Dal Suburbio VIII a Modena. La settimana alcoolicamente perfetta

Dal Suburbio VIII a Modena. La settimana alcoolicamente perfetta

di Emanuele Giannone

Acquisire per naturalizzazione la cittadinanza del Suburbio VIII Gianicolense ed eleggere Bravetta a residenza comporta agi e benefici sostanziali. Lungo Via di Bravetta ho il golden mile che Helsinki, Anzio, Schwabing, Montasacro e Curdgèla mi avevano negato. Qui il condominio aulisce per convezione dai piani bassi a quelli superiori già alle sei antimeridiane di abbacchi, soffritti e stufati. Il portone è una finestra spazio-tempo, un punto di somministrazione di curry in aerosol: questo teletrasporto a Jaipur, Chittagong o Lahore è gentilmente offerto dalla laboriosa e prolifica rappresentanza indico-bangladese-pakistana. Trenta passi, svolta a destra ed ecco la prima stazione: espresso di mano egizia ma con cadenza ur-trilussiana e dehors popolato da una congrega alla Ragazzi di Vita fino a sera, che vira progressivamente al Romanzo Criminale con le ore piccole. Poi, dopo la vecchia barberia, ecco l’Eden del porcellòfilo, l’Avalon del feticista di salami e spuntature, la rêverie au bord de la charcuterie: il laboratorio del norcino. Se non mi perdo per sempre qui, avvinto a una lonza, sarà qualche passo più in là, dove vengo circuito da un’associazione a sdilinquire finalizzata allo spaccio di vitello tonnato, insalata russa e un ciauscolo alternativo a quello del norcino; oppure, a due curve di distanza, di una pasticceria siciliana. Take 1.

Take 2. Riprendiamo dai trenta passi: svolta a sinistra, il caffè canta in napoletano, graziaddio più Caravan Petrol che neomelodico, la gastronomia è proposta sottovoce e proletariamente indirizzata a pausapranzisti e grassroots di quartiere, quindi òmini (e donne) de panza e de sostanza, poche chiacchiere e fantasie e facce magna’. Ce n’è abbastanza, caloricamente parlando, per arrivare di buon passo e abbastanza digeriti, tagliando attraverso la Villa o costeggiandone il muro, fino al quadrante conteso tra martiri e garibaldini, pancrazi e mameli, là dove le epigrafi confondono agilmente secoli e canoni architettonici, agilmente come solo a Roma accade, da hic decollatus fuit Sanctus Pancratius ad ai caduti per la causa di Roma Italiana. Ebbene, qui, nella piazza intitolata alla matrona che raccolse e diede sepoltura alle spoglie del santo decollato, vanto il vantaggio competitivo di una fidanzata ben collocata in un altro sito che canta Napoli (in tonalità baritono-surfista) ma è una delle migliori mescite e cantine di Roma. Tanto per chiudere in bellezza (doppia).

Tutto questo è il preambolo di un discorso che seguirà. Si aspettavano con trepidazione un evento-clou a Modena e la sua vigilia bolognese, ci siamo andati, è stato un attimo, è stato molto bello e presto canteremo tutti in coro. Ma conta anche la preparazione. E noi arriviamo sempre preparati, sintonizzati come siamo sempre sulle frequenze locali. Per noi, cittadini acquisiti del Suburbio VIII, la routine è tanto nel passare sotto vestigia, targhe e murali che ricordano pancrazi e mameli, Pasolini e Caproni, garibaldini e pesciaroli, quanto in questo programma di allenamento, un’allegra souplesse quotidiana tra un caffè e un chilo di spuntature. E sapete come la innaffiamo?

Sidro Vigne del Pellagroso (magnum, alc. 6%). Mele e bergamotti per questo stupefacente sidro gardesano che, come ogni sostanza stupefacente, induce dipendenza. Ventaglio olfattivo accattivante, che si incentra su agrumi – pompelmo alla ribalta – e un bell’assortimento di canditi (ananas, papaya, zenzero, di nuovo agrumi), poi ammicca spiritoso e pungente a rafano e senape dolce. Beva trascinante e golosa, ben scandita in progressione dall’attacco brioso, al centro cremoso, fino al finale sapido e fruttato. Procurato dallo stesso spaccio del quarto e quinto che verranno.

Teroldego Rotaliano DOC 2004 Foradori. Secondo e inesorabilmente ultimo episodio – nel senso che purtroppo l’ho proprio finito – dopo il primo già avvincente. Se la bottiglia precedente era una splendida dark lady, questa risplende e si annuncia chiara già al naso con lamponi, amarene ed erbe fini. Sorso di slancio, energico già in attacco e con progressiva, ampia effusione aromatica nello sviluppo, frutto ed erbe e ferro, in bella definizione. Tocca forte in attacco e piano in coda, il fortepiano, e sul finire schiaccia il pedale di risonanza, prolunga il suono di tutte le note suonate…

Venezia Giulia IGT Rosso Arbis Ròs 2007 Borgo San Daniele (pignolo). A svolgere il ruolo di bel tenebroso, quindi, ci pensa lui. Anche lui è già stato da queste parti, da allora sono trascorsi cinque anni ma stile e stoffa sono immutati: profondità, complessità, ricchezza. L’evoluzione ha raffinato la fragranza del frutto e ne ha ampliato lo spettro, con i rossi che screziano il nero dominante; pepe e radici ribadiscono la segnatura terrosa, alle note balsamiche si è aggiunto un soffio di caffè. Bocca imperturbabile, quale era, tale è: piena e seria, di misura ed equilibrio, indefettibilmente tesa, finalmente più distesa in chiusura quando il vino dispiega un ventaglio aromatico di inconsueta estensione.

AOC Beaujolais L’Ancien 2017 J.-P. Brun / Domaine des Terres Dorées (gamay). Rotti gli indugi, ho chiesto consiglio alla radiosa cellaria. Quando ti tocca in sorte che a te attenda una donna, una donna così, non il burbanzoso winebarista d’ordinanza e d’assalto tipico di tante mescite romane, allora ti senti fortunato e sai già che berrai bene. Quest’assaggio, quindi, è fortemente condizionato. Chi se ne frega: buonissimo, un leggiadro trionfo di piccoli frutti rossi, freschi e succosi, una trama fitta di tannini piccoli e dolci, freschezza e vivacità che attraversano tutto il sorso e una chiusura nitida, asciutta, tenera e decisa, da bacio con lo schiocco. A voi lo schiocco e a me quello che resta: la cellaria radiosa è la mia fidanzata.

Morgon (Appellation M. Protégé) 2017 Jean Foillard (gamay). Stesso retroscena, quindi avanti col da mi basia. Stesse uve, stesso vignoble; ma se prima era organza, qui è velluto: più stoffa, più spessore, più calore e potenza. Un bel vino charnu, ampio e profondo nella dote olfattiva (ciliegia, prugna, mora, pepe rosa, rabarbaro, chiodo di garofano), importante in questa presentazione ma di agile beva e progressione trascinante, ricco nei riscontri fruttati, in equilibrio tra struttura e freschezza, dal finale finemente speziato.

IGT Campania Fiano Don Chisciotte 2008 Pierluigi Zampaglione. Uno dei vini più misti – è il participio di mescere – em nossa casa. Col solito suo grip del tannino da finto bianco, non acerbo, né allegante; con le solite memorie di sfalci e fienagioni, fiori secchi e salagioni, muschi e nocciole, la progressione tutta sale e camomilla, la chiusura franca e decisa come una bella stretta di mano. Pericolosamente gastronomico.  Proprio uno di casa.

DOC Barolo Riserva Speciale 1971 Marchesi di Barolo. Si dica pure vecchio, non mi offendo: nella foto-ricordo, accanto a lui, ride un pupo in sahariana accanto alle bottiglie del padre. Foto così vecchie hanno spesso colori sbiaditi, questo 1971 li ha semplicemente attenuati, eternandoli in una collezione di tinte tenui, refoli e morbidezze. Dragoncello sugli scudi, fiori passi, cuoio e miele di castagno a contorno. Alla distanza spunta inatteso un arnese delizioso, un fragoloide gustato in Giappone poco tempo fa e che, per decenza, vi spiego meglio in nota (1). E, con quello, pastiglie alla violetta, liquirizia, fondente alla menta e artemisia dettati in una texture suadente, in un tepore soffuso.

(1) Le fragole LeTao, o, per meglio dire, petit chocolat strawberries, sono una droga che causa dipendenza, così descritte dal loro stesso spacciatore: “Freeze-dried strawberries coated in White chocolate. Whole freeze-dried strawberries are covered in white chocolate sprinkled with sour-sweet strawberry powder.” E poi, licenzioso, soggiunge: “Enjoy the uniquely succulent texture and the great harmony of their sweet flavor”.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

9 Commenti

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Paolo A.

circa 1 mese fa - Link

Mi ricordavo il gianicolense come un quartiere medio borghese e tranquillo. Dev'essere cambiato qualcosa nel frattempo.

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

Quando era un quartiere medio-borghese e tranquillo, a S. Giovanni di Dio c'erano i pesciaroli (clan). Ora è un quartiere tranquillo, la media borghesia si avvia, se esiste ancora, alla pensione la gioventù che fa rumore e colore, prima, media o avanzata che sia, è un hodge-podge composito, arrabattantesi come può per divertirsi e svoltare la settimana. Un normale quartiere semi-centrale di Roma.

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Josè Pellegrini

circa 1 mese fa - Link

entusiasmante!

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Josè Pellegrini

circa 1 mese fa - Link

una lettura da non perdere!

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

:-) grazie Josè.

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Endamb

circa 1 mese fa - Link

Spero un giorno di fare conoscenza, visto che sono cresciuto al Buon Pastore e tuttora quando torno a far visita a mia madre sono di stanza proprio lì.

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

Fai pure un cenno, quando ripassi di qui. Meeting point: beh, nulla di meglio del citato luogo di bevute, del quale scriverò a breve.

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Sancho P

circa 1 mese fa - Link

Premesso che ho lavorato per una vita a piazza San Giovanni di Dio(sul tram 8 ci ho messo le radici), mi duole quasi dirlo ma le riserve dei marchesi di barolo invecchiano che è una meraviglia. La 1990 aperta qualche mese fa, avvolge con un goudron nettissimo degno di un Brunate di una volta. Grande vino.

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Emanuele

circa 1 mese fa - Link

Premesso che ho bevuto rare volte il Barolo dei Marchesi, forse faceva bene mio padre, che acquistò quella bottiglia e non era un esperto (beveva volentieri ma con sano e leggiadro disimpegno), a non lasciarsi sempre guidare dalla fascinazione dei nomi più nobili. Il vino in questione gli dà ragione.

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