarle attenzione perfino nel suo testamento, l’ultimo scritto lasciatoci.

La Nuova Atene, come i poeti chiamavano Milano al tempo degli Sforza, aveva attratto anche Leonardo, inviato colà da Lorenzo il Magnifico. Nel suo curriculum, presentato nel 1482 all’allora sedicente duca di Milano, Ludovico Sforza, chiamato il Moro, Leonardo proponeva le sue poliedriche doti di musico, architetto, ingegnere militare, scenografo, ed infine pittore. Ma se fu incorporato alla splendida corte sforzesca è proprio per l’abilità scenica: i suoi grandiosi allestimenti delle feste e degli spettacoli, grazie alla profonda conoscenza della meccanica, arte con cui il talentuoso artista costruiva stupefacenti macchine teatrali, facevano viva impressione nel colto pubblico delle corti.

Ecco cosa annotava un testimone di uno spettacolo del tempo:

«V’era fabbricato, con il grande ingegno et arte di Maestro Leonardo da Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette pianeti che giravano e li pianeti erano rappresentati da homini».

Per queste doti, e per mille altri servizi resi al duca nei suoi diciotto anni milanesi, Leonardo venne ricompensato tardivamente, solo nell’aprile del 1499, con una vigna fuori Porta Vercellina dove l’artista dimorava, sul retro della Casa degli Atellani, benché il suo possesso informale datasse all’anno precedente. Pochi passi lo separavano da Santa Maria delle Grazie, nel cui refettorio il maestro aveva dipinto lentamente il Cenacolo, con grande fastidio del priore Vincenzo Bandello. Il quale ad ogni occasione se ne lamentava con lo Sforza e con l’artista. Si dice che Leonardo per vendetta lo raffigurasse nei panni di Giuda.

Era poco generoso, però, il duca:

«Perticas numero sexdecim soli seu fundi eius vinee quam ab abbatia seu monasterio Santi Victoris in suburnano porte Vercelline huius inclite urbis nostre Mediolani, canonica et apostolica dispensatione intercedente, proxime acquisivimus, ut in eo spatio soli pro eius arbitrio edificare colere hortos et quidquid ei vel posteris eius, vel quibus dederit ut supra, libuerit facere et disponere possit, quibus perticis sexdecim terre ita concessis terminos et circonstancias coherentes, alteris nostris aperte declarabimus».¹

Di sedici pertiche milanesi era l’estensione della vigna, un rettangolo stretto e lungo di un ettaro circa, ritagliato dalla vigna grande di San Vittore, un recente possesso ducale. Ma per Leonardo diventare proprietario di casa – giacché la donazione gli concedeva il diritto di edificare – significava vedersi riconosciuta la cittadinanza milanese, a cui aspirava: cosa che non avrà per la caduta dello Sforza ad opera dei francesi, meno di un anno dopo, nel 1500. Allontanatosi l’artista da Milano senza averne potuta godere che una vendemmia, la vigna venne affittata, perché la curasse, al padre del suo garzone prediletto: Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì (Saladino, da un personaggio del poema del Pulci, ossia diavolo). Ma i nuovi padroni di Milano revocarono le donazioni dei beni sforzeschi, tra cui la vigna di Leonardo, ceduta ad un funzionario creditore del duca.

La confisca bruciava assai a Leonardo, e quando, nel 1507, per le circostanze si trovò a potersene lamentare col luogotenente del re di Francia, Charles d’Amboise, che lo richiamava da Firenze a Milano, chiese per grazia sovrana la restituzione del dono sforzesco:  l’artista fu prontamente e generosamente soddisfatto.

«Dilecti nostri. Tocando il caso de magistro Lionardo fiorentino ve dicemo et commettemo che lo remettiate nel primo stato, come esso era, de la vigna sua inante che la gli fusse tolta per la Camera, et non gli fareti chel ne habia a patire spesa pur de uno soldo». ²

E la vigna doveva essergli davvero preziosa, perché sette giorni dopo l’ordine luogotenenziale i Maestri Camerali rimettevano Leonardo nel suo pacifico possesso:

«Reponimus et remittimus, repositumque et remissum declaramus mag. Leonardum de Guintijs florentinum in et ad actualem possessionem et tenutam seu quasi petie illius vinee site extra P. Vercellinam mediol. in suburbijs apud fossum urbis, nuncupate vinee S.i Victoris, de qua ipse mag. Leonardus donationem habuerat ab. Ill.mo Ludovico Sfortia, tunc ducatum Mediolani tenente, et de qua ipse Leonardus fuerat privatus seu spoliatus, et data fuerat insolutum magnifico d. Leonino Bilie, college nostro, pro parte solutionis donationis sue regie». ³

Del 1513 si legge un atto di subaffitto da parte del discepolo Salaì, con riserva di alcuni locali di abitazione per la propria madre; da cui si deduce che il podere era ancora condotto dai parenti dell’allievo di Leonardo, mentre l’artista si trovava a Roma.

Dopo il trasferimento in Francia, la vigna rimase sempre nei pensieri di Leonardo, tanto da essere fatta oggetto dell’ultimo dono ai suoi famigli: eccola citata nel testamento vinciano, mentre viene ceduta in parti uguali all’amato discepolo Salaì, ed a Giovanni Battista Villani, suo servitore che lo accompagnò ad Amboise.

«Item epso Testatore dona et concede a sempre mai perpetuamente a Batista de Vilanis suo servitore la metà zoè medietà de uno iardino che ha fora a le mura de Milano, et l’altra metà de epso jardino ad Salay suo servitore, nel qual iardino il prefato Salay ha edificata et constructa una casa, la qual sarà e resterà similmente a sempremai perpetudine al dicto Salay, soi heredi et successori, et ciò in remuneratione di boni et grati servitii, che dicti de Vilanis et Salay dicti suoi servitori, lui hanno facto de qui inanzi». 4

Questo il passato, amorevolmente indagato dallo storico dell’arte Luca Beltrami un secolo fa.

Ma cosa rimane oggi del possesso leonardesco?

La vigna, secondo le testimonianze, sembra aver resistito nei secoli all’urbanizzazione della città: quando nel 1920 il grande architetto milanese Piero Portaluppi restaurò a suo gusto la Casa degli Atellani, poco distante da Santa Maria delle Grazie, quel che ne restava venne inglobato nell’ampliamento del giardino, salvando i filari dal cemento. Ne esistono ancora le testimonianze fotografiche. Pochi anni dopo, nel 1943, il tragico bombardamento americano menava rovina nel borgo delle Grazie, risparmiando però miracolosamente il Cenacolo e la Casa degli Atellani. La vigna invece pare andasse distrutta dall’incendio degli edifici vicini.

Per decenni tutto rimase sepolto in silenzio, finché non entrò in scena un personaggio ben noto anche ai nostri lettori: Luca Maroni.

L’enologo, cultore di cose leonardesche, appresa la storia della vigna di Leonardo giusto cinquecento anni dopo la donazione, nel 1999, innamoratosene, si mise alla ricerca delle sue tracce, se mai esistessero ancora. Fortunatamente incontrò la disponibilità delle eredi del Portaluppi: la vigna era scomparsa, ma se ne potevano leggere ancora i segni nel terreno.

Mancavano i denari per intraprendere una pur minima ricerca, ma Milan ha il coeur in man: bussando alla porta del sindaco, allora Letizia Moratti, un po’ di quattrini saltarono fuori, sufficienti per coinvolgere l’università. Ecco apparire un altro personaggio a voi noto, il professor Attilio Scienza, che effettuati gli scavi e riscontrati vivi i reliquati della vigna poté dichiararne il ritrovamento.

Ma ancora non si sapeva da che vitigni fossero formati i famosi tralci: servivano altri denari per le ricerche genetiche, che anni dopo arrivarono generosamente dalla fondazione Portaluppi, desiderosa di reimpiantare la vigna leonardesca dov’era e com’era. Un sogno si stava avverando.

Alla fine degli studi della genetista Serena Imazio si scoprì che la vigna di Leonardo era coltivata a malvasia di Candia: comparatone il dna con le malvasie italiane, se ne trovò il clone più corrispondente tra quelle dei colli piacentini; vennero quindi preparate le barbatelle per il reimpianto, avvenuto in coincidenza con l’apertura dell’Expo milanese del 2015.

La malvasia era tra i vini più apprezzati nel Rinascimento: e se il vigneto milanese era di certo precedente all’acquisto leonardesco, l’artista potrebbe ben averlo fatto reimpiantare lui stesso grazie ai suoi ottimi rapporti con i nobili piacentini.

Se diamo credito alle ipotesi di Vittorio Sgarbi sulla genesi del Cenacolo, con la probabile visita di Leonardo alla rocca di Monticelli d’Ongina, accompagnato dall’amico Franchino Gaffurio, magister capellae del Duomo di Milano e primus cantor alla corte sforzesca – che era un protetto di Carlo Pallavicino, vescovo di Lodi e feudatario del borgo piacentino – di malvasia ne sarà ben scorsa alla loro mensa. Leonardo vi si sarebbe recato per studiare la cappella privata del vescovo, affrescata con una Ultima Cena dipinta dai Bembo.

Il cosiddetto Ritratto di Musico della Pinacoteca Ambrosiana, unica tavola di Leonardo conservata a Milano, potrebbe rappresentare quindi il Gaffurio, ma altresì Galeazzo Sanseverino, cortigiano sforzesco ed amicissimo anch’esso di Leonardo, nonché, guarda caso, signore di Bobbio e della Val Tidone, terre di malvasia. Venivano da lì, le barbatelle della vigna? In mancanza di documenti, non è che un romanzare.

Milano fu nel tempo più generosa del suo duca verso Leonardo. Al sommo maestro sono infatti dedicati più luoghi in città: la piazza antistante il Politecnico, ed il Museo della Scienza e della Tecnica, con la riproduzione più ampia al mondo di macchine leonardesche, tratta dai suoi codici. Ma anche un monumento nel cuore del potere civile della città, Piazza della Scala, dove il celebre teatro fronteggia Palazzo Marino, la sede del Comune. Leonardo dà le spalle a questo, come se volesse entrare ancora in teatro, che tanta gloria gli aveva regalato in vita. Il popolino diede al gruppo scultoreo il nomignolo di On lìter in quàtter, immaginandone la rassomiglianza ad un boccale di vino circondato da quattro bicchieri (ossia le statue dei discepoli, poste sotto il piedistallo del genio).

Maroni scriverà infine del recupero della vigna in un corposo libro su Leonardo, mentre la Casa degli Atellani dal 2015 apre le sue porte al pubblico come museo Vigna di Leonardo.

¹ Lettera Patente di Ludovico il Moro, addì 26 aprile 1499 – Archivio di Stato di Milano – Registro Panigarola O, foglio 182

² Lettera del luogotenente generale di Lombardia di Luigi XII, Charles II d’Amboise, ai Maestri delle Entrate Straordinarie dello Stato, addì 20 aprile 1507.

³ Archivio di Stato di Milano – Registro Panigarola O, foglio 183.

4 Testamento di Leonardo, redatto ad Amboise il 28 aprile 1519.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 mesi fa - Link

Tra il 1920 in cui l'arch. Portaluppi fotografa viti in quel luogo e il 1513, data dell'ultima testimonianza leonardesca di quella vigna, c'è la bellezza di 407 anni. È impossibile che le radici trovate siano proprio le discendenti da quelle che possedeva Leonardo da Vinci. Questa è solo una brutta pagina di spreco di denaro pubblico (o quasi), sarebbe meglio dimenticare.

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thomas pennazzi

circa 2 mesi fa - Link

Su, su, caro CC, smetta per una volta i panni del vignajolo dotto e supercilioso, e si lasci cullare da una fiaba: falsa e bugiarda, come tutte, del resto, ma che ci fa sognare per un momento. Quel pergolato della foto non sarà stato forse della stessa uva che faceva il vino a Leonardo, però è immagine di come si conduceva la vigna fino a cinquant'anni fa nei piani di Lombardia: con la pergola alta 4 metri, e la vendemmia fatta con le scale.

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