Epistenologia 2: nessuna istruzione per l’uso

Epistenologia 2: nessuna istruzione per l’uso

di Emanuele Giannone

1. (D)istruzioni per l’uso
Ad uso esclusivo degli appassionati. Gli esperti possono svicolare, restarsene a casa, al caldo, assorti in mistiche contemplazioni di etichette, annate e collezioni. Qui non c’è conoscenza da trasmettere e riscontrare, perché la conoscenza, come il gusto, non si trasmette, si fa.

2. Stato in luogo
L’insostenibile pesantezza dei discorsi e degli articoli sul vino vi è certamente nota, anche perché ne siete sovente responsabili. Ora, per una volta, cambiate prospettiva: vinificatevi. Mettetevi al posto del vino, cioà proprio quello di oggetto d’analisi in cui voi analisti, competenti soggetti, siete abituati a relegarlo. Provate ad ascoltare e leggere dal suo punto di vista. Ecco: se vi riuscisse questo straniamento provereste finalmente per lui compassione. Povero vino oberato dal sul che vi è comodo e caro, da questo stato in luogo incombente e per nulla figurato, dal peso di voi che lo schiacciate sotto scritti e orali, parole e opere, voi tutti massicciamente su di lui.

Vogliate ora considerare la leggerezza di un discorso, anzi, di un percorso, in cui il vino smette di essere oggetto di trattazione e, di passaggio, si riversa nel mondo, lo irrora, produce relazioni e non più solo impressioni e riconoscimenti. Ovvero, per usare le parole dell’Autore, la leggerezza del passare dal mondo del vino al vino nel mondo. Tra pochi giorni sarà disponibile il secondo viaggio di un percorso di ricerca col vino di Nicola Perullo, seguito del già colorato e panoramico (as)saggio Epistenologia del 2016 (qui e qui le nostre recensioni).

3. Del Genere
La cultura enoica può esser distinta un po’ per celia, un po’ per non morire (di noia), in perienoica e diaenoica.

La cultura letteraria enoica è in massima parte perienoica, ovvero sul vino. Conta in questo genere tonnellate di pubblicazioni tra manuali, annali, codici, codicilli, eno-trip con sottesi ego-trip (l’Etere e l’Essere) e ancora trattati sui tartrati, solfe sui solfiti, biografie, enografie, agiografie eccetera. Tutto questo dovrebbe oramai attrarre ben poco perché, salvo sparute e somme eccezioni, corrisponde a un marasma di autoincensamenti e agonismi, o di settario mixato col settoriale, o di pastiches nozionistici tra coazione a imparare e ricreazione coatta. Scuola dell’obbligo.

Fuori dall’obbligo esiste però il genere diaenoico, cioè quello col vino. È cosa antica, praticata da gente che gli esperti di vino odierni, incontrandola, terrebbero in dispregio quale plebaglia neghittosa e mal documentata, razza di inesperti. Tra questi mali potremmo annoverare Orazio e Némirovsky, Heine e Mozart, Khayyam e Chagall e tanti cori alpini e popolari, accomunati dall’incompetenza tecnica, quindi dal citare il vino a sproposito. Il genere diaenoico ha origini plurimillenarie ed ha attraversato tutte le epoche fino alla nostra, nella quale però è negletto come forse mai prima. Negletto perché all’enomondo, fissato coi dogmi della tematizzazione e dell’impersonalità narrativa, poco aggrada la mancanza di referenze e rigore metodico e ancor meno il fatto che il vino sia versato in una trama fitta di passaggi e relazioni, anziché imbottigliato in tematizzazioni e analisi. Epistenologia II è opera diaenoica e in quanto tale corre dall’inizio, ma di buon grado, il rischio d’essere negletta:

Il vino è un attore del paesaggio dell’ecologia di una vita, la mia, che è però anche la vita di tutti; una vita che è una corrispondenza continua, dove il dire facendo e il fare dicendo s’intessono attraverso la cura delle sempre nuove relazioni che un incontro mette in luce e produce.

E ancora:

Il vino come connettore, medium che sviluppa l’incontro diventando esso stesso incontro a sua volta: si tratta ancora, e ancora più radicalmente, di una ricerca col vino e non sul vino.

Se fin qui l’esperto può ancora nutrire speranze, la sua soglia di tolleranza viene valicata di lì a poco, quando l’Autore prende a puntare e trapassare con disinvoltura il senso e i luoghi comuni, la competenza, l’oggettività, la best practice e tutti gli altri penetrali dell’expertise. Si comincia con le formule sacrali dell’oggettività e della messa a tema, i primi strumenti dell’esperto per attestare il valore del suo oggetto d’analisi. C’è bisogno di parlare del vino per dargli valore? Non secondo Perullo: si può fare a meno di soggetto, oggetto e tematizzazione, cioè di assumere che l’unico modo per conoscere e riconoscere qualcosa sia renderlo oggetto d’analisi. Nel caso del vino, farne argomento per descriverlo analiticamente – quindi in base alle sue caratteristiche sensoriali – equivale a dissezionarlo, a pretendere di separarne e quantizzarne il valore, mentre il vino vale in quanto legame:

…il vino non è un oggetto e non è un argomento, è nulla e non esiste nemmeno, senza gli incontri che ha.

O ancora:

Il valore del vino sta infatti nell’esperienza del bere come aderenza ed allaccio a ciò che quest’esperienza produce come memoria – il passato, quel che siamo divenuti, tutte le nostre storie – e come fantasia – quel che stiamo per essere, le speranze e i compiti che ci attendono.

A questo punto gli anni d’accademia, classifiche, buone letture, sessioni e commissioni di degustazione forniscono all’esperto vacillante i puntelli retorici del metodo e della competenza. Al primo l’Autore oppone l’inutilità del metodo per un percorso fatto di attenzione e non d’intenzione: dove il metodo presuppone un progetto, un obiettivo da raggiungere con criteri o regole predefiniti, quindi l’intenzione di arrivare dal punto di partenza a un preciso punto di arrivo, l’attenzione non è focalizzata su un oggetto ma diffusa lungo tutto il processo, coinvolta in tutte le relazioni che gli corrispondono. La prospettiva è nel secondo caso relazionale e unitaria, tutta immersa nell’esperienza, non oggettuale, non metodica. Invece l’argomento della competenza, sotteso al modello oggettivo e metodico della degustazione, brandito di preferenza contro i presunti incompetenti, viene ridotto a fallacia rivelandone e svolgendone la polisemia:

“Competenza è innanzitutto una parola di dominio giuridico: competente è ciò che spetta a una determinata giurisdizione, quindi un giudice che ha la facoltà e la capacità di giudicare qualcosa in specifico. Il competente è al tempo stesso colui a cui spetta qualcosa perché se ne intende e può giudicare e colui che, competendo, gareggia.”

Più che nell’autorità del competente, l’attenzione partecipe è nel diletto: il dilettante può provare davanti all’esperto pudore o senso di inferiorità; se è convinto, tuttavia, si diletta godendo di quello che fa senza ambire a sostituirsi all’esperto o disconoscerne la competenza, è non competitivo e appagato dalla sua relazione col vino. Proprio per questi motivi viene puntualmente disconosciuto e stigmatizzato dal competente, che vede nella relazione una lesa maestà al suo sapere analitico e autorevole, tra agonismo e misoneismo, e rivendica i diritti acquisiti del sapere da esperto, ovvero della memoria fatta di riferimenti. Questo, secondo Perullo, non garantisce però la comprensione dell’esperienza che stiamo facendo qui e ora col vino:

Fare esperienza ed ‘essere esperto’ non sono la stessa cosa, anzi quasi l’opposto. L’esperto è al passato: ha infatti esperito, è quindi già stato ed ha in qualche modo acquisito. Essere esperto vuol dire infatti aver fatto esperienza. Però, quando esperisce di nuovo, la linea del prima non garantisce affatto la tenuta dell’ora, né tantomeno rassicura sul poi. Sia perché di fatto ogni volta è diversa, sia perché ciò che è saputo può venire sempre smentito da qualcosa di nuovo e imprevisto che accade. Soprattutto, poi, essere esperto può persino rallentare o impedire la comprensione dell’esperienza, perché è una posizione che può favorire non l’esposizione ma una chiusura.

Oltre che un valentissimo mnemotecnico e archivista, l’esperto è altresì funzionario del gusto o giudice. Il suo giudizio è tratto da un vasto armamentario empirico – l’esperienza fatta – e dalla fedeltà a uno o più canoni, metodi, leggi – la scienza: è quindi referenziale, fatto di riferimenti, e il riferimento implica il confronto. A tale proposito, già Epistenologia I evidenziava come il metodo tecnico-analitico sia derivato da quello sperimentale allo scopo di studiare il fenomeno-vino e darne un giudizio obiettivo (obiettivo per principio e nominalmente, per il semplice fatto di riferirsi al metodo scientifico). In Epistenologia II l’Autore riprende:

Giudicare un vino è dunque metterlo dietro il banco, di scuola o dell’aula di tribunale, per verificare se e quanto è fatto secondo la norma, cioè stando al suo posto, comportandosi bene. Il giudizio è qui affare di giudici, di competenti e di esperti Autorevoli.

Il confronto si pone come terreno di comparazione, valutazione, ricerca di conformità o difformità, competizione e consenso; ciò che in realtà eseguiamo nell’asseverare la qualità maggiore o eccelsa di un vino sulla base dei riferimenti autorevoli, di esperienza e metodo, è quindi un esercizio o, a seconda delle intenzioni, sfoggio di bravura, uno spazio per vini necessariamente straordinari perché fondamentalmente egotrofici:

“… quando diciamo ‘questo vino è il migliore’, ‘il migliore nella sua categoria’, ‘il più buono di tutti’ stiamo semplicemente facendo i complimenti a noi stessi, perché ci giudichiamo in grado di giudicare, sapendo cogliere l’eccellenza, l’altissimo e il pregio. Senza saperlo, ci complimentiamo con gli occhiali che ci siamo costruiti e indossiamo per berlo e gustarlo. Non potremmo quindi più dire ‘eccellente’, ‘migliore’ o ‘peggiore’? Certo che no. Epistenologia attraversa queste parole mostrandole nude nel loro disarmo, nel loro processo, dopodiché rinnovate possono tornare nell’uso, con un significato diverso dove si parla non solo del vino ma di noi con il vino.

In questo senso, la summa dell’intenzionalità e dell’autoreferenzialità è nel punteggio: il giudice, o critico che assegna al vino un punteggio sta in realtà punteggiando la sua relazione col vino, non il vino come realtà colta, valutata e dichiarata quale obiettiva.

Lungi dall’essere critica fine a se stessa, quella della comparazione e del giudizio obiettivo offre una prospettiva convincente e facilmente praticabile: l’attenzione partecipata, o compassione, che è l’immersione nell’atmosfera di cui anche il vino fa parte contribuendo a crearla. Semplice come bere un bicchiere, al solo costo – insostenibile per i patrizi, irrisorio per i plebei, che bel paradosso pauperista – di rinunciare alla chimerica pretesa dell’oggettività e di saperla rendere in giudizi sintetici, qualitativi e quantitativi: perché, spiega l’Autore, è possibile osservare senza oggettivare, descrivere col vino cioè di noi insieme a lui al di là dell’astrazione per cui faccio finta sia oggetto, oltre l’illusione di essere fuori dal flusso del quale partecipo. Perché, seguitando, la percezione è solo ecologica: situazionale, relazionale e intrecciata col resto. Ragion per cui, volendo attribuire valore al giudizio estetico:

Il buono non esiste, il buono si fa: cioè, si racconta. Ed è nel racconto che si intrecciano linee e si intessono trame, di modo che il buono e il gusto si fanno e diventano fatti.

4. Dell’Amore
Ciao, amico Wine Lover. Ciao, sacerdote romantico di Apollo che eserciti la mantica interpretando i segni e i sogni del vino. Ciao, amore, ciao. Dimmi, tu che non sei come gli altri, che hai progetti più importanti e sopra i muri scrivi in latino evviva le donne evviva il buon vino. Dimmi, tu che (proprio non ti riesce) non mostri solamente la tua parte migliore: sai cos’è l’amore?

Ebbene sì. Credo che lo sappia più tu, disperato erotico e storpio grammaticalmente, biricchino biriccò, di tanti chierici e critici e funzionari del gusto, ortografi, punteggiatori e contrappuntisti. Perché, leggendoti prima con severità, poi con curiosità, mi sono infine accorto che sei appassionato e non giudichi:

Ti amo e sento un legame forte con te, perciò non ti giudico. Mi interesso prendendomi cura. Giudicare è un confrontarsi tematico, un faccia a faccia che distanzia e distingue. Invece, per come qui propongo di usarlo, l’apprezzare avviluppa, è più laterale e diffuso, disteso nella situazione che accade […] Il giudizio intellettuale, razionale e metodico chiede la competenza Autorevole; l’apprezzamento diffuso ed esposto – come anche il rifiuto o l’assenza di ogni interesse – la compassione molteplice.

Insomma ho letto te, poi ho letto questo e adesso, se anche parli da solo e ti confondi, se pure quando sei triste ti travesti come Pinot (e posti la foto, tristissima), penso che in fondo sì, sta bene così. E scusami se a volte ti ho trattato con sufficienza:

Quando un vino si ama non lo si critica, tutto concorre a un racconto dove le immagini confluiscono tutte, polifonicamente all’unisono. Le distinzioni e le analisi, per l’amante col vino, sono casomai successive ma, a ben vedere, non hanno funzione di spiegazioni: piuttosto, narrano di una bellezza incontrata, di una gioia ricevuta. Quando un vino o una persona ci piace e ci prende davvero, ogni dettaglio viene osservato e descritto sotto l’aura di quell’eros o filìa, al modo di un circolo: siccome siamo presi, raccontiamo i dettagli così, ma questo racconto vorrebbe dire – addirittura spiegare – le ragioni per cui siamo presi.

5. Love Kills
Non bastassero il tuo diverso amare e il tuo diverso bere, di te si fanno beffa gli esperti ortòpoti, amico Wine Lover – ma lascia oramai che ti chiami appassionato di vino, nel volgar’eloquio che i social media snobbano – anche per il tuo essere diversamente sbronzo: male annebbiato tu, e dei tuoi vini anonimi ubriaco al pari di zampogna; annebbiolati loro, o nobilmente intrisi di B.d.B. e bobbidi e Borgogna. In questo libro, però, puoi trovare il giusto riconoscimento: epistenologia propone l’ebbrezza d’amore, non le sue ubriacature. E la tua cura, la tua partecipazione da amante, la bellezza dei piccoli vini che tu, piccolo, fai grandi con te, valgono più di batterie e batterie di grandi vini ingurgitati a nastro dai Gambardella, mattatori e censori troppo sbronzi per afferrare una grande bellezza:

… mi è tornata in mente la figura di Wilberforce, il protagonista di un romanzo di Torday il quale diviene alcolista di costosi e famosissimi vini, appunto col fine di sopperire all’angoscia di una vita in cui il vuoto degli obiettivi, raggiunti o mancati, sopravviene e soverchia. Anche nel romanzo questa idea è interessante, poiché mette in luce qualcosa che avrai molte volte notato: di solito chi possiede cultura, competenza ed expertise sul vino si ritiene immune da questo problema. Il bere esperto sarebbe diverso dal bere ignorante anche in rapporto agli effetti. A essere onesti le cose non stanno proprio così: ho conosciuto molti competenti ed esperti di vino del tutto simili a Wilberforce.

6. Della Denominazione di origine incontrollabile
Ciao, giovane avvocato terroirista, tu che ah, Volnay! E oh, Cheverny! e nel portafoglio i santini della Madonna delle Grazie, di San Lorenzo di Verduno e dell’Enfant Jesus. Tu, patrocinante in vocazione, ascolta: salta a piè pari il Capitolo VII. Qui ne va delle tue più strenue certezze, quelle senza le quali regrediresti dal terroir al terrore di Procedura Civile, dalle MGA all’MDMA della notte prima degli esami. Fuggi, metti in salvo con te le stelle delle annate eccezionali, fai scorta di guide, monografie e newsletter dei Consorzi e stattene barricato in casa o anche come Diogene. Qui si dice che l’espressione del territorio è così tanto un’intenzione insensata che un intercalare banale. Si dice che non esistono annate buone e cattive e che ognuna è perfetta. Basti questo. Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso.

Nicola Perullo, ll gusto non è un senso ma un compito. Epistenologia II. Mimesis 2018. In uscita il 25 gennaio.

Capitoli: 0. Ripresa e legami; 1. Senza tema; 2. Senza metodo; 3. Senza competenza; 4. Senza giudizio; 5. Il gusto non è un senso ma un compito; 6. Storie senza istruzioni; 7. Il terroir è il mondo; 8. Curare l’ebbrezza.

N.b.: I brani in corsivo sono tratti dal testo.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

7 Commenti

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Rossano Ferrazzano

circa 7 mesi fa - Link

Io ho la mia misura.

Negare le denominazioni è negare il vino in quanto cultura, coltura, tradizione, rapporto prolungato e sapiente con la terra.

Poiché è da qui che nasce la capacità del vino di narrare e di offrire occasione di specchio reciproco nel convivio, e solo per questo il vino è degno di attenzione in maniera particolare rispetto a qualsiasi altra fonte di stimolo soggettivo, per me negare la denominazione è negare il vino così come lo conosco.

Il vino è già sublime liquido, baumanizzare il vino significa liquidarlo. Grazie, no, mi tengo le denominazioni, mi tengo il vino.

Mi spingerei fino al limite estremo di dire che insegnare codeste teorie è diseducare al vino. In Piemonte poi, inconcepibile.

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Emanuele

circa 7 mesi fa - Link

Rossano, posso pacificamente concludere che abbiamo due concezioni e prospettive diverse. Comunque, se non fosse chiaro (ciò che è ovviamente possibile, alcune mie note potrebbero essere meno che chiare): in questo libro non vi è negazione, né baumanizzazione alcuna. Non vi si trovano, questo è vero, ordini o indicazioni; il che, per inciso, rappresenta per me un pregio. Lungi dal negare o uniformare, questo libro è piuttosto un'estensione del campo di possibilità.

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amadio ruggeri

circa 7 mesi fa - Link

Liquidare in poche parole un libro senza neanche averlo letto, bollandolo come diseducativo, non mi pare cosa onesta e giusta. Leggere, riflettere, poi magari farsi un'idea più completa. Non mi pare difficile. E' quello che ho fatto con il primo libro di Perullo, è quello che farò con il secondo.

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Emanuele

circa 7 mesi fa - Link

Ecco, Amadio, tra l'altro la lettura è molto agevole. Se vorrai, dopo che l'avrai letto sarei lieto di conoscere, qui o dove preferirai, la tua opinione.

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amadio ruggeri

circa 7 mesi fa - Link

Certo Emanuele, molto volentieri.

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Rossano Ferrazzano

circa 7 mesi fa - Link

Ho già letto Epistenologia. Non avendo letto il nuovo libro non giudico il libro, ma l'idea qui rappresentata da Emanuele, di abbandonare la guida rappresentata dal territorio, cioè dalle denominazioni e sue declinazioni. Ho avuto occasione di parlare con un allievo di Perullo, brillante, che mi fulminò convinto dicendo "il Barolo non esiste, esistono le singole bottiglie e basta". Idea che riecheggiava alcuni passi di Epistenologia. Questa per me è diseducazione al vino. Poi leggerò meglio l'articolo sempre densissimo e degno di attenzione di Emanuele, magari rileggerò anche qualcuna delle pagine contrassegnate dall'orecchia di pro-memoria di Epistenologia, e anche di Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta che mi decisi a leggere subito dopo, dopo aver rimandato tante volte negli anni precedenti. Poi magari leggerò anche il nuovo libro, e solo allora potrò dire qualcosa rispetto al libro, certamente. Nel frattempo mi sentirò libero di esprimere opinioni su singole idee, a prescindere dall'attribuzione.

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Emanuele

circa 7 mesi fa - Link

E ci mancherebbe, Rossano.

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