Che cos’è il Carso? Mare e Vitovska in 8 bottiglie clamorose

Che cos’è il Carso? Mare e Vitovska in 8 bottiglie clamorose

di Redazione

Kaj je Kras? Che cos’è il Carso? Domanda difficile. Ho tante idee e impressioni alla rinfusa, nessuna definizione. Un quadro mobile e composito che cambia a ogni visita e sempre in meglio. Dopo l’ultima, in occasione di Mare e Vitovska 2021 al Castello di Duino, il quadro è di nuovo mutato e certamente in meglio. Resta, ciononostante, un quadro mobile e composito di idee e impressioni alla rinfusa. Tante. Bellissime. Ecco:

  1. Per chi lo conosce da umanista dilettante, il Carso è l’Altopiano e il contado. Due terzi in Slovenia, un terzo in Italia. Non risolve ma è già un buon inizio, soprattutto per i lettori di Magris e cose absburgiche.
  2. Sempre per gli umanisti dilettanti, il Carso è Slataper, Kosovel e molti altri.
  3. Il Carso è kar-, radice indoeuropea che identifica la roccia.
  4. Per chi lo conosce da anacronistico lettore delle carte del TCI, c’è un Carso Triestino, costituito prevalentemente da rocce sedimentarie carbonatiche ma anche dalla formazione del flysch di Trieste. Di questa partizione sanno qualcosa i produttori di rosso che qua è Terrano, là Refosco. Poi c’è un Carso monfalconese di calcari nerastri, dolomitici e fossiliferi; e uno Isontino o Goriziano, quello che il viaggiatore incontra provenendo dalla Pianura Friulana, là dove si stagliano le prime pendici sulla linea d’acqua dell’Isonzo. Boscoso fino a Redipuglia, da lì muta in pietraia e scende verso il mare fino alle foci del Timavo. Poi c’è il Carso della Ciceria, l’altipiano montuoso a N-NE della parte continentale dell’Istria, detta anche Istria Bianca per l’alternarsi di boschi e pascoli a cime di biancheggianti strati calcarei che le bizze della tettonica hanno sovrapposto a quelli di marne.
  5. Per inciso, la geografia della Venezia Giulia l’aveva riassunta bene come pochi altri Alojz Gradnik: “Sul colle, disseminata tra i vigneti, / davanti a te il mare al sole, il grigio Carso, / la pianura friulana, la striscia d’oro dell’Isonzo / e dietro a te, lontani, due giganti, / Triglav e Krn, e più in là le Dolomiti: / così ti vedo e attorno a te il Collio…
  6. Il Carso è un paese di calcari e ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontorti, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi. Così scrisse chi lo conosceva bene ma ai contemporanei suonerà molto vetusto e poco virale, quindi piacerà poco.
  7. Il Carso è la Bora, il vento di Borea che aguzza l’aria di schegge, buono per la terra che ha mille patimenti. È il respiro del Monte Kâl, fratello gigante che dilata rabbioso il suo fiato nello spazio, gonfiando il mare dalle profondità, rovesciandolo mostruoso contro il cielo. A scrivere così fu lo stesso appassionato di calcari e ginepri. La Bora, aggiungo io, è anche il vento di Henri Beyle che fu console a Trieste e scrisse che fa Bora due volte alla settimana e cinque volte vento forte: vento forte è quando si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello, Bora quando si ha paura di rompersi un braccio.
  8. Henri Beyle era Stendhal.
  9. Il Carso è l’essenza del secolo breve, duplice lacerazione di due guerre in trent’anni, duplice firma a sangue su una terra contesa e dilaniata. La Grande Guerra fu un massacro impavesato a vittoria, festa sul dramma, rivalsa contro l’italofobia del tardo Impero, quindi viatico per il fascismo che venne e fu biecamente slavofobo e significò assimilazione coatta delle minoranze, Narodni Dom a fuoco, Lojze Bratuž. La Seconda Guerra arrivò dopo un crescendo di violenze squadriste e rappresaglie slovene, fu fascista, nazista e partigiana. Fu San Sabba, Villa Triste, bombardamenti, foibe, esodo giuliano-dalmata, Porzus, Trieste jugoslava e Linea Morgan coi compendi di TLT, caduti di Piazza Unità, Memorandum di Londra e Trattato di Osimo.
  10. Altrimenti detto il Carso è, con Trieste, posta sventurata del gioco fra le grandi potenze, dramma della Venezia Giulia che paga per tutta l’Italia gli scempi del ventennio. Scriveva Claudio Magris: “Per molti anni, del dramma della Venezia Giulia non si parlava quasi mai per ignoranza, disinteresse oppure – da parte democratica – per vile timore di passare per nazionalisti. Da parte della destra se ne parlava invece per riattizzare quegli odi sciovinisti e quei sentimenti antislavi che erano stati all’origine del dramma giuliano e della mutilazione di quelle nostre terre. Quella strumentalizzazione della sofferenza era empia e quella rimozione era stolta e fautrice a sua volta di regressione, destinata anch’essa a intorbidare i rapporti tra le diverse comunità. Quando, parecchi anni fa, scrivevo sul Corriere delle foibe, non se ne interessava quasi nessuno, perché l’argomento non poteva essere usato a fini politici; ora se ne parla, anche a vanvera, perché si pensa possa servire alla lotta politica attuale”.
  11. Aveva invece scritto, molti anni prima, Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.
  12. Il Carso è, come scrisse Sandro Sangiorgi in uno dei tanti numeri stellari di Porthos, una luce così impassibile da emanare un senso di dolore; luce che coniuga una fredda, risplendente purezza e la bruciante concentrazione dei raggi, una pienezza estiva e febbrile.
  13. Prima di Sangiorgi, aveva scritto Ungaretti: “Mi sento la febbre / di questa / piena di luce. / Accolgo questa / giornata come / il frutto che si addolcisce”.
  14. E, sul frutto che si addolcisce, aveva scritto uno dei già citati: “Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri. Tutto è una gomma rossastra. E ci si lava pigiando a palme aperte gli scricchiolanti grappoli nella brenta. Buona è l’uva, addentata a grani dal tralcio, mentre dagli occhi sgocciola il sudore e la palma della mano è stanca della roncola. Ma ancora questo filare, ancora questa vite, ancora questo grappolo! Qua con una brenta! Alloo!”
  15. Il Carso è un capolinea della tranvia di Opicina. Alla fermata Obelisco inizia la passeggiata lungo la Strada Napoleonica. La notizia serve a poco perché oggi tutti sono runner e i Wanderer quasi estinti. Peccato per i runner, io la passeggiata l’ho fatta e varrebbe la pena. Come varrebbe la pena di provare il sentiero Rilke e quello dei poeti (Kosovel-Saba-Gruden).
  16. Il Carso è la casa delle osmize. Delle osmize hanno scritto tra gli altri Slataper, Cergoly, Heinichen e, in un articolo pubblicato pochi giorni fa, Samantha Vitaletti. Tutte letture molto raccomandate. Tutte le osmize sono molto raccomandate, Samantha Vitaletti ne ha suggerite alcune da non perdere. Se dalle osmize estendiamo il campo alle osterie, le sette puntate di Teranum Offstage su Intravino ne annoverano alcune di altrettanto imperdibili.
  17. Il Carso era stato per me il luogo degli ultimi vini conviviali prima della pandemia. Una sera in fuga dal cantiere navale di Trieste, con tre elettricisti benedetti in quanto santi bevitori, magnifici sodali, dichiaratamente non esperti. Due veneti e un anziate, due Vitovska più una: prima da Matej Skerlj, poi da Benjamin Zidarich. Le prime Vitovska degli amici, benedetti elettricisti, i loro primi commenti, risoluti e definitivi: “Xe bón”. “È bôno tanto”.
  18. Il Carso è, in Italia, una Denominazione di Origine Controllata che abbraccia tutti i comuni della provincia di Trieste e alcuni di quella di Gorizia. La DOC ammette sette vitigni a bacca bianca e cinque a bacca rossa. Ammetto di non aver mai bevuto un Traminer del Carso; in compenso, mi è accaduto di imbattermi talvolta, con grande felicità, in vini molto carsolini e fuori denominazione, fatti con uve eccentriche per nome e provenienza. Un esempio: la Brežanka di Rado Kocjančič. Per restare comunque ai campioni del Carso, mi imbatto sempre con grande felicità in Malvasia, Terrano e Vitovska.
  19. Sulla Vitovska (e sul Terrano) hanno scritto (e non solo) in tanti (mai abbastanza). Tra i tanti, più di recente gli studenti del Master in Wine Culture and Communication all’UNISG di Pollenzo. Questa è però un’altra storia e, con il permesso loro e del prof. Nicola Perullo, di quello che hanno scritto (e non solo) si parlerà presto altrove.
  20. A ciascuno dei tre vitigni più importanti, il Carso dedica ogni anno una festa: Teranum, Malvasia in Porto (cui concorrono produttori da Istria e Breg), Mare e Vitovska. Quest’anno ho avuto finalmente la possibilità di dedicarmi degnamente alle prime due. Nella prima è stata rocambolescamente coinvolta anche una nave, nella seconda anche una figlia e fortunatamente nessuna nave. Questa seconda, oltretutto, ha segnato un ritorno il più felice possibile alle manifestazioni del vino in praesentia. Che bellezza, a cominciare dal Castello di Duino, convegno e memorie rilkiane annessi, connessi a tante declinazioni di un vino tra quelli che più amo. Quindi, proprio qui è il caso di passare la parola a Sabrina Somigli: c’era anche lei, ha bevuto e visto tutto, vede sicuramente meglio di me che, quando si tratta di Carso e di Vitovska, mi sento molto coinvolto e complice, incapace di restar metodico, obiettivo, prosaico, a-simbolico…(Emanuele Giannone)

Visto tutto no, bevuto tutto il possibile si. Sul vederci meglio dipende. L’amplificazione delle percezioni dovuta a più cause, non ultima la quantità di Vitovska servita a mo’ di assaggio, può annebbiare la realtà oppure renderla più chiara. La modica quantità carsica non esiste, come non esistono le mezze porzioni in altre zone dell’Italia. Ho cercato di azzerare i fattori di distorsione come bellezza del luogo, brezza di mare, convivialità, spontaneità dei produttori, cibo goloso e ho cercato l’approccio al bicchiere più morigerato e asettico. Non mi è riuscito. Sull’onda dell’euforia vitovskiana m’è partita la proposta indecente di una top ten degli assaggi della due giorni di Mare e Vitovska ed ho visto l’orrore negli occhi di Giannone. Così non mi chiedete perché ne ho raccontate 8. E senza dare altri numeri.

Quindi eccole bellissime, abbronzatissime e fisicate.

Kocjan Vitovska 2016: l’ho appuntata come la Vitovska di montagna. Ma il Monte d’Oro su cui si trovano i vigneti non è così alto da giustificare profumi di genepy e centerbe. Sarà la fresca aria che arriva dalla Val Rosandra a portare freschezze di genziana e felce? Sarà o forse no, ma questo soffio balsamico è gioioso. Salinità da vendere, leggera mandorla e un finale quasi piccante di zenzero. Mente scrivo mi parte già la salivazione. Che bell’incontro Rado Kocjan! Il fisicato dell’incipit sta per te.

Škerk Vitovska 2007. L’outsider: non era in degustazione alla manifestazione, ma nel tour qualche altro assaggio c’è scappato. Visto che siamo a celebrare meritatamente questo vitigno, non potevo non raccontare la verve di una Vitovska di 14 anni, che al naso racconta anni di affinamento con raffinate note di sandalo, cedro candito, pompelmo. Incredibile, ancora profuma di essenze verdi. In bocca aderisce al palato con forza, è un monolite piazzato in bocca, bellissimo, che nonostante gli anni non cancella il varietale di mandorla e un finale lungo sostenuto dalla sapidità che trascina con sé scorze di agrumi canditi. Di Skerk ci si può innamorare, anche a distanza.

Andrej Mili Vitovska Lune 2018: la Vitovska gitana. Questa parola mi si è stampata in testa quando passeggiando per il paesino di Sagrado leggo all’ingresso dell’agriturismo dei Milic “stasera gipsy music”. Solo il giorno dopo quando ho incontrato il signor Milic con un gilet in pelle con le frange ho capito che era l’aggettivo giusto. Vitovska macerata, un trionfo di frutta a polpa gialla, perfino albicocca disidratata e crosta di formaggio. Ha polpa in bocca, bel tannino che un pochino gratta: è l’imperfezione che stuzzica e tiene viva l’attenzione proprio su quel particolare. L’antenna accesa che capterebbe volentieri una bella fetta di formaggio morbido da abbinarci, magari lo stesso col quale mi aveva stuzzicato al naso. Ah, la Vitovska abbronzatissima è questa.

Skerlj Vitovska 2018. Complessa al naso si rivela lentamente tra acacia, miele millefiori e ostrica. È la vitovska acqua e sapone dalla bellezza innata, quasi inconsapevole. L’armonia è anche nel sorso fruttato e grazioso di ginestra, con qualche rotondità elegante conferitagli anche dalla sosta in legno. Cenni di pera sul finale lungo roccioso. Un sorso che disarma con soli 11 gradi e ti fa cappottare lucido e felice.

Štemberger Vitovska 2018. Premio sensibilità a chi coltiva la vite e sceglie di non cimarla per non arrecarle troppo stress. Ecco ci vorrebbe un Sebastijan in ogni luogo di lavoro! Battute a parte l’ho trovata molto dinamica, dai due anni di tonneaux si porta dietro una piacevole speziatura e delle ossidazioni appena accennate che sono sciccosissime a mio parere. Amo la pasta di mandorle e qui ci starebbe bene una faccina golosa. La sto buttando in caciara anche per ricordare che Mare e Vitovska è stata una manifestazione soprattutto gioiosa e rilassata e che questa Vitovska è da morsi.

Čotar Vitovska 2019: dopo una settimana di macerazione in tini aperti, matura in botti di legno. Ha una grinta da vendere al sorso, ed è letteralmente salata. Energia allo stato puro, un po’ spettinata, vi ricordate i Van Halen in Jump? Ritmo e roccia, anzi rock. Al naso odora di sandalo, frutta tropicale accennata e salsedine. Chiude mentolata, con un respiro balsamico quasi necessario dopo tutte quelle capriole.

Bajta Salež Vitovska Mainik 2015: circa la metà delle uve fa un parziale appassimento su pianta a seguito del taglio del tralcio. Operazione che gli conferisce una indubbia ricchezza aromatica al sorso e intensità olfattiva. Con qualche anno sulle spalle si arricchisce di idrocarburo, che accompagna l’agrume e la buccia di pera. Spessore in bocca che mantiene leggerezza come il tulle di una ballerina che si allarga leggero nelle pirouettes en pointe.

Zidarich Vitovska Kamen 2018. Mi chiedevo la porterà? Ebbene sì, c’era. Kamen è pietra, il marmo carsico in cui affina. Perché è proprio questa l’idea: la stessa roccia madre da cui nasce, che l’accompagna nell’affinamento in tini fatti proprio della stessa. Vado a memoria perché di questa non ho scritto alcun appunto, me la sono goduta e basta. È stato l’ultimo bicchiere della manifestazione, poi ho chiuso. Tannino esplosivo, ruvida che accappona la pelle, mi ricordo una sorta di polvere rocciosa aggrappata alla lingua, intrisa di freschezze balsamiche. Beh, inutile stare a celebrare, siamo di fronte a una pietra (nomen omen) miliare che segna la storia della Vitovska.

Sabrina Somigli

3 Commenti

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Bellini Adriano

circa 2 mesi fa - Link

Complimenti all'autrice del Reportage. Molto esaustivo e soprattutto interessante per i..... "Foresti". Mi son piaciute anche le note degustative !

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Alberto R.

circa 2 mesi fa - Link

#1 Scusa, ma non è Rado Kocjančič? O hai troncato di proposito? ;-) Comunque, il Brežanka non è male... Mi avete fatto venir voglia di Carso mannaggia!!!

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sabrina somigli

circa 2 mesi fa - Link

si Alberto, ha troncato per errore alcuni caratteri. E' Kocjančič e pure Milic che nel testo ha perso la C finale

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