La rivincita delle DOC comprimarie

La rivincita delle DOC comprimarie

di Simone Di Vito

Amarone, Barolo, Brunello, tre esempi che sulla carta rappresentano l’eccellenza nobile del vino italiano, insieme ad altre denominazioni diventati per appassionati e non quasi una garanzia di bevuta, entusiasmano solo sentendoli nominare ma non basta certo l’altezzoso “titolo nobiliare” di docg per farne dei degni sovrani.

Se volessi buttarla su un contesto più “medievale”, dietro le nobili denominazioni trovi sempre la doc di ricaduta, un fido scudiero o magari un cavaliere ai margini, con armatura scura, opaca e un po’ ammaccata, gira col ronzino, non ha corazza bianca lucida o la spada d’oro, e non sarà mai in lizza per il trono o per il titolo di primo cavaliere. Ma attenzione, guai a sottovalutarlo, in un periodo in cui il motto è black lives matter, scrivendo mi viene in mente una famosa barzelletta romana dove alla fine capisci che ar cavaliere nero non je devi rompe er… ciao Gigi.

La lunga trafila per l’affinamento, la scelta del momento giusto per stapparli e il costo di alcuni diventato ormai esorbitante, hanno sempre più relegato i grandi vini alla stregua dei pochi fortunati che se li possono permettere o destinandoli ad eventi sporadici come serate tra appassionati e feste. Tutto ciò a vantaggio delle doc di ricaduta, per le quali da qualche anno ormai è in atto una vera re-born, un riscatto per quei vini nati e spesso visti in passato come entry level o come brutte copie del fratello dotato, grazie ad una maggior considerazione da parte delle aziende stesse, oltre alle recenti tendenze del pubblico che vira verso vini di qualità ma sempre più di pronta beva.

Con minore attesa, maggior produzione e costi più contenuti, a trarne vantaggio sono disponibilità e reperibilità, anche se per alcuni la speculazione odierna oltre ad averli resi introvabili, li ha portati a spuntare prezzi nettamente superiori a molti grandi vini di altre casate.

Tre buoni esempi:

Langhe nebbiolo 2018 – Giuseppe Rinaldi: assaggiato più di un mese fa direttamente in cantina, dove non feci fatica a riconoscergli subito il titolo di quasi-Barolo, così per il mio recente compleanno ho voluto riberlo in tutta tranquillità a casa e devo dire che mi ha stregato ancor di più, confermo in toto quanto di positivo avevo scritto, aggiungendo che il meglio per lui deve ancora venire; naso da manuale del nebbiolo, splendidamente floreale tra viola e rosa appassita, poi ciliegia, liquirizia e una punta speziata di pepe, bocca cesellata di ogni sensazione e degna del miglior trapezista, forse non salirà mai al trono, ma nelle sue vene scorre sangue blu di papà Barolo, un principe bastardo che maneggia spada e scudo meglio di tanti veterani.

Rosso di Montalcino 2018 – Tenute Silvio Nardi: anche se fresco di gioventù con sgabello e in disparte siede alla tavola rotonda con i Brunello di famiglia, ma se c’è del lavoro sporco questo giovanotto del nord-ovest di Montalcino fa il suo dovere; naso fine, schietto ma poco complesso, con fiori freschi, amarena e spezie dolci, bocca morbida dal corpo snello e scattante che dinamizza una bevuta fresca e invitante, non ha una spada, ma è dotato di un tannino che punzecchia la lingua come fosse un acciarino, un killer spietato e alcolico, che colpisce rapidamente e di cui ti accorgi solo a fine bottiglia.

“Campo Morar” Valpolicella classico superiore 2015 – Viviani: La corvina c’è, la rondinella pure, come anche l’appassimento, cosa manca? A questo apprendista Amarone manca solo la parola, è il più maturo del trio, ma è ancora in splendida forma; naso scuro con fiori secchi, more, pepe nero e tabacco, assaggio concentrato e carico, tannico e profondo, con una lievissima punta dolce sul finale. Muscoli e spessore da impavido guerriero, pronto per sfidare a duello i tanti fratelli maggiori che ho bevuto di recente, sui quali per altro la spunterebbe di sicuro.

 

 

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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Per la Borgogna ha un'ossessione, per le Langhe un sentimento; coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

20 Commenti

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Nicola Micheletti

circa 3 settimane fa - Link

Da veronese che beve Valpolicella da sempre credo che la denominazione Valpolicella sarà davvero matura quando riuscirà a produrre dei grandi vini da uve fresche, lasciando definitivamente l’appassimento all’ Amarone e al Recioto. Ci sono già degli illustri esempi in questo senso. Speriamo di vederne altri in futuro .

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Simone Di Vito

circa 3 settimane fa - Link

Nicola la penso come te, ci sono già delle cantine che producono ottimi vini da corvina in purezza o blend Valpolicella doc. Visitando spesso la zona (avendo un cugino di Negrar), non ho mai visto di buon occhio il ripasso... Il vorrei ma non posso dell'amarone per eccellenza. Ma degustibus

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Littlewood

circa 2 settimane fa - Link

Il campo morar 015 e' un po' un mio figlio visto che quel blend l' ho fatto io insieme a claudio....apassimento si ripasso no! Sono pero' arrivato a pensare che l' appassimento sia diventato un po' na' droga...e che la vera anima della valpollicella e anche del valpo superiore sia farlo con uve fresche! La corvina soprattutto e' un' uva fantastica solo che e' difficile da gestire un po' come il pinot nero. Esistono comunque esempi straordinari di valpo superiori come il Decennale di un' azienda emergente di marano....Non metterei inoltre la valpollicella di quintarelli tra i superiori in quanto in realta' e' ottenuta con la tecnica del ripasso....e per me anche quelle fatte dal bepi decisamente il suo vino meno convincente....su Rinaldi vorrei solo ricordare che il suo prezzo in realta' e' € 15....

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Grazie della precisazione sul campo morar, evidentemente ricordavo male. Comunque sono stato da Claudio in cantina a luglio dello scorso anno, e se non sbaglio credo di aver conosciuto anche lei.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Il vino di ricaduta l'abbiamo inventato qui a Montalcino nel 1968, per un motivo semplice: vendendo subito parte del prodotto, pagavamo tutte le spese. Poi il resto poteva aspettare con tutta calma che arrivasse il prezzo migliore. Nel 1988 è passato DOC ed è stato ribattezzato Rosso di Montalcino, ma ha continuato a svolgere egregiamente il suo lavoro. È un grande vino che nasce dalle stesse vigne del Brunello, ma deve avere un prezzo più basso perché a noi serve venderlo velocemente e senza problemi: un vero accordo win win tra produttore e consumatore

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Stefano

circa 3 settimane fa - Link

Ai corsi di Sommelier 25 anni fa ci insegnavano che il Rosso veniva da vigne esposte meno bene del Brunello, terreni meno vocati, più pianeggianti; allora non è vero? Ma le vigne devi comunque iscriverle a Brunello o a Rosso, oppure è indifferente?

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Maurizio

circa 3 settimane fa - Link

Gli albi dei vigneti di Brunello e Rosso sono diversi. Da quello di Brunello volendo si può fare anche Rosso, ma non il contrario ovviamente.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

Ci sono molti modi per produrre Rosso di Montalcino. Dalle vigne di Brunello si può produrre sia Brunello che Rosso di Montalcino. Si può declassare del vino Brunello a Rosso di Montalcino. Da venti anni parte della produzione di uva di ogni vigna di Brunello è obbligatoriamente declassata a Rosso di Montalcino secondo una proporzione che varia ogni anno, per evitare la creazione di eccedenze di Brunello. Da venticinque anni esistono anche delle vigne esclusivamente iscritte a Rosso di Montalcino.

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Maurizio

circa 3 settimane fa - Link

Sicuro che l'idea di vino di ricaduta non la hanno inventato in Francia molto prima che a Montalcino???

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

È una cosa diversa, perché i francesi hanno regole di utilizzo delle loro AOC diverse dalle nostre. In rozza sintesi il produttore ha una quota assegnata (vendibile) di una o più AOC, che compatibilmente con i Disciplinari può usare come vuole. Il nostro concetto è legato al vigneto fisico.

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Maurizio

circa 2 settimane fa - Link

Mmh, o si è spiegato male prima o si è spiegato male ora. La spiegazione che ha dato prima è esattamente il concetto del "Second Vin", che non c'entra niente con le AOC. Il vino di ricaduta lo hanno inventato loro. Sulle DOC di ricaduta, che è cosa diversa se ne può parlare, ma appunto lei ha parlato di vino non di DOC.

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Giacomo

circa 3 settimane fa - Link

Vino di ricaduta, ma che bel nome. Armani ci ha l haute coture, ma i soldi se li fa vendendo ̶l̶a̶n̶g̶h̶e̶ ̶d̶o̶c̶ i giubbottini ai sinti, mica (anzi micca) con il vestito per Cate Blanchett.

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Alessandro

circa 3 settimane fa - Link

Il langhe di Rinaldi costa comunque 60/70 euro. Ricaduta mica tanto

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TFarina

circa 2 settimane fa - Link

Stesso discorso per il Valpolicella di Romano Dal Forno

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Nelle Nuvole

circa 3 settimane fa - Link

Da tempo non considero il Rosso di Montalcino come vino di ricaduta, bensì l'espressione giovane del sangiovese di questo distretto. Così cerco di comunicarlo, per me è una meravigliosa rivelazione di quello che l'identità di un luogo specifico può dare in un vino. Il disciplinare della DOC non richiede obbligatoriamente l'affinamento in legno, ma la stragrande maggioranza dei produttori lascia il vino designato come Rosso di Montalcino almeno qualche mese in botti grandi, medie o piccole. Il risultato è un vino che stravince come rapporto qualità-prezzo. L'unico aspetto da considerarsi problematico è quello della varietà di RdM in offerta: si va dallo stile giovanile, fresco e poco impegnativo descritto nel post, a vini più strutturati, complessi e tendenti al "fratello maggiore". Personalmente preferisco la giovinezza, la balsamicità, la succosità, accompagnate però da quella finezza ed eleganza che contraddistingue il sangiovese di qui, ecc. ecc.

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

Si vengono chiamati di ricaduta ma ormai molti esemplari hanno una loro identità specifica, anch'io preferisco i RDM più dinamicI e bevibilI come questo di Nardi, ma non disdegno esemplari che provano a scimmiottare o a sostituire i fratelli maggiori, ad esempio il Salvioni 2014 è un brunello mancato perché in quell'annata non uscirono col brunello, e costa la metà

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TFarina

circa 2 settimane fa - Link

Aggiungerei Nobile di Montepulciano con Rosso di Montepulciano

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Sancho P

circa 2 settimane fa - Link

RDM 2014 di Salvioni per me tra i migliori vini prodotti in questa annata. Capolavoro. Se veramente è arrivato a costare tanto(rimango basito) evidenzio quanto scritto da Alessandro, sul Nebbiolo di Rinaldi. Per essere tenero, stiamo alla follia. P.S. per Alessandro: prova il Langhe Nebbiolo di Aurelio Settimo.

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Davide Bruni

circa 2 settimane fa - Link

Viviani è un ottimo produttore, un esempio di onestà e bravura. Il suo amarone migliore (casa dei Bepi) costa come il Nebbiolo di Rinaldi. Se parliamo del concetto di ricaduta credo che il suo Valpolicella sia il vino più centrato del post.

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Simone Di Vito

circa 2 settimane fa - Link

L'intenzione non era quella di basare il post sul prezzo, ho però scritto che alcuni di questi vini sono ormai oggetto di speculazione e che costano più di tanti vini maggiori, tra cui Rinaldi, il nebbiolo di Mascarello, e la cosa può essere estesa anche a Montalcino(ad esempio vedi il rosso di Biondi Santi) e in Valpolicella(il superiore di Quintarelli l'anno scorso lo pagai 50 euro in cantina da loro). Per concezione sono comunque vini minori, sulla carta al pari di altri più economici. La ricaduta non la si stabilisce con il prezzo di mercato. Su Viviani non posso che essere d'accordo, un bel personaggio e ottimi vini.

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