10 Vini un tempo famosi che sono scomparsi dai radar

10 Vini un tempo famosi che sono scomparsi dai radar

di Jacopo Manni

In redazione girava da tempo la boutade sui vini che un tempo furono famosi e che ora sono scomparsi dai radar e così mi sono deciso e ho fatto un piccolo sondaggio intra-intravinici. Ne è uscita una lista di cui io solo e unico mi prendo le responsabilità di risponderne innanzi al tribunale enofilo. Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con questo mio post, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza. Dite ai miei figli che… ho bevuto bene.

Brachetto d’Acqui
Il brachetto si è sbracato. Fino ai ruggenti anni ’90 dominatore quasi indiscusso della frizzantissima voglia di bere bolicinico dell’Italia degli ultimi bagliori di opulenza dell’onda lunga del democristianissimo e affamatissimo boom del dopoguerra. Vino e vitigno sparito con la fillossera, il moderno Brachetto è figlio della gioiosa e genuina allegria semplice, rupestre e decisamente in carne degli anni ’60 e ’70.

Arturo Bersano il solito giovane rampante e smanettone simil garagista di quella generazione benedetta dal genio italico se lo inventa spumantizzato e la lira si impenna…poi il declino e la nuova generazione che da garagista si inventa pubblicitario lo affossa definitivamente con campagne di marketing geniali rimaste negli annali.
Era meglio stare fermi e aspettare, ché magari tornava di moda da solo come le spalline e i vinili.
Ovviamente ci hanno provato anche col rosé ma… chettelodicoafà.

Morellino di Scansano
Ei fu sul punto di diventar qualcuno… ma poi non se lo cagò più nessuno. Se il buon Bartezzaghi vi chiedesse oggi la definizione di un vino rosso della Maremma, cosa rispondereste, Morellino di Scansano? Bolgheri, Montecucco, Suvereto e persino Mugello si sono guadagnate sul campo e sugli scaffali delle enoteche e dei ristoranti gourmet spazio, reputazione e fatturato. Sono loro le stelle splendenti della terra degli etruschi, dei butteri, delle vacche ma soprattutto della maiala e del vino rosso e mediterraneo. Questi territori hanno messo la freccia a sinistra sull’Aurelia e me li immagino sfrecciando veloci sulla Lancia cabrio con la spocchia vigorosa e esuberante del Bruno Cortona alias Gasmann del Sorpasso gridare a squarciagola: Ah moretto, scansate!

Sagrantino di Montefalco
Fu più o meno 20 anni fa, me lo ricordo. “Sagrantino di Montefalco” suonava fighissimo sulle labbra dei ragazzini che scoprivano i primi wine bar di provincia. Sulle ragazzine faceva colpo, manco avessero detto “Bond, James Bond” ma poi arrivavano i primi tannini sui denti e il sorriso, di colpo, svaniva. Arnaldo Caprai, dopo vent’anni, è rimasto in trincea come un giapponese, ma la guerra è finita da un pezzo e nessuno lo ha avvisato.

Tocaj
Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost hanno detto gli ungheresi e dal 2007 il Tocaj ha dovuto dire bye bye (che fa rima e ci sta). Era dal 1500 che aspettavano di vendicarsi di qualche discendente austro ungarico per la dissoluzione del regno d’Ungheria e ci sono riusciti col povero Tocaj che ha dovuto tornare all’anagrafe e rinominarsi Friulano o, peggio, Jakot. Forse per il cambio di nome oppure per l’esplosione carsica della ribolla, il friulano non ha mai decollato in pieno. La mazzata finale gliela sta dando la Vitoska, vino e vitigno super pop ora, che dopo la ribolla sta rubando spazio e considerazione al poro Tocaj che, nome omen, era nato con simil desinenza passatista e forse destino già segnato.

Refosco dal peduncolo rosso
A me ha sempre ricordato il piedirosso o, meglio, Per’e palumm come assonanza del nome.
Vino millenario che già i romani bevevano, ma questa non è una novità ovviamente e non basta a garantire a questo vino onori e scaffali. La ribolla lo ha tritato, digerito e sputato. Come il Tocai anche il Refosco dal peduncolo rosso è in caduta libera. Ne rimangono in tutto il Friuli solo 686 ettari vitati, anche se rimane il rosso più coltivato e più bevuto. Il problema è che fuori dalla sua regione siamo messi maluccio. Forse il nome lungo e simil latino maccheronico non aiutano in effetti. Dovrebbero trovare un influencer odierno tipo Ludovico Bertoli che nel 1747 spingeva questo vino come un ossesso sui suoi social tra la sua fan base: “credetemi caro amico, e siatene sicurissimo, il Pinneau di Borgogna non è altra cosa che il Refosco del Friuli.”

Lagrein
Un lagrein? Anche nein. Nelle cene borghesi di corte del ‘300 forse era il vino perfetto da abbinare ad un cinghiale alla Obelix, ma credo che in nessun bar fighetto, hipster, posh, trendy o fendi qualcuno si sia mai azzardato a chiedere un lagrein. Il bere moderno e i giovani consumer ormai tutti naturisti (volevo scrivere fancazzisti e avrei ottenuto la standing ovation da tutti i nati prima di cristo… ma non lo farò) e perbenisti in fatto di beva preferiscono l’eleganza e la sottigliezza del Pinot Nero, che sta diventando il vitigno rosso principe dell’Alto Adige. Ma soprattutto in casa se la sta giocando malissimo il nostro Lagrein che è finito schiavizzato dalla schiava. Andate in un bar/enoteca/bistrot di loschi bevitori con la barba lunga, i risvoltini e i tatuaggi fino al collo se non mi credete e chiedete un Lagrein.

Nero d’Avola
E’ stato un tempo il mondo giovane e forte, odorante di sangue fertile e di Nero D’avola.
La Sicilia in bocca fino a qualche decade fa era arancin*( usiamo il gender free cosi evitiamo di farci commentare l’articolo da qualche sanguigno crociato della diatriba sessista palermitano/catanese) e Nero d’Avola. Diciamo che da Avola se lo sono portato in giro per tutta la Sicilia contribuendo ad annacquarne la fama che aveva faticosamente ottenuto qualche vendemmia fa, emancipandosi dalla semplice uva da taglio. Il povero vino d’Avola ha avuto fama sì, ma quella Warholiana che dura un quarto d’ora. Poi si è fatto sfilare l’arancin* di bocca e anche qui dall’era del Nero siamo passati a quella del Nerello.

Muller e Gewürtztraminer
Chiaramoci subito, che qui rischiamo la levata di scudi dei fanatici degli aromatici.
Nessuno mette in dubbio la qualità di alcuni vini prodotti da queste uve. Diciamo però che la vena aurifera del bere vini dal profumo di big bubble si sta esaurendo. I produttori dovrebbero fare una statua a Pietro Mercadini e al suo bersaglio che nei corsi Ais è il mantra dell’abbinamento cibo-vino. Provate a chiedere a un corsista Ais sbarbatello, appena diplomato e col suo tastevin ancora intonso un bel vino da abbinare al sushi o a un piatto di cucina etnica o esotica (che poi che cosa vorrà dire cucina etnica o esotica glielo chiederei anche io volentieri).

Cruasè
Mi immagino la scena. Siamo nel 2009. Location la “splendida cornice” della sede del consorzio dell’Oltrepò Pavese. Interno giorno. Un imprenditore in milanese intona: “uè raga dobbiamo inventare un nuovo modo di intendere il Metodo Classico. Il rosé sarà la nuova eldorado del vino (il prosecco aveva messo le microspie sotto la scrivania). Dobbiamo inventarci un nome milanesissimo, fichissimo e aperitivissimo. Che cazzo ci inventiamo?” Mi immagino anche la soluzione per trovare l’idea. Qualche manager uscito da Publitalia che fa: “Ci ubriachiamo per bene, poi scriviamo 100 parole del vino su foglietti di carta e le buttiamo a caso sul pavimento, le due che si toccano le scegliamo”. Genio.

Marsala
Lo zabaione è l’emblema della cucina francese: una cosa che vuole essere leggera ma che ammazza qualunque cristiano (Marsala compreso) – Muriel Burbery “L’eleganza del Riccio”.

avatar

Jacopo Manni

Nasce a Roma ma si incastella a Frascati dove cresce a porchetta e vino sfuso. L’educazione adolescenziale scorre via in malo modo, unica nota di merito è aver visto dal vivo gli ultimi concerti romani dei Ramones e dei Nirvana. Viaggiatore seriale e campeggiatore folle, scrive un libro di ricette da campeggio e altri libri di cucina che lo portano all’apice della carriera da Licia Colo’. Laureato in storia medievale nel portafoglio ha il santino di Alessandro Barbero. Diploma Ais e Master Alma-Ais, millantando di conoscere il vino riesce ad entrare ad Intravino dalla porta sul retro.

34 Commenti

avatar

Nicola Micheletti

circa 4 mesi fa - Link

Ancora oggi non capisco cosa è andato storto con il Sagrantino. Non era un novello Brunello per carità, tuttavia avrei giurato che sarebbe riuscito a conquistarsi una piazza ben più prestigiosa di quella attuale. Vino probabilemte difficile da padroneggiare a grandi livelli, forse è stata complice anche una incapacità a spiegarlo correttamente ai consumatori.

Rispondi
avatar

mariazzo

circa 4 mesi fa - Link

Diciamo che il Sagrantino rispecchia un po' (lo dico a malincuore) l'Umbria stessa, ovvero una wannabe Toscana. :D

Rispondi
avatar

Paolo

circa 4 mesi fa - Link

L'Umbria alla Toscana non invidia una mazza. A parte il mare. Fidati.

Rispondi
avatar

Guido

circa 4 mesi fa - Link

Cosa faremo delle 500 milioni di bottiglie di Prosecco quando passerà di moda???

Rispondi
avatar

Francesco Fabbretti

circa 4 mesi fa - Link

W della ammucchiata gigantesca dei vini puzzettosi, dei pet nat colorati con l'evidenziatore, e dei qualsiasicosasiabastacheloaffinoinanfora?

Rispondi
avatar

Andrea Celant

circa 4 mesi fa - Link

A Trieste si bevevano hl di Tocai da quando si chiama friulano scegliamo altri vini! Nella lista aggiungerei pure il Nobile di Montepulciano che si stenta a trovare...

Rispondi
avatar

Marcello Sensi

circa 4 mesi fa - Link

Scusate, ma credo sia sommamente ingeneroso includere il Sagrantino di Montefalco in un contesto che comprende il morellino di Scansano, il cruase', nero d' Avola, etc. Stiamo comunque parlando di un vino che siede a pieno titolo nella ristretta cerchia dei grandi vini italiani da invecchiamento ( vi invito a rivedere un video dell'indimenticabile Giuseppe Rinaldi a tal proposito. Egli e' piu' che mai tra noi...) Semmai includerei nella lista dei desaparecidos il taurasi ( forse qualcuno avra' notato mio vezzo di non usare la maiuscola per enfatizzare la scarsa considerazione di qualcosa ) . E pensare che negli anni scorsi venne propagandato come " il Barolo del sud" ( e qui si che ci vuole la maiuscola... )

Rispondi
avatar

Nicola Micheletti

circa 4 mesi fa - Link

Per come l’ho capita io la classifica riflette più la scarsa considerazione commerciale che una eventuale scarsa qualità dei vini citati. Anche perché a questo punto su Marsala e Gewürtztraminer i conti sulla “qualità” non tornerebbero altrettanto, basti pensare a De Bartoli o a Colterenzio.

Rispondi
avatar

Vittorio The Figurehead

circa 4 mesi fa - Link

Da Campano sono dolorosamente d'accordo con te: lasciando stare la tediosa questione della celebre etichetta affibbiata, è un vino che non ha ancora capito cosa vuol fare da grande, e 5 o 6 prodotti di livello alto non bastano a tener su l'intera denominazione, che per troppi anni ha inseguito modelli che non gli appartenevano, e ora si ritrova un giardino che è difficilmente riconducibile ad una identità forte e coerente. Si aspetteranno tempi migliori

Rispondi
avatar

Marcello Sensi

circa 4 mesi fa - Link

A parer mio, Vittorio, la vera forza della Campania e dell'Irpinia in particolare sono i bianchi. E li si che avete molto da dire!

Rispondi
avatar

Vittorio The Figurehead

circa 4 mesi fa - Link

E' vero Marcello, lì sia con Greco che con Fiano si è trovata la quadra del cerchio grazie al lavoro di alcuni produttori dalla mano particolarmente felice, che hanno poi tracciato la via maestra per altri nuovi protagonisti. Un discorso simile, nell'ultimo lustro o poco più, sta avvenendo anche con il Piedirosso nei dintorni del Vesuvio e Campi Flegrei: la bestia nera dell'enologia campana sta riscuotendo sempre più consensi di pubblico e critica, e si sta ritagliando una nicchia significativa nel settore dei vini che a tavola vincono facile. Un fenomeno da tenere sott'occhio.

Rispondi
avatar

Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Eppure rispetto a qualche anno fa, ha guadagnato in termini approcciabilita' Estrazioni più soffici, maggiore attenzione all'uso dei legni ecc. Io butterei l'occhio su quei vini un tempo glorificati dalle guide, con 3 bicchieri e simili, ed oggi invece guardati con indifferenza. Ne butto giù qualcuno a caso: Bue Apis, Terre Brune, Villa Gemma, Harmonium, Don Antonio, Patrimo, Mater Matuta...

Rispondi
avatar

vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

...i Bue Apis fine millennio sono ancora monumentali...

Rispondi
avatar

Anulu

circa 4 mesi fa - Link

Dal punto di vista commerciale, il Sagrantino si è rivelato un fiasco assoluto. Le cantine ne sono tutte piene, TUTTE (anche quelle che pensi siano fighe, naturali, premiate, emergenti etc.), hanno dentro 2-3 quando non anche 4-5 annate da vendere in stock. Fanno l'anteprima Sagrantino 2017 e stanno vendendo la 2014. Mandano i campioni alle guide della 2017 e ci mettono dentro il vino di 2 anni prima per far dire ai giornalisti "il Sagrantino sta cambiando". Questo accumulo di ritardo nella vendita farà sì che molti vini usciranno dopo 10 anni dalla vendemmia e saranno già affinati, e quindi saranno più approcciabili. Ma il problema vero è che anche quando lo affini per 10 anni, dici "embè? tutto qui?" Sarà pure un vino da invecchiamento, ma non è un grande vino. Questo è il vero problema. E la gente non spende 40 euro e più in carta per un Sagrantino. Le spende per altri vini molto più volentieri, anche perché l'uso che ne fai di questo vino è molto limitato. Ingenerosa invece trovo la stilettata a Marco Caprai che gira che ti rigira gestisce quella che è l'azienda che si è mossa meglio a Montefalco. Passano gli anni, girano le voci, eppure Arnaldo Caprai ha sempre primati (vedi recensioni di Wine Advocate recenti). Ma non si vede di certo un altro potenziale leader del territorio. Bea chiaramente è uno che l'ha saputa lunga prima di tanti altri, ma al di fuori di Bea e Caprai, nessuno conta nulla fuori dal comune di Montefalco. Prendete le carte dei vini dei ristoranti importanti italiani e anche all'estero. Ci sono solo loro e Antinori per l'Umbria. Forse chi ha fallito sono i seguaci, sia sul fronte Bea (pochi e lontanissimi dal fare prodotti di alto livello), sia sul fronte Caprai. Quindi io rispetterei l'azienda Arnaldo Caprai, che sa stare sia in grande distribuzione sia in alta ristorazione con prodotti validi. Eccome. A colui che diceva che l'Umbria è una wannabe Toscana dico che è un sempliciotto che dovrebbe contare fino a 100 prima di scrivere idiozie.

Rispondi
avatar

Marcello Sensi

circa 4 mesi fa - Link

Ha pienamente ragione quando sostiene che il Sagrantino e'un vino da grandi invecchiamenti ma non e' un grande vino. O meglio, e' un grande vino territoriale. A parer mio sono due i fattori che gli precludono la possibilita' di competere con i grandi vini da nebbiolo e da sangiovese: il descrittore olfattivo di mora decisamente corse' e - quindi - prevaricante; l'acidita' non particolarmente spinta. Ecco perche' il Sagrantino, pur riuscendo a sperimentare lunghissimi invecchiamenti, tende a non evolvere granche' , mantenendo pressocche' immutate le sue peculiarita'. Ma questo e' anche il suo punto di forza, perche' un'elevata acidita' enfatizzerebbe l'eccezionale carica polifenolica, con il risultato di renderete il vino pressocche' imbevibile.

Rispondi
avatar

mariazzo

circa 4 mesi fa - Link

Forse mi sono espresso male, ma l'idea di fondo rimane quella. E non lo dico in maniera negativa. Ci sono stato recentemente a giugno e ho girato anche per cantine. La sensazione è stata quella di non essere capaci di valorizzare (a livello commerciale, marketing) il loro patrimonio. Ho visto posti bellissimi e bevuto vini fantastici, ma a differenza della Toscana, dove sono capaci di venderti anche la ghiaia delle strade bianche, l'Umbria non ha questa capacità di sapersi promuovere.

Rispondi
avatar

vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

... aggiungo : assaggiai in anteprima Villa Gemma di Masciarelli 1995 , che poi fu eletto miglior vino dell'anno per il Gambero Rosso . Me lo fece assaggiare personalmente (la sessione di assaggio per il Gambero Rosso si fece presso il suo ristorante ) , tale Fulvio Pierangelini : ero a pranzo da lui (qualcuno se lo ricorderà come fra i più grandi chef mai esistiti in Italia) e ricordo il mio sobbalzo di sorpresa da tanto era buono ... tanto da farne incetta . Assaggiatelo oggi , a 25 anni di distanza , è una bomba atomica ... non avere gran cassa mediatica non significa che il vino fosse , nel passato , solo oggetto di mode o "spinta commerciale esasperata" come in tanti pensano . Se poi gli altri che vedo citati si sono rivelati dei flop sensoriali , è un altro discorso , ma non generalizzerei (ribadisco : Bue Apis dal 1999 al 2001 erano piccoli capolavori enologici : L'agrotecnico di Cantina del Taburno , Pippo Colandrea allievo di Moio , aveva selezionato le viti antiche di Aglianico delle tenute dei conferitori per farne un vino pazzesco sotto la guida del Maestro) ...

Rispondi
avatar

Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

È esattamente quello che intendevo. Vini glorificati dalle guide in passato, che non potevano mancare nelle carte dei migliori e peggiori ristoranti, oggi non sono più al centro dell'attenzione e nessuno quasi ne parla più. L'attenzione si è spostata su un altro genere di vino. Ma vent'anni fa non si poteva non bere il Bue Apis, il Villa Gemma, il Don Antonio o il Terre Brune. Converrai sul fatto che oggi se ne parla un po' meno, e che quei vini non sono oggetto delle stesse attenzioni di 15 o 20 anni fa da parte dei ristoratori e degli addetti ai lavori. Ciò non significa che non siano grandi vini.

Rispondi
avatar

vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

...convengo ...

Rispondi
avatar

Stefano

circa 4 mesi fa - Link

Oh, ma il Sagrantino spumantizzato è una bomba! Lo so, non c'entra nulla con quello di cui si dibatte. Comunque, recente esperienza in blasonata Toscana, e devo dire che certi comprensori umbri hanno standard di ospitalità (hotel e ristoranti) migliori a livello di possibilità di spesa medio. E secondo me pure per il vino!

Rispondi
avatar

Lafillossera.com

circa 4 mesi fa - Link

Complimenti per la citazione ferrettiana

Rispondi
avatar

Invernomuto

circa 4 mesi fa - Link

Mi accodo, pensavo di essere l'unico ad essersene accorto...

Rispondi
avatar

Nelle Nuvole

circa 4 mesi fa - Link

Ho qualche dubbio sulla presenza effettiva del Montecucco su scaffali e nelle liste di vini di ristoranti di livello [sul mio cadavere che scrivo "gourmet"] al di fuori della provincia di Grosseto. Non è che il Morellino di Scansano brilli per presenza, ma è piazzato meglio del vicino. Chi non ha fatto nemmeno in tempo a diventare famoso è l'Orcia, così trasparente da diventare quasi invisibile. A parte qualche lodevole eccezione, sostenuta da capitali sostanziosi o trascinata da altre tipologie all'interno della stessa azienda.

Rispondi
avatar

Daniel PC

circa 4 mesi fa - Link

Beh allora sono fermato nel tempo.. perché in questa lista ci sono 90% dei vini che bevo.. lagrein, tocaj, morellino..

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 4 mesi fa - Link

Il Morellino vende stabilmente dieci milioni di bottiglie da anni, senza cali, è la terza DO Toscana per vendite in Italia. Mi sembra parecchio in salute per essere un cadavere. Piuttosto direi che è sempre stato snobbato dalle guide e non parliamo degli enofighetti, ma quanto contano?

Rispondi
avatar

marcow

circa 4 mesi fa - Link

"Piuttosto direi che è sempre stato snobbato dalle guide e non parliamo degli enofighetti, ma quanto contano?" __ Secondo me gli enofighetti contano più delle guide. Perché hanno una grande visibilità sui nuovi media digitali. Mentre le guide perdono ogni anno d'importanza E poi gli enofighetti non sono un gruppo monolitico ma presentano diversi sottogruppi che andrebbero studiati dai sociologi del gusto.

Rispondi
avatar

Vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

....non posso venire evocato ( quando si parla di enofighetti) senza intervenire. Come categoria influencer a cui appartengo ( mi chiamano nell'intimità Vinovacchi oppure Ferragnogodi) la responsabilità è altissima per cui vorrei esprimermi senza rete sull'argomento Morellino: secondo me ....aaaarghhh....

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 4 mesi fa - Link

Come avrebbe detto Galileo, eppur si muove....

Rispondi
avatar

Cristiano

circa 4 mesi fa - Link

Bella lista! Marsala! Buono buonissimo! E poi il tuo "dite ai miei figli che ho bevuto bene" è il top! Alla prossima!

Rispondi
avatar

domenico farina

circa 4 mesi fa - Link

Ingeneroso inserire in questa analisi il Cruasè, solo perchè il Cruas non è mai stato popolare. A mio modesto e sindacabile parere, ci sono grandissime espressioni di Cruasè: non lo accosterei al Prosecco Rosé nemmeno nello stesso paragrafo. Il successo commerciale è lontano, ma è un'ottima produzione in quasi tutte le declinazioni. Se hai voglia, Jacopo ti faccio fare un personalissimo tour e ne rimarrai soddisfatto.

Rispondi
avatar

bt

circa 4 mesi fa - Link

"Andate in un bar/enoteca/bistrot di loschi bevitori con la barba lunga, i risvoltini e i tatuaggi fino al collo se non mi credete e chiedete un Lagrein". ahahahahhaha troppo vero. però a me piace. è il traminer che mi ha rotto.

Rispondi
avatar

bt

circa 4 mesi fa - Link

cmq articolo strepitoso. come contraltare vedo il rilancio del piemonte minore: tipo il grignolino!

Rispondi
avatar

Podere del Gufo

circa 4 mesi fa - Link

Sicuramente riguardo il Sagrantino si sta vivendo un periodo di stasi pur con delle eccellenze... Bea su tutti. Però se Montefalco rientra in questa lista allora il VN di Montepulciano o l'Orvieto in che categoria giocano?

Rispondi
avatar

Ferdinando

circa 4 mesi fa - Link

Mah? Ancora una volta non mi avete convinto!

Rispondi

Commenta

Rispondi a Lafillossera.com or Cancella Risposta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.