Critical Wine 2015 a Genova ovvero i tapullanti del vino (contiene traduzione)

Critical Wine 2015 a Genova ovvero i tapullanti del vino (contiene traduzione)

di Pietro Stara

Ci sono dei posti che sono così come sono. Non si imbellettano, non si truccano, non ammiccano perché non vogliono e, soprattutto, non ce la fanno. Genova è così, in genere. Brutture e splendori compresi. Con tutto ciò che ci sta di mezzo. Qui si tapulla (tapullo sostantivo, tapullare verbo, tapullante colui che tapulla: intraducibile, rimanda ad una riparazione di fortuna e, per estensione, a tutto ciò che ne consegue). Si rabbercia, si copre alla bell’e meglio: antichi fasti lasciano spazio ad approssimative coperture per poi sbucare fuori in tutta la loro avvenenza. Edifici si affastellano uno sopra l’altro incuranti di pendii, smottamenti e piani di decenza urbana. A fianco sontuosi palazzi cinque-seicenteschi ruggiscono alla Repubblica che fu.

Il Critical Wine genovese non esprime una forma di radicalità esibita: la forma è contenuto, né più, né meno. Nei banchetti che si aggiustano da soli, nelle sputacchiere improvvisate, nel ghiaccio che se c’è va bene, se no pure. Diversi vignaioli, che ci tornano ogni anno, mi confermano che è una delle fiere che preferiscono, in assoluto. Anche quando affrontano orde di ragazze e ragazzi che dalle 18 in avanti si accalcano per chiedere un rosso o un bianco – “ma, no, mi dia tutta la bottiglia che ce la dividiamo!”. E’ una delle fiere più pedagogiche che ricordi: invece di ritenere come corpo estraneo la gioventù assetata, la accoglie nel suo grembo e cerca, nei limiti delle condizioni socio-ambientali, di dirozzarla al bere. Al bere bene.

“Farne bere cento per educarne uno!” – quattromila ingressi solo al primo giorno. 5 euro con calice: prezzo nazional-popolare calmierato secondo i dati Istat genovesi. Gratuità per i produttori, che lasciano qualche bottiglia in segno di reciproca benevolenza. I proventi vengono investiti in progetti sociali e ambientali. La circolarità del vino. E delle uve. Sì perché all’esterno del Buridda, dove ci sono quelli del cibo, proprio in fondo alla discesa, appena voltato l’angolo, incontro Manuel Chiarlo con un banchetto striminzito su cui poggiano alcune bottiglie di bianco cortese che produce di persona.

Compera le uve da Daglio, perché lui ha un piccolo appezzamento a rosse, nell’ovadese. Ne fa di due tipi: uno fresco, con brevi macerazioni, e uno lungo, con macerazioni di due mesi. “Glu glu” si chiamano, siglati diversamente. Signore e signori che vini! Manco a farlo apposta: si vira verso un’aromaticità inusitata, splendida, fresca e sorprendente per un cortese. Ci sta provando da un po’ di anni: non è il suo lavoro. Troppo piccolo l’appezzamento, scarsi i mezzi e non parliamo dei denari. Ma forse riesce a prendere qualcosa in affitto, da un vicino. Speruma bin. Ma poi Daglio le vende pure, quelle rosse, ad Alessandro Mendola, che fa un garagista Dusett di tutto frutto e di tutto rispetto.

Daglio, dicevo, non è un gregario del tortonese, ma un viticoltore di rango di stanza a Costa Vescovato, su quella dorsale collinare che degrada verso il torrente Ossona. Un Fausto Coppi con qualche chilo in più. Come i suoi vini. Dovrei dirvi del Timorasso, bianco si fa per dire, o del Nibiö. Ma non lo faccio: fatevi un giro da lui che ve li proporrà tutti. Di altri due voglio parlare: dello Zerbo, croatina in purezza. E del barbera, il Basinas 2010. Lo Zerbo è un Coppi che si allunga leggero, senza sforzi, senza traumi particolari, in un giorno di lieto allenamento ciclistico: si ferma a cogliere qualche ciliegia, fragole a ridosso dei boschi mentre il naso si riempie di erbe di campo. Poi pepe e chiodi garofano in una piacevole e amarognola astringenza. Il Basinas è un Coppi da gara: saliscendi, fatica che si allarga ai terziari e poi l’allungo, pregevole e prolungato, sino alla vittoria.

Poi, altri personaggi: arrivano trafelati a pomeriggio inoltrato e si postano proprio davanti a Daglio. Sono quelli di Altea Illotto. Portano due vini: Altea Bianco, composto in prevalenza da uve nasco con un taglio di vermentino, e Altea Rosso, fatto di uve cannonau e carignano. Monica e altre in minor quantità. Dalle loro parti, nel territorio di Sibiola (comune di Serdiana), il nasco di Altea Bianco viene prodotto in prevalenza come vino da dessert. Loro lo fanno secco e ci riescono in ugual modo e anche bene, direi molto bene. Capacità estrattive da miniera del Sulcis, il nasco vede e sente la brezza marina allargandosi alla macchia e al muschio da cui prende il nome. Aromi di naso e di bocca. Dettoriano d’ispirazione. L’Altea Rosso è meno sontuoso, anche se ben bilanciato fra le componenti vitate e piacevolmente quotidiano. Frutto e morbidezza in evidenza.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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Giacomo Badiani

circa 5 anni fa - Link

Sempre più sento dire ai produttori che preferiscono il pubblico generico alla solita cerchia di enostrippati, forse è ora di smettere di fare le solite domande su uvaggi e affinamento e approcciare il vino con un bel sorriso :)

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