Avrei solo voluto scrivere di vini naturali invecchiati ma l’inattesa piega degli eventi mi ha sviato

Avrei solo voluto scrivere di vini naturali invecchiati ma l’inattesa piega degli eventi mi ha sviato

di Emanuele Giannone

Buonasera, sono Malato di Etile, un moderno scientista positivista comtiano-pop. Aborro Popper, adoro Spencer, ogni sera ripeto a memoria le DOC. Rilevo il trimetildiidronaftalene dove tu che sei bifolco sai dir solo kerosene. Ti correggo le fragole al limone in aldeide esadecilica e citrale. Perché sono un essere speciale. Ed io avrò cura di te: ti proteggerò soprattutto dal vino naturale, che nasce sporco e graveolente e invecchia sempre molto male. Supererò le correnti macerazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Conosco le leggi del vino e te ne farò dono. Io sì, che avrò cura di te.

Sarebbe importante ritrovare tempo anziché precorrerlo e bruciarlo, imparare di nuovo a selezionare l’informazione istantanea, cercarne il senso oltre l’effetto, rielaborarla. Sarebbe importante perché consentirebbe, in quello che un tempo fu dibattito e oggi si chiama thread e non lascia tempo per riflettere, di non perdere argomentazioni come quelle di seguito:
“Si prende di mira l’uso o abuso del termine “naturale” pur sapendo che è una sineddoche utilizzata per comodità di sintesi e non certo perché tali vini siano considerati come prodotti da sola madre natura: nessuno pensa questo e lo sanno anche i loro detrattori.” L’autrice si chiama Maura Firmani, non la conosco personalmente, la ringrazio e mi scuso per averla citata. Procedo:

“La consuetudine, detta anche uso normativo, è una fonte del diritto. Essa consiste in un comportamento costante ed uniforme (diuturnitas), tenuto dai consociati con la convinzione (opinio iuris) che tale comportamento sia doveroso o da considerarsi moralmente obbligatorio. Quindi noi per consuetudine li chiamiamo naturali…” L’autore ha il nom de plume di Alfio Gordon, conoscendolo ho potuto ringraziarlo, mi permetto di citarlo.

Poi viene il turno della competenza. Ah, la competenza! Vitello d’oro del commando ultras della scienza e non degli scienziati, che di solito non praticano l’idolatria. Riprendiamo la seconda Epistenologia di Nicola Perullo fresca di pubblicazione (qui le nostre due recensioni: 1 e 2

“Competenza è innanzitutto una parola di dominio giuridico: competente è ciò che spetta a una determinata giurisdizione, quindi un giudice che ha la facoltà e la capacità di giudicare qualcosa in specifico. Il competente è al tempo stesso colui a cui spetta qualcosa perché se ne intende e può giudicare e colui che, competendo, gareggia.”

Per finire mi punge vaghezza di ricordare il Sangiorgi aforismatico di una lezione intitolata non a caso Chronos e Kairos. Così, giusto per portare a zero le chiacchiere, sperando che lì restino:

“Naturale è il vino atto al divenire e non a divenire un determinato vino”.

Chi sul ghiaccio dell’informazione pattina, lo fa per fretta o per malizia. I maliziosi sono per lo più ipercorrettisti del genere chiamato in causa da Maura Firmani, che fingono di ignorare affermazioni come quelle sopra, si arrovellano per sostituire forme che ritengono sbagliate con altre di fatto errate e, soprattutto, praticano la disinformazione per diversivo, una forma alquanto noiosetta di spin. Si tratta spesso di primi attori con compagnia al seguito. Dispongono di un proprio palco e di affezionati, agguerriti loggionisti dall’applauso a comando. Un po’ clique, un po’ claque, insomma. Grazie a questi mattatori vanno in scena da anni le repliche a non finire del dramma scientista Il vino non può esser naturale, dal quale è stato poi tratto il film di culto Il prodotto naturale della fermentazione dell’uva è l’aceto.

Io, però, in questo Appuntamento al Cinema volevo proporvi altri due film.

Il primo è l’Invasione degli Ultraporthos. In questo remake del classico di Don Siegel, il dottor Wine racconta nel panico ai suoi assistenti e dottorandi-ricercatori di una Roma oramai invasa da extraterrestri che non si esprimono per punteggi, non pendono più come un tempo dalle labbra di esperti, bevono vini naturali e sanno garbatamente argomentare le ragioni di tale scelta. Spoiler: nella scena finale il dottor Wine, assediato dai replicanti, cerca precipitosamente riparo in cantina. Quando la raggiunge, serra la porta e la blocca con tre polverosissimi bancali di guide; nella foga, però, dapprincipio non si avvede che uno dei replicanti è chiuso dentro con lui e gli sta fracassando tutte le bottiglie, smadonnando in una lingua nuova. Il mostro è di spalle, in penombra. Si volge lentamente verso il dottore, lo squadra, gli si fa incontro minaccioso e quando oramai gli è vicino, colpo di scena: tra le grida di orrore del dottore, il mostro rivela il sogghignante e alieno volto di Sangiorgi. The end.

Il secondo film non ha titolo perché i titoli sono sempre di grande effetto e poco senso. Datelo voi, che siete esseri speciali e per questo non avete bisogno di cura o curatela. È il finale censurato del film di culto, quello su uva e aceto; sostituito dalla scena nella quale un esagitato, schiumante di rabbia e tutelato da un imponente servizio d’ordine, arringa la folla a Torpignattara per convincerla che il vino naturale invecchia male.

vininaturali

Bela Quela 2005 Klinec.
Disclaimer: Aleks Klinec è mio amico, ne ho scritto molto e conto di proseguire, specialmente se, oltre alle novità, gli scampoli di cantina riservano queste soddisfazioni. L’ultima annata del bianco che non si fa più (dal 2006 i bianchi sono monovarietali). È ancora slanciato ed elegante, fresco, vivo e polposo per consistenza e maturità del frutto, innervato di sapidità, raffinato per la chiusura netta e nitida nei ricordi della frutta e della terra.

Teroldego 2004 Foradori.
Dopo io e il chiaro, lo scuro. Uno dei rossi più buoni bevuti negli ultimi mesi. Note ematiche e humus a ornare un sorso vivo e perentorio per presa e dinamica, ricco di ricordi di frutta scura, salino e ferroso, lunghissimo. Bevuto insieme al vino di Klinec, dona sensazioni diametralmente opposte e ugualmente memorabili: la terra dove prima era la luce, una materia ingente dove prima era essenzialità, due idee di sapidità nettamente distanti, due qualità e gradi di maturità del frutto. Due campioni a dividersi un podio, il terzo sceglietelo voi tra chi segue.

Grillo 2004 Barraco.
Andando a memoria dovrebbe essere la prima annata. Sempre a memoria non avrei saputo dire quanto tempo fosse trascorso dall’ultima conversazione con Nino, che a sorpresa mi telefonò il giorno dopo aver letto un mio post attonito e ingenuo in cui esaltavo questa stappatura. Una giostra. Asciutto e rotondo, cesellato da un’ossidazione fine e lenta che ne ha arricchito il patrimonio aromatico di spezie, noisette, acciuga sotto sale, canditi. La sapidità fa da volano allo sviluppo. Pieno di variazioni e mai in fase calante, arriva come un quadro espressionista al secondo giorno, proprio quando squilla il telefono.

Dinavolo 2006 Denavolo.
Pare che il vino di Giulio Armani scaldi e divida gli animi e questo posso capirlo. Anzi no, proprio non lo capisco. Un vino buono e che mette appetito, finto bianco dai tannini robusti ma gioviali, terragno, di impatto e sviluppo parimenti energici. Gli sono affezionato da anni per aver contribuito – insieme all’Ageno di Elena Pantaleoni, ai vini di Radikon, a quelli dei fratelli Bensa e di Fabrizio Niccolaini – a quel movimentum ad latum che ha ampliato e arricchito, non banalmente sostituito, il mio orizzonte di gusto. Vivo, per nulla declive. Still crazy after all these years.

Malvasia 2007 Skerlj.
Freschezza, ventaglio aromatico ampio e fine, brio, ariosità. Una spigliatezza nella beva che rende il vino godibile in disimpegno, salvo poi restare scoperti alla sferza del sale e al ritorno di uva spina, pompelmo rosa, sambuco, miele e tante spezie. Un vino tanto immediato nell’approccio, quanto articolato e profondo nello sviluppo.

Vitovska 2008 Skerlj.
Ha smussato creste e apici, levigato la pietra, domato la tensione e così sciolto l’energia giovanile e potenziale in un vino perfetto, che la descrizione secondo il lessico usuale – certo, i fiori, l’uva, la pera abate, l’acidità ancora vibrante e così via – inevitabilmente svilisce. Per pulizia, essenzialità, toucher de bouche e unità espressiva una vitovska tra le più buone bevute da quando coltivo la conoscenza del Carso e dei suoi vini.

Efranor 2008 Sclavus (Cefalonia).
La notizia vale più della nota ed è che molto probabilmente, grazie a Costas Linardos (Ellenikà), i vini di Vlavis Sklavos potranno essere acquistati anche in Italia: gaudio per i quattro gatti incuriositi da un articolo sul numero doppio 33-34/2009 di Porthos e tra questi il sottoscritto, capitato a Cefalonia proprio durante la lettura (a proposito, visto che anche di Carso si è parlato: in quel numero uscì il più bell’articolo mai pubblicato sulla zona). Per i gatti curiosi dal quinto in poi: uvaggio di moschatela e vostilidi, il nome significa “che dà diletto” ed è centrato. Diletto al naso per i profumi di rose passe, melone e pesca maturi, acqua salsa. Maturo e salino al palato, profondo e persistente, di freschezza liquescente, dolce nei ricordi di frutta matura, ravvivato dalla vena sapida fino a tutto il lungo finale.

Santa Caterina Colli di Luni Poggi Alti 2011.
Et voilà il vino che canta, gorgheggia, vocalizza. Conoscendo la compitezza di Andrea Kihlgren e di sua moglie Alessandra, la cosa mette di buonumore perché il vino, così esuberante, fa a sorpresa da contraltare alla coppia. Attenzione, esuberanza non è esubero, tutto è a posto e, se anche non proprio compìto, assolutamente ben composto: il mare, le tante erbe, l’attesa macchia mediterranea e di tanti aromi lo sviluppo corale e continuo. Il monello di casa canta bene.

Chianti Classico Le Trame 2006 Podere Le Boncie.
Enologa di esperienza superiore, ancorché macchiata da discutibili frequentazioni con certi non laureati (un certo G. Gambelli tra questi), a Giovanna Morganti sarebbe bastato poco e convenuto molto passare al lato oscuro della forza. Invece no. Da anni il degustificio istituzionale cerca di far fronte alla sua dilagante credibilità con blandizie o, viceversa, attacchi preventivi a colpi di dicerie; secondo le quali ah no, Le Trame sa troppo spesso di cavallo, stalla, souris e giù con altre deviazioni dalla sacra fermentazione according to the book. A me viene abbastanza da ridere. Così, tra chi ama e chi diffama i vini del Podere Le Boncie, taglio corto, taglio l’area e approfitto di un assist di Jacopo Cossater risalente a pochi giorni fa: “Magari non il più stupefacente ma forse il più buon Trame di sempre?” Sì, anche a mio parere senz’altro il più buono. Goal.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

19 Commenti

avatar

andrea vellone

circa 9 mesi fa - Link

tirare in ballo tutta sta gente importante, da Battiato a Spencer solo per parlare di vino, anche questo non è naturale :), usare termini come sinedocche Ma, "le parole sono importanti" come diceva quell'altro...
Così anche Roland Barthes ha pensato di entrare nella tenzone... (http://ipiaceridellavite.it/le-parole-sono-importanti-barthes-mi-ha-detto-che-le-bottiglie-non-crescono-sulle-viti-neanche-quelle-naturali/) Io come al solito non ci penso, mi stappo qualcosa e mi
appresto a vedere il secondo film che mi permetterei di chiamare "amara torpignattara"...

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

@Andrea: ma infatti... naturale io? Io tiro in ballo tutto un armamentario che col vino c'entra zero. Diciamolo pure: atteso che sarei un pessimo aceto, sono un prodotto tecnico. Come te. Come tutti. Sono, al contempo, favorevole alla fecondazione... pardon, alla fermentazione assistita: se proprio un vino lo vuoi e non ti viene altrimenti, fallo così. Se poi, però, eccedi in aspettative e dal desiderio passi al progetto, cioè dall'assistita transiti all'eugenetica, allora cambio idea e il tuo bimbo bellissimo e perfetto non mi muove il sorriso e il cuore.

Grazie per il tuo commento!

Rispondi
avatar

amadio ruggeri

circa 9 mesi fa - Link

Poco avanti il passo che tu citi, Emanuele, Perullo aggiunge: "La competenza produce specializzazioni e settori, non ne è conseguenza, frammentando l'unità del sentire pensando e del pensare sentendo. Tutta rivolta al tematico e confortevole mito del dominare un piccolo regno, la competenza gareggia ma, proiettando se stessa sul vino, fa gareggiare anche lui, che proprio non avrebbe questa come sua prioritaria ambizione". E poi, citando Erik Satie: "(...) i Critici della varie Arti sono piuttosto inclini a presentare al pubblico Idee-Verità che essi difendono con tutta l'autorità del loro magnifico sapere e della loro autorizzata competenza". Di verità rivelate, dunque, non ne abbiamo bisogno, non ha fondamento "quello è più buono di quell'altro", e che il vino - se non "curato" dall'uomo - diventa presto aceto lo sapeva benissimo anche mio nonno, che di certo non aveva master in enologia. Come ci suggerisce Perullo, mettiamoci a fianco del vino, cercando di sentire "col" vino e non giudicandolo dall'alto della nostra presunta "competenza". Solo così probabilmente lo sguardo si allarga, il gusto non si fossilizza acquistando una netta nuance minerale (anzi pardon, di metilbenzene). Beviamo il vino con compassione, come ci dice sempre Perullo, sostando "sul limite prima del giudizio dell'ego".

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

È un passo anche più importante di quello da me citato. Grazie Amadio.

Rispondi
avatar

Paola

circa 9 mesi fa - Link

Ecco questa mi piace moltissimo: "beviamo il vino con compassione sostando sul limite prima del giudizio dell'ego". A parte tutte le diatribe, resta il gusto. Grazie Amadio per averlo citato e grazie a Emanuele per il bell'articolo. Tante cose interessanti.

Rispondi
avatar

Emanuele Giannone

circa 9 mesi fa - Link

A te Paola.

Rispondi
avatar

Acino Aspro

circa 9 mesi fa - Link

se ci si vuole mostrare (e)dotti bisogna - almeno - rispettare le parole: sineddoche, non sineddoche.

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

@Acino Aspro: pardon, non avevo notato. Penso che ti riferisca al refuso di Andrea.

Rispondi
avatar

andrea

circa 9 mesi fa - Link

con una d sola suonava più dotta :D

Rispondi
avatar

Alberto

circa 9 mesi fa - Link

E dunque? Non era meglio limitarsi ad esprimere le proprie opinioni sui vini assaggiati? Citazioni su citazioni, per tentare di giustificare l'uso di un termine brandito come la spada dell'antico testamento, come castigo per i peccati e i peccatori, non già come sineddoche... Fino ad insinuare, più o meno sottilmente, che la competenza possa essere un disvalore... Per chi non ne ha sicuramente!!! Nella logica de': "il termine naturale è un'approssimazione linguistica, una consuetudine", l'ironico finale a tema cinematografico è una chicca da conservare gelosamente... L'apoteosi dell'arroganza della chiacchiera, fine a se stessa e autoconsistente!!! Insomma, non bastava dire: "l'ambito tecnico non mi appartiene e neanche voglio interessarmene, mi piacciono sti vini, lasciatemeli bere e magari anche raccontare"? Peccato perché qualcuno dei prodotti citati è pure buono...

Rispondi
avatar

andrea

circa 9 mesi fa - Link

@alberto Almeno per quanto mi riguarda poi emanuele avrà le sue ragioni per scrivere... il vino non è il fine dello scrivere, è solo un mezzo, una maniera per parlare di tante altre cose...e questo è anche il bello del vino..

Rispondi
avatar

Alberto

circa 9 mesi fa - Link

Stando a quanto si legge nell'articolo, esisterebbero modi più degni di altri... E la maggiore dignità sarebbe determinata ad insindacabile giudizio di chi scrive, il quale si riconosce il diritto di assolvere una certa visione quasi animistica dello stesso, demonizzandone una seconda, che viene definita nei modi peggiori...

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

Grazie per questa ventata di leggiadria.

Rispondi
avatar

Alberto

circa 9 mesi fa - Link

Altrettanto a lei, grazie anche per aver dimostrato quanto asserito in.sole 5 parole...

Rispondi
avatar

andrea vellone

circa 9 mesi fa - Link

si poteva fare in quattro parole... grazie per la leggiadria... troppa poesia, il fatto della ventata mi sembra veramente parole buttate al vento ;)

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

Ma grazie grazie veramente.

Rispondi
avatar

Antonio

circa 9 mesi fa - Link

Tutto bene ma attenzione che Foradori e Barraco nel 2004 non erano ancora naturali. Non fate di tutta l'erba un fascio please.

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

Buongiorno Antonio,

Grazie per aver puntualizzato. Su Barraco chiederò volentieri a Nino un suo parere è spero di poterlo riportare qui. Su Foradori provo ad andare a memoria: la conversione all'agricoltura biodinamica iniziò nel 2002, quindi col 2004 non si sarebbe ancora conseguita la certificazione. Aggiungo però che una parte delle uve da vigneti già gestiti in biodinamica venne bonificata separatamente (era contrassegnata con uno o più numeri di lotto che non ricordo più). PS: le lascio indovinare chi faceva servire ai suoi corsi, ovviamente à l'aveugle, questo Teroldego e l'altro (da uve di altre vigne, gestite differentemente) nella medesima batteria. Spero di averti fornito qualche informazione utile, di nuovo grazie per la tua osservazione.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.