Arrivare ad un vino da un altro vino: la barbera, per esempio

Arrivare ad un vino da un altro vino: la barbera, per esempio

di Pietro Stara

Non è cosa strana per nessuno di noi, care lettrici e cari lettori: saltelliamo inopinatamente da un vino all’altro e, talvolta, mentre la bocca è amabilmente impegnata nel prolungato risucchio che porterà la parte retronasale a godere di sensi e significati reconditi alla prima sorsata, gli occhi volgono al passo successivo: scrutano vini poggiati in altrui luoghi, anticipano alla mente prefigurazioni che lei, in maniera del tutto autonoma, aveva già dato a se stessa. La cosa notevole è che consideriamo il tutto come scontato, ovvio e tremendamente naturale: nulla nuocerebbe alla nostra capacità di intendere e volere scivolare, dopo previa risciacquatura o avvinamento, da un sorso di lambrusco ad una circumnavigazione di un dolcetto. Poi è vero, c’è chi sorbisce prima le bolle, poi solo i bianchi, struscia sui rosati, effettua una giravolta sui rossi e chiude in bellezza con i passiti e i passati. Le grappe no! quelle no, che poi non si sente più nulla.

Potremmo discutere a lungo di questa metodologia mono-cromatica e parzialmente unilaterale. Ma vi è anche chi mantiene un approccio olistico, forzatamente unitario e tardivamente organico (io faccio parte di questo sottogruppo): dell’azienda vinicola in questione si vuole assaggiare tutto, ma proprio tutto. Questa logica si fa forza solo apparentemente di un principio lineare sostenuto dalla sequenzialità dei vini disposti linearmente su uno o più tavoli: in realtà essa si regge almeno sopra degli assi cartesiani, perché quando c’è una base è piuttosto probabile che vi sia pure un’altezza. A volte, però, l’altezza non è pari alla sua elevazione e supera di poco la base. Altre volte ancora è la base che supera l’altezza e tutto questo conduce ad un rinnovato interesse per la geometria iperbolica: il degustatore dovrà provare, al cospetto dei suoi amici più cari, la superiorità di un vino base attraverso la descrizione di un’ isometria ellittica, meglio se parabolica.

Solo un piccolo nucleotide azotato di assaggiatori si propone comparazioni mirate per tipologia, a meno che non sia costretto da banchi di assaggio a tema varietale rigido. Arriviamo a vini, arrivando da altri vini, incuranti delle tipologie, delle forme e delle sostanze e, in questo movimento solo apparentemente casuale, la bellezza della dispersione antropica del degustatore errante può trovare un valido sostegno nelle teorie architettoniche. Perché, ed è utile qui ricordarlo, i descrittori riguardanti l’armonia, la proporzione e la struttura di un corpo debbono il loro lascito a quest’arte antica.

Ed è da essa che mi farò aiutare per giungere, da diversi angoli e posizioni, al barbera. Quale barbera? Un barbera archetipico, ideale, un barbera che non c’è, ma che racchiude la sua esistenza nella migliore commistione dei barbera astigiani; un barbera assoluto come quando si pensa di averne in testa già uno; un barbera, insomma, che la nostra commissione di degustazione mentale utilizzerebbe per definire un solido punto di partenza al di là del quale un barbera non è più tale. E ognuno può dire quale è il suo termine di raffronto.

Se arrivassimo ad un barbera da un ciliegiolo ligure, anch’esso idealtipo dei ciliegioli liguri, ci troveremmo di fronte ad un contrasto di forme dimensionali, dove prevale uno stato d’animo di affetti e richiami contrari, di perdurante lotta. Due direttrici coesistono e si contrastano, in una silenziosa ma acuta sintesi: quella verticale e quella longitudinale.

Come una torre gotica il barbera spinge il palato verso l’alto, verso le guglie, con le loro membra slanciate e con le loro compiacenze linearistiche, in un continuo e vibrante gioco di linee forza mentre, per suo contrasto, tiene campo una struttura che cerca un ordine o una disciplina contro l’incommensurabilità, l’infinitezza e la dispersione dei sensi. La struttura del barbera risponde, in un gioco di sproporzioni tra estratti, tannini e frutti rossi, ad una assoluta affermazione, ad una solidità corporea e centrale monumentalità. Il trionfo della corporeità, dello spessore, àncora questo splendido vino alla sua più profonda e intensa contadinità.

Giungessimo, invece, al barbera da un amarone, ci troveremmo di fronte una città verticale, quando spiccano le cime dei tetti e degli alberi, mentre altre particolarità rimangono in vasto sottofondo, quasi in ombra: “Alto su di un’altura, il palazzo del re guarda la città. Guarda e vede solo i tetti, gli abbaini, le cupole, le guglie, il fogliame degli alberi nei viali. Più in fondo la città non si lascia guardare, si chiude a ventaglio. È un po’ di sbieco, la città, rispetto al palazzo; e manda rumori tutti un po’ di sbieco”. (Italo Calvino, Un re in ascolto, libretto per Luciano Berio, 1979) E’ il barbera che sacrifica il corpo per le sue altitudini, che fanno guardare di sghimbescio tutto ciò che c’è sbiadisce nelle sue rotonde e nodose profondità. Il mondo dei vini, visto dal barbera, dopo esservi giunti da un amarone, è fatto di irsute pendenze, di dislivelli irregolari con sporgenze e rientranze: siamo su di un balcone, affacciati a una balaustra di un teatro “il cui proscenio s’apre sul vuoto, sulla striscia di mare alta contro il cielo attraversato dai venti e dalle nuvole”. (Italo Calvino, Dall’opaco, 1971).

Piombassimo, infine, sul barbera da un nebbiolo che, da parte sua, ha già occupato tutti gli spazi e le cubature possibili, non solo per quanto riguarda le varianti architettoniche meramente planimetriche, ma per tutto ciò che si rivolge alle sottili incursioni artistiche, alle volte, ai capitelli, agli archi, alle strettoie e ai restringimenti palatali, alle elevazioni e alle evoluzioni sensoriali, esso, il barbera appunto, potrebbe stupire per l’assoluta autonomia rispetto ai vini più prossimi, sottolineata dalle spesse mura sensoriali che li dividono, dalla grandiosità duplicemente assiale e dalla noncuranza nei riguardi del proprio assaggiatore. Il barbera, dunque, infinitamente pago di se stesso, è impossibilitato, per vocazione, a qualsiasi forma di ardita competizione, da dovunque gli si capiti addosso.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

4 Commenti

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amadio ruggeri

circa 11 mesi fa - Link

E' vero che non hai mai conosciuto Veronelli, ma non è più bello LA barbera? De gustibus, s'intende. Però non mi verrebbe di dire IL freisa, IL bonarda, IL falanghina...

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Pietro Stara

circa 11 mesi fa - Link

La barbera è un piemontesismo del titolista, che comunque mi piace

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Gerson

circa 11 mesi fa - Link

La Barbera; è femmina ovunque, non solo in piemonte.

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Vincenzo busiello

circa 11 mesi fa - Link

Ma veramente ci ha lasciato sebastian Stoker?

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