Il vino di Giovanna Morganti ha i superpoteri

Il vino di Giovanna Morganti ha i superpoteri

di Sara Boriosi

Tutto volge contro la mia indole pigra: l’estate si avvicina lentamente, le birre hanno la meglio sugli addominali, la cassa integrazione sposta l’appuntamento dall’estetista come ultimo in ordine di apparizione, in questi mesi non sono stata in grado di elaborare un piano B che potesse darmi la necessaria tranquillità economica, perfino Instagram ha preso a martellarmi la coscienza suggerendo profili di medici dal tocco magico capaci di gonfiare di un’atmosfera il mio labbro superiore prelevando il necessario dalla coulotte de cheval, allo scopo di poter sfoggiare trionfalmente una faccia da culo nel senso più puro del termine.
Quando è troppo, è decisamente troppo.

A poco meno di un’ora da casa, approdo al podere Le Boncie; Giovanna Morganti è lì che mi aspetta sorniona.

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Non c’è bisogno di convenevoli e chiacchiere di circostanza; l’urgenza è quella di incamminarsi verso la natura naturante, e io sono in visita per questo: devo riconnettermi con il mio femminino strapazzato, troppo sollecitato da tutte le urgenze cui vengo sottoposta quotidianamente, ivi compresa la necessità di tatuarmi le sopracciglia. Del resto è roba nota anche ai più distratti: dio è donna, dio è un albero. Dio è la vite, femminile singolare. Pure l’uva è femminile, e con l’uva ci si fa il vino, che invece è sostantivo maschile. Tutto deriva da quella desinenza in A, che piaccia o no, e a me piace moltissimo fare filosofia spiccia e far tornare i conti dove voglio.

Campagna, viti, nessun codice di abbigliamento se non quello imposto dalla comodità, poter parlare senza doversi spiegare, la Torre del Mangia che fa capolino all’orizzonte. Giovanna mi butta uno sguardo e percepisce tutta la stanchezza che porto dentro, perciò ci incamminiamo verso la vigna prospiciente casa. Meno di tre ettari di viti ad alberello di sangiovese, colorino, ciliegiolo, mammolo e foglia tonda. Tutti ordinati e rigogliosi; del resto la stagione è nel pieno della vigoria.

Giovanna racconta degli ultimi lavori svolti; la volontà di sostituire i tutori di ferro con pali di acacia, le spese da sostenere che le fanno slittare il progetto. Poi parla degli innesti fatti con una tecnica meno invasiva di quella nota, il lavoro svolto da una squadra di collaboratori di scuola francese; mentre spiega indugia un po’ sulla fisicità delle operazioni svolte dai lavoratori, e lo fa senza malizie prevedibili ma con sincera ammirazione per quei giovani prestati all’agricoltura. Coi piedi in mezzo alla vigna tra terra e ciottoli non c’è alcuna richiesta di giustificare il proprio pensiero più di quanto sia espresso al momento, e quella sensazione di perenne colpa per essere un po’ troppo qualcosa e troppo poco qualcos’altro è annullata -finalmente- nel silenzio interrotto dal vento che fa arrivare voci lontane, mentre noi siamo lì con il naso in aria a pensare chissà a cosa, forse a niente.

Il tempo passa e ci incamminiamo verso la cantina. Giovanna racconta della nuova vigna. Si tratta di un appezzamento sito poco distante dal podere, di proprietà della curia. Conteso da molti ma affidato a lei (sarà il caso o la simpatia del Monsignore che tra tanti ha preferito chi indossa la sottana come lui), in quel fazzoletto di terra c’era una vigna abbandonata che è stata ripulita e reintegrata con viti nuove di sangiovese. Mentre ci dirigiamo verso le botti, Giovanna racconta di quanto sia stata dura accaparrarsi quel lembo di vigna, e della soddisfazione della prima vendemmia che risale al 2018. Il Chiesamonti è lì in cantina mentre matura in tonneau; Giovanna non ha ancora deciso se dimenticarsene ancora qualche anno o procedere con l’imbottigliamento.

È scrupolosa, prudente; quasi si sente di giustificare questa indecisione che le toglie un po’ di tranquillità, ma è la stessa che usa quando tesse Le trame. Misura gli slanci, ascolta il vino e si ascolta pure lei, nei suoi pensieri. Nulla è dato completamente al caso, e il Chiesamonti è lì a dimostrarlo: un vino potente che si sta assestando ma che mantiene il nervo da cavallo sdomo tipico del sangiovese di queste zone, caratteristica che – scopro con un pizzico di compiacimento – lo fa amare tanto a me quanto a lei.

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Assaggiamo ancora. È il momento del Cinque 2018, e Giovanna quasi si giustifica mentre stappa la bottiglia; si fa scrupolo perché il Cinque si pone come vino minore rispetto Le Trame, e in questo pensiero si concentrano tutte le sollecitazioni dalle quali sono scappata per venire qui. Non c’è niente da fare, in un modo o nell’altro ci sarà sempre qualcosa capace di far nascere il dubbio in noi: una frase interlocutoria sul nostro aspetto, un appunto sulla nostra competenza; persino una persona centrata come Giovanna Morganti può avere un tentennamento se teme che un suo vino può non essere compreso nella sua profondità.

Fortunatamente è il calice a rimettere tutto in quadra. La 18 è un’annata piuttosto generosa, e questo vino ne è testimonianza: vivido e luminoso, ricco di polpa e spezie; una gioia. Più ombroso e strutturato, Le Trame 2017 sembra fatto di tanti tasselli che si sovrappongono, regalando un vino che rispetta l’annata per estrazione del frutto, ma la mano della produttrice si riconosce dalla perfetta maturazione aromatica e lo slancio dell’acidità che rende Le Trame una bevuta memorabile, in equilibrio tra rigore ed esuberanza.

Mentre mi perdo nell’assaggio, Giovanna parla. Parla di tutto e mentre lo fa esce la sua senesità irresistibile, che la rende un po’ snob e capace di dire qualsiasi cosa nel modo più diretto. Parla delle stagioni che si avvicendano e delle persone che conosciamo, di famiglia nel senso più esteso del termine e della statua di donna guerriera che le è stata regalata dalla sorella e che vigila severa fuori della cantina, indicando un punto impreciso della vigna. Secondo Giovanna la statua ha lo sguardo aggressivo, perciò vorrebbe trovarle un’altra sistemazione. Cerco di convincerla che quello è uno sguardo severo e serve a incitare la vigna a fare del suo meglio, ma mentre parlo mi rendo conto di non essere abbastanza persuasiva.

Siamo stanche, abbiamo passato molte ore insieme; Giovanna si è concessa tanto e io le sono grata, perché mentre percorro la strada verso casa mi sento a posto. Le turbolenze sono passate, la pressione si è allentata e chissenefrega di quello che non sono o non riesco ad essere. Non si può tradire la propria natura, perché anche se facciamo di tutto per tenerla sotto controllo uscirà fuori inevitabilmente, magari nel momento meno opportuno.

Mentre guido mi sento un po’ più robusta e con il germe della consapevolezza di poter fare di me ciò che voglio. Forse il vino di Giovanna mi ha dato i superpoteri, non saprei. Ma voglio che questa sensazione duri il più a lungo possibile.

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Sara Boriosi

Vivo come un’estranea nella provincia denuclearizzata, precisamente a Perugia. Bevitrice regressiva, il mio cuore appartiene al Carso. Dotata di una vena grottesca con la quale osservo il mondo, più dei vini mi piace scrivere delle persone che ci finiscono dentro; lo faccio nel mio blog Rosso di Sara ma soprattutto per Intravino. Gestisco con godimento la migliore enoteca della città, ma lo faccio piena di sensi di colpa.

2 Commenti

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MG

circa 10 mesi fa - Link

Davvero un bel pezzo Sara! E viva Le Trame e la Morganti!

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josè pellegrini

circa 10 mesi fa - Link

Complimenti Sara , da Donna del Vino a Donna del Vino.Quando le parole diventano vita vissuta .

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