Come eravamo. Correva l’anno del vino 1987, in Italia

Come eravamo. Correva l’anno del vino 1987, in Italia

di Pietro Stara

Voi, trent’anni fa, di cosa vi occupavate? Troppo piccoli per, abbastanza grandi da, oppure da qualche parte nei pensieri di? Per i tempi geologici è un spazio temporale infinitesimale. Per i tempi storici, uno spillo. Per le nostre vite un’era. Trovo in vendita un titolo roboante: “Tendenze Strategiche. Il vino in Italia”. Di Nicola Dante Basile. Prefazione presidenziale e confindustriale: Sergio Pininfarina. Edizioni del Sole 24ore.

Anno di analisi: il 1987 appunto. Anno di edizione: quello successivo. Ci sono dei libri che prima di percorrere il salto dall’asse o dalla passerella protesa fuori bordo – detto anche supplizio del macero – sostano per alcuni tempi sulle bancarelle esterne alle librerie. “Tutto a un euro!”, oppure “Tre libri a 5 euro!” implorano i cartelli appositamente collocati per incuriosire gli sguardi e le tasche dei passanti. Lo vedo tra i titoli di belle speranze che rimandano alle effimere proposizioni di una vita di successo; lo salvo dal suo baro e cinico destino e lo porto via dal ghigno sorpreso della cassiera.

Qualche dato per capirci qualcosa di più
Cosa succedeva, dunque, nella produzione vinicola di quell’anno mirabile? Un milione e centomila erano gli ettari dedicati alla viticoltura italiana. 1,3 milioni di aziende specializzate, molte delle quali con meno di un ettaro a testa; 11 mila imprese viticole con struttura industriale. 75 (circa) milioni di ettolitri prodotti per uno scambio commerciale di 1300 miliardi di vecchie lire.

La pubblicità correva velocissima: per i superalcolici si investivano 956 lire per litro; per la spumantistica 424 lire/lt.; per la birra 58; per i succhi di frutta 37; per l’acqua minerale 9 lire al litro. Per il vino, infine, 7 lire per litro. Poco direte voi: ma l’anno precedente era la metà. Nel 1983, tre quarti in meno. I whisky andavano fortissimo nell’età delle città da bere e del socialismo gaudente e voluttuoso. Seguivano gli amari, l’intramontabile Fernet, la China, i liquori dolci. La birra, nella sua versione industriale, segnava un passo importante così come la spumantistica dalle bolle grandi.

L’Italia, con 116.229 migliaia di quintali, coltivava circa 1/6 della produzione mondiale di uva (641.108): si scendeva ad 1/4 del totale nei confronti della viticoltura europea (437.925). Seguiva a ruota la Francia (93.324), poi l’Urss (81.390) e, a buona distanza, la Spagna (57.884). Ad ovest gli Stati Uniti si attestavano intorno a 50.743 migliaia di quintali d’uva. Ad est solo la Turchia si affermava con numeri di riguardo: 37.410. L’Australia scherzava appena con 9.978 migliaia di quintali. Gran parte del vino mondiale era prodotto in Europa (compresi i paesi de blocco sovietico) per un totale di 268.152 su una produzione complessiva di 330.196 di ettolitri. La Spagna pur non avendo il primato nella produzione, lo aveva come maggior superficie vitata al mondo: 1.593.000 ettari.

Per Regione
Puglia e Sicilia avevano il palmarès produttivo con oltre 12 milioni di ettolitri di vino prodotti a testa. Veneto ed Emilia Romagna seguivano con oltre 9 milioni per ognuna; poi il Lazio (5.265), il Piemonte (4.075), l’Abruzzo (4.251), la Toscana (3.912); Campania, Marche e Sardegna si affermavano con oltre 2 milioni di ettolitri cadauna e via di questo passo. Chiudeva solitaria la Valle d’Aosta con 39 mila ettolitri preceduta dai 340 mila della Liguria.

I beoni
Stavate pensando ai Veneti vero? E invece no: i marchigiani con 84 litri pro capite padroneggiavano la classifica. Seguivano i veneti con 75 litri; poi i Toscani (68), i Molisani(67), tiè!, i Valdostani (64), i Lombardi e i Trentini (63 litri a testa), i Piemontesi (61)… Morigeratissimi i Siciliani con soli 31 litri a testa.

Esportazioni
L’Italia vendeva prevalentemente vino sfuso: sul totale di vino esportato, quasi 11 milioni di ettolitri, 7.608.856 era rappresentato da vino sfuso; 2.450.835 da vini Doc e 748.584 da spumanti. E anche 912.452 hl di vermut, che oggi è tornato di gran moda.

Alcune case vinicole
Dopo un breve confronto enologico sullo zuccheraggio “sì oppure no” sul quale si cimentarono niente meno che Ferruccio Pisoni, presidente della Federazione Italiana delle cantine sociali, Giacomo Tachis e Giuseppe Martelli, direttore dell’Associazione enotecnici italiani, la seconda parte del libro dà voce e spazio alle cantine di peso degli ultimi anni del penta-partitismo balneare.

Così Piero Antinori ricordava che negli anni Sessanta, quando nel Chianti vennero fatti grandi investimenti produttivi, i contadini piantavano vitigni che oggi più nessuno utilizzerebbe: “L’obiettivo a cui ora si deve puntare è di avere ‘il clone’ più adatto per il tipo di vino che si vuole ottenere”; Ezio Rivella, enotecnico presso Banfi, premetteva che “noi non puntiamo a essere la Rolls Royce del vino, ma la Mercedes sì. Tengo a sottolineare che il vino di qualità non lo si ottiene perché si vinifica in un certo modo piuttosto che in un altro, ma solo se si usano uve di qualità”.
Bersano aveva chiamato due anni prima, per favorirne il rilancio, il napoletano Giovinetti, l’uomo che in Italia aveva ‘inventato’ il whisky di malto, lanciando prima il Glen Grant, quello di Michele l’intenditore, e poi il Macallan. Bolla intanto si lanciava verso gli Stati Uniti, contando come partner produttivo, con il 40% della proprietà, Brown Forman, il produttore del famoso Burbon Jack Daniel’s.

L’allora trentenne Maurizio Zanella (Ca’ del Bosco) ricordava gli esordi aziendali quando lui, appena sedicenne, preferì scoprire un mondo tanto comune quanto sconosciuto. Fu suo padre Albano, nel 1968, imprenditore nel settore dei trasporti, che acquistò ad Erbusco tre ettari di vigna con annessi un bosco e una piccola cascina, da cui il nome aziendale. Poi i viaggi in Francia: “È in quel paese che ho appreso i primi segreti del coltivare le vigne e le tecniche della vinificazione… Da dove nasce il successo della Ca’ del Bosco? Semplice: siamo riusciti a fare il giusto blend tra l’ottuso attaccamento dei francesi alla tradizionale coltivazione della vigna e la spregiudicata applicazione della tecnologia in cantina dei californiani; a questi due fattori ne abbiamo aggiunto un terzo: l’inventiva italiana”.

Bruno Ceretto mostrava al giornalista gli scassi nella valle di Vezza, nel Roero: dieci ettari di terreno sabbioso che verrà piantato ad Arneis. “L’Arneis è un vino carico di profumi rivalutato da pochi anni, da quando s’è deciso di vinificarlo secco. È stato un successo, tanto da indurci a fare quest’ultimo investimento”. E poi, continuava Bruno “è assurdo finanziare le eccedenze di produzione. La qualità è un concetto astratto. C’è molta gente che si riempie la bocca a pronunciare la frase ‘vino di qualità’, ma poi scopri che dietro la bella facciata si nasconde tutta un’altra realtà, a cominciare dalle cantine piene di vino invenduto: un controsenso che mi riesce difficile accettare, una distorsione dei termini che arriva da lontano, a cominciare da un certo tipo di politica perseguita da chi conta”.

Angelo Gaja, nel frattempo, aveva iniziato da qualche anno a diversificare la sua produzione, introducendo il peccaminoso cabernet sauvignon in terra di Barbaresco: fu il padre Giovanni Gaja, nel 1979, a contribuire al nome del vino “Darmagi”, che in dialetto albese sta per “Che peccato!”. Lo stesso si può dire per il profumato chardonnay che andava sotto il nome di “Gaia & Rey”: “ Il Barbaresco” – dice Gaja – “ è il nostro patrimonio base e mai ci sogneremmo di lasciarlo per strada. La questione è che dobbiamo ampliare il ventaglio delle nostre proposte, arrivando a fare ‘grandi’ altri vini che possano partecipare di diritto nella competizione internazionale. Oggi a competere con in francesi sono i californiani. Gli americani hanno aperto le loro porte alle proposte più disparate e a un certo punto hanno capito dove stava il meglio… L’Italia deve fare come la California: aprire al mercato internazionale per poter osservare e conoscere meglio consumatori e concorrenti dei nostri vini”.

Si stava, dunque, per chiudere un epoca: il “secolo breve” volgeva rapidamente al termine e già si scorgevano in controluce i segni del decennio a venire. Solo trent’anni trascorsi o già trent’anni fa. Dipende dallo sguardo.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

4 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 anni fa - Link

Ahimè trent'anni fa io c'ero, e già da qualche tempo. Un affresco simpatico, a cui manca un dato che solo chi era nella produzione conosce. Però è vitale. I numeri ufficiali per l'Italia sono tutti sballati, perché a quei tempi una parte enorme del vino non era fatturata. Per cui non compare nelle statistiche. Quanto? E chi lo sa? Di certo ti posso dire che quando sono state imposte le fascette ai DOC (per i DOCG si era provveduto prima, ma sono poca cosa) in non pochi casi si sono viste crescite da poche centinaia di migliaia di bottiglie a molti, molti milioni in pochissimi anni; o ci sono stati miracoli nel marketing, o il sommerso era enorme. E tutt'ora IGT e vini da tavola non hanno fascette.......

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Pietro Stara

circa 3 anni fa - Link

Buon giorno Stefano, sicuramente quello che affermi è degno di nota e di rilevanza sia dal punto di vista storico che economico. E’ altrettanto vero che un giornalista non poteva permettersi di fornire dati non certificati da enti terzi e da fonti ufficiali: Nicola Dante Basile utilizzò i dati statistici forniti dall’O.I.V., dalla CEE, dall’Unione Italiana Vini, dall’Istat e, per finire, dal Comitato nazionale vini DOC.

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Toni Lercher

circa 3 anni fa - Link

Bel post. Molto interessante. Ma sarebbe ancora più interessante se ci fosse il confronto con i dati di oggi.

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Pietro Stara

circa 3 anni fa - Link

Grazie. Per i dati odierni le consiglio di consultare l'imprescindibile http://www.inumeridelvino.it/

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