Viaggio in Cina. La storia del vino cinese e un enologo italiano in vigna (video)

Viaggio in Cina. La storia del vino cinese e un enologo italiano in vigna (video)

di Redazione

A distanza di qualche giorno dal post a tema vino cinese, scritto da Salvatore Agusta, e quello sul distillato by Thomas, riceviamo questo contributo, firmato da Leone Zot. Leo ha già prodotto un notevole reportage dalla Georgia, e ora fa il bis. A noi è sembrato molto interessante, quindi ecco a voi.

Una bottiglia di vino nel giardino fiorito
bevo da solo senza amici.
Innalzo il bicchiere verso la luna luminosa
e alla mia ombra, e con questo diventiamo tre.
La luna non beve
e l’ombra mi segue sotto i miei talloni.
Con la vostra compagnia, luna e ombra,
trascorro grandi momenti fino alla fine della primavera.
Canto e la luna rabbrividisce
danzo e la mia ombra vacilla.
Ci divertiamo fino a quando riesco a stare in piedi
poi ci separiamo quando dormo.
Uniti in un eterno vagare vuoto
troviamoci di nuovo sul fiume latteo di stelle

Li Bai, “Bevendo solo sotto la Luna”.

Come sempre il 3 è la geometria dell’Uno. In questo 3 vi è la Luce della luna, l’oscurità dell’ombra e l’uomo che conoscendo la sua ombra si eleva alla luce attraverso lo Spirito dell’uva. Qui è possibile comprendere la funzione che le materie con tropismo psichico hanno sempre avuto nelle culture umane. Oggi è rimasto l’aspetto del ludus, componente apprezzabile della vita ma impoverito poiché sottratto al totale, all’ἐνϑουσιασμός (enthusiasmòs) che non è più ludus.

Li Bai [李白] (701-762) è uno dei massimi poeti classici della letteratura cinese. Rifiutò di sostenere gli esami imperiali che gli avrebbero garantito un posto come funzionario dell’impero e passò la vita viaggiando, bevendo e cantando. È stato un grande bevitore e ha dedicato numerosi versi all’ebbrezza. A quel tempo governava la dinastia Tang (618-907), fu un’epoca di grande fioritura delle arti e della viticoltura.
Qui in occidente siamo abituati a considerare la coltivazione della vite una tradizione che caratterizza la nostra cultura in modo esclusivo. Se ne trovano ulteriori testimonianze in epoche remote anche nei regni orientali. Patrick McGovern, archeologo biomolecolare dell’Università della Pennsylvania, ha rinvenuto tracce di una bevanda fermentata a base di riso e uva risalente al 7000 a.c. nel sito neolitico di Jiahu, sul fiume giallo, nella provincia dell’Henan. Il vasellame che conteneva la bevanda era posto in sepolture ad accompagnare il defunto nel suo viaggio oltremondano, verso gli abissi lunari dei canti di Li Bai. L’uva in questa fase della preistoria non era ancora coltivata ma raccolta selvatica e messa a fermentare col miele. Le fonti storiche cinesi collocano l’inizio della viticoltura nelle regioni dell’Ovest, quella parte di Cina che oggi corrisponde alla provincia dello Xinjiang abitata dal popolo Uiguro. Proprio qui, nella zona di Turpan, sono state escavate tracce di agricoltura della vite risalenti a 2.500 anni fa. Ancora oggi tutta questa area è occupata da numerosi vigneti che utilizzano un sistema di canalizzazione della acque antichissimo, la cui memoria si perde nel tempo, ma che è fondamentale per la vita delle piante. Nel deserto dei Gobi la pioggia non esiste. L’uva e la tecnologia per estrarne lo Spirito sono giunti in questa area probabilmente importati dalle regioni degli altopiani dell’Iran, non si tratta quindi di una tradizione autoctona. Nella storia cinese la viticoltura e la vinificazione non saranno mai percepite come tradizioni locali, ma sempre come usanze provenienti dall’occidente. Lo Xinjiang, territorio occidentale, caratterizzato dal deserto, è stata la prima area interessata dalla coltivazione della vite. I resoconti storici del periodo delle Primavere e degli Autunni (770-454 a.c.) parlano di una situazione diffusa di produzione di vino.

uva

La penetrazione di questa pratica nelle regioni della Cina interna è narrata in diverse storie, qui ne citiamo una che ha assunto una dimensione classica nella cultura cinese. Nel 138 a.c. Zhang Qian [張騫] (200-114 a.c.), ufficiale militare, venne inviato dall’imperatore Han Wudi della dinastia Han, con un gruppo di 99 uomini a cercare alleanza con gli Yuezhi nelle regioni dell’Ovest, nell’attuale Tagikistan. Il gruppo fu catturato dalle tribù nomadi del Xiongnu e i suoi membri resi schiavi. Zhan Qian rimase presso queste tribù per dieci anni, prese una moglie locale e fece un figlio. Dopo dieci anni fuggì con la moglie e raggiunse attraverso il Gobi e le montagne, gli Yuezhi, dove si fermò un anno ammirandone i costumi, l’abilità nell’allevamento dei cavalli e nell’agricoltura. Infine ripartì e, dopo un viaggio pieno di avventure, arrivò presso la corte del suo imperatore, portando con sé alleanze e conoscenze, tra queste la vite. La sua impresa fu alla base dell’apertura della via della seta, incrocio di traiettorie tra oriente e occidente attraversate da uomini e animali carichi di desideri e cose preziose. Le storie che compongono il suo viaggio sono contenute nello Shiji redatto da Sima Qian, cronache ufficiali della corte Han. Così la coltivazione della vite passò dallo Xinjiang alle zone della Cina più interna, in province come lo Shandong e l’Henan. Fu con i Tang che ebbe grande impulso. Questo fenomeno fu facilitato dal fatto che questa casa regnante estese il suo dominio fino alla città di Gaochang nello Xinjiang, poco distante da Turpan. Oggi ne rimane una distesa di ruderi desertici che tremano come lontani miraggi. Vennero aperte nuove rotte commerciali e furono importati nuovi vitigni. Il periodo Tang è considerato una epoca d’oro nella storia cinese. Li Bai scrive sotto Tang Xuan Zong [唐玄宗] (658-762), settimo imperatore dinastico, patrono delle arti. Di lui si ricorda la storia d’amore che ebbe con Yang Guifei [楊貴妃] (719-756) moglie del principe Shou [壽王], suo figlio. Ebbro d’amore ne ordinò il divorzio e dopo due anni di vita monacale la dichiarò propria moglie edificando con lei un nido d’amore. Fuori dall’alcova infuriava la ribellione del governatore militare delle provincie del nordest, An Lushan [安禄山] (703-757). La lotta opponeva i funzionari imperiali confuciani e le elite militari del nord-est formate da turchi sinizzati. An Lushan era uno di questi. In tali tempi l’estasi alcolica era associata a rituali sacri e pratiche mediche, ed il poeta ne fa uno dei fili conduttori della sua scrittura e della sua personalità. I Tang non si ripresero più dal conflitto e fu il tempo dei Song (960-1279) che investirono di grande importanza i letterati confuciani di corte, stamparono le prime banconote della storia, usarono la polvere da sparo e inventarono la bussola. Tra queste meraviglie non vi fu precisione nel registrare le pratiche agricole. Non vi è certezza sulle sorti della viticoltura in questo periodo, le opinioni sono contrastanti. Alcuni ritengono che rimase inalterata altri invece sostengono che sparì.

terra

Ben presto però, le sfere del destino dei Song incrocianrono la costellazione mongola di Gengis Khan che unite le tribù con l’aiuto del grande Tengrit proiettò le sue orde in tutte le direzioni. Travolta la Cina istituì la dinastia Yuan (1279-1368). I mongoli amano la guerra e la gozzoviglia e con loro la coltura della vite ebbe uno dei suoi periodi di maggiore splendore. Il consumo di vino a corte è descritto nelle cronache come spropositato. Ye Ziqi (1327-1390) eminente letterato intento a cercare il principio delle cose, raccoglie una serie di note conosciute come Il libro del Maestro e delle Piante. In esse narra che furono costruiti nuovi vigneti nelle zone di Taiyuan e Nanchino e che per definire la qualità delle annate si portava il vino in cima alla montagna di Taihang per esporlo al freddo. Se il vino non congelava, conteneva una buona quantità di alcool ed era buono, altrimenti era declassato. Il terapista e dietologo di corte Hu Shui [忽思慧] (periodo di attività 1314-1330), noto per il suo testo Principi dell’Alimentazione e del Bere, distinse i vini in tre classi qualitative, i migliori da Turpan nello Xinjiang, poi quelli di seconda classe dalle minoranze etniche del nord-ovest, e infine quelli dello Shanxi. Testimonanze occidentali si trovano nel mercate veneziano Marco Polo (1254-1324) che giunse in oriente in questi tempi e rimase alla corte di Qubilai Khan (1215-1294) per diciassette anni. Sulla via del ritorno si trovò a soggiornare nelle galere dei genovesi vittoriosi sui veneziani nella battaglia di Curzola. Per ingannare il tempo dettò il suo Milione a Rustichello da Pisa in cui narra i numerosi vigneti e le diverse tipologie di vino che aveva trovato in Oriente. Ricorda anche che il vino non era guardato di buon occhio dalla gente locale. I rozzi e incolti mongoli non erano destinati a durare molto in Cina. Su di essi si abbattè la furia delle rivolte popolari capeggiate da Zhu Yuanzhang [朱元璋] (1328-1398), che istituì la dinastia Ming (1368-1644). Con i Ming il vino diventa sempre più difficile da rintracciare e la viticoltura pare scomparire. Piccoli ritrovamenti se ne hanno nella letteratura medica. Li Sinzhen [李时珍] (1518-1593) considerato il più grande naturalista della Cina, botanico e farmacologo dedicò quaranta anni alla compilazione del suo Compendio di Materia Medica nel quale cita il vino come medicamento che rinvigorisce il corpo e da nutrimento. Ma lentamente si perdono le tracce di questa bevanda e tale oblio continuò anche con la successiva dinastia Qing (1644-1912), l’ultima!

La conoscenza agricola e tecnologica andò perduta, e l’avventura del vino rimasta celata nel cono d’ombra della memoria storica, dovette riaffacciarsi in epoca moderna per ricominciare.

Nel 1892, pochi anni prima della caduta dei Qing e l’instaurarsi della Repubblica, Zheng Bishi (1840-1916), uomo di affari, aprì la prima cantina cinese, la Chengyu. A Giacarta nel 1871 si imbattè in truppe coloniali francesi che gli fecero asaggiare il loro vino. Ne rimase colpito al punto da acquistare circa 600 ettari di terreno ed aprire una sua cantina. Gli esordi non furono facili. Una prima partita di viti dagli Stati Uniti non funzionò. E neppure una seconda dall’Europa. Ma con caparbietà e l’aiuto di enologi occidentali riuscì alla fine ad avviare una vera e propria produzione vinicola. Ma l’instabilità politicia dei primi anni della Repubblica non favorì la crescita economica e l’agricoltura della vite. La grande svolta avvenne l’1 ottobre 1949, quando Mao Tse Tung, in piazza Tian’anmen proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Il Partito unico si mise subito al lavoro intenzionato a creare una nuova Cina e un uomo nuovo. Lo strumento economico di questa trasformazione fu il piano quinquennale, locomotiva del grande balzo in avanti. Il primo piano è del 1953, con esso si decise di preservare e di allargare le cantine già esistenti, tra cui la Changyu ma anche la Qingdao e la Pechino. I successivi piani incrementano fortemente la produzione con un trend di crescita inarrestabile, si passò dai 2000 ettolitri del 1949 ai 640.000 degli anni 70. Nel 1980 venne fondata una cantina in joint venture con i francesi, la Dynasty Winery Corporation e nel 1983 nacque la Great Wall Winery. Queste due cantine insieme a Changyu rappresentano attualmente oltre la metà del mercato interno cinese e hanno un riconoscimento internazionale.

vigna

Attualmente il mercato del vino in Cina è tutt’altro che maturo e ha un potenziale di crescita enorme, sia per quanto riguarda l’importazione di prodotti stranieri, sia per quanto riguarda lo sviluppo di una produzione locale.

Oggi il consumo di vino in Cina si identifica con l’emergente classe media urbana che è in cerca di un proprio stile di vita e di simboli attraverso cui manifestare questo nuovo status sociale. Nel Regno di Mezzo sottolineare la propria posizione sociale è essenziale, senza superbia ma con misura confuciana. Il vino è investito di proiezioni che incarnano lo spirito di questa nuova classe. Conferisce eleganza, esprime benessere e successo ed è un prodotto esotico di lusso. Maneggiarlo vuol dire acquisire un codice occidentalizzante, alla moda, emancipato. Ma tale caratterizzazione è embrionale, alle prime fasi di manifestazione. La semiotica del vino è ancora tutta da sviluppare. Ne consegue che i modi di consumarlo e gli abbinamenti con i cibi, sono poco codificati, spesso imprevedibili rispetto ai codici occidentali e tendono a contaminarsi con la tradizione locale. Un po’ come è avvenuto con l’uso del tè nella cultura occidentale. A nessun cinese passerebbe mai per la testa di mettere dello zucchero nel tè. Sarebbe come per noi aggiungere sprite al vino!

Nella cultura cinese esiste una ritualità del bere fortemente definita, la cui struttura si è sedimentata nell’arco di tutta la sua storia. In questi annidamenti della memoria ritroviamo le avventure che hanno portato lo Spirito dell’uva in Cina. Da questo Spirito sono nati i canti di Li Bai, che ebbro d’amore morì nel fiume Chang Jiang, gettandosi ad afferrare il riflesso della luna sulle acque.

Leone Zot

Alcuni dei contenuti qui riportati derivano dalle tesi di Laurea pubblicate dalla Cà Foscari di Alberto Cocuzza e Giovanni Goffredo.

Il video è stato girato nel mio ultimo viaggio in Cina nel 2016. A Turpan, provincia dello Xinjiang, alle porte del deserto del Gobi sono stato ospitato nella cantina Puchang Winery in cui opera l’enologo Loris Tartaglia che mi fatto visitare le vigne e assaggiare i suoi vini. Le immagini sono tratte dal filmato.

11 Commenti

avatar

amadio ruggeri

circa 1 mese fa - Link

Il video con la vite che va in letargo è bellissimo. Grazie.

Rispondi
avatar

Leone

circa 1 mese fa - Link

Grazie! Siamo alle porte del deserto del Gobi, dove si passa dal caldissimo al freddissimo.

Rispondi
avatar

Thomas Pennazzi

circa 1 mese fa - Link

Splendida introduzione alla cultura del bere secondo i cinesi, la poesia di Li Bai. Vale tutto esattamente come allora: il bere da soli è oggetto di riprovazione, ed ecco ombra e Luna a fare da compagni al poeta solitario. Il brindisi è necessario preludio alla bevuta, e il farlo fino a crollare a terra è parte della cultura del bicchiere nel Regno di Mezzo. Ma da parecchi secoli è il baijiu il protagonista, ed il bere rimane un rito ed un omaggio del gruppo alla persona che riceve il più alto numero di brindisi durante la riunione. Reggere l'alcool è quindi un punto di onore vitale. La complessa cultura cinese attribuisce importanza anche al modo in cui toccate il bicchiere del destinatario del brindisi, sempre più basso del suo in segno di rispetto ed umiltà. Alta è la considerazione del cognac come distillato da cerimonia, in confezione elegante rosso-dorata ed in qualità pregiata, nello stesso modo in cui noi teniamo in conto lo champagne. Il vino purtroppo, come dice bene Leone Zot, è ancora un consumo più da parvenu che un'abitudine sociale, e faticherà ad entrare nella cultura cinese, perchè il suo prezzo di bene da importazione supera spesso quello dei distillati, amatissimi durante le occasioni sociali formali. Grazie del documentato reportage, Leone.

Rispondi
avatar

Leone

circa 1 mese fa - Link

Grazie a te per le belle parole! Sottoscrivo quello che dici sull'arte del brindisi in Cina e sul Baijou. A presto

Rispondi
avatar

Denise

circa 1 mese fa - Link

Ciao Thomas, sono un enologo che vive e lavora in Cina da 4 anni. Per fortuna le cose sono cambiate e stanno cambiando sopratutto in città di primo e secondo livello. Certo in un luogo cosi remoto con lo Xinjiang è ancora difficile trovare un ampio consenso. Si trovano vini importati a prezzi accessibili per la classe media cinese( la quale ha un potere di acquisto non indifferente) in particolare importati da Australia, Cile e NZ. Inoltre i baijiu, quelli buoni come il famossisimo Maotai, arrivano a costare anche 3 volte tanto una bottiglia di vino importato. Quindi non è una questione di prezzo ma soprattutto culturale e di conoscenza.

Rispondi
avatar

leone

circa 1 mese fa - Link

Ciao, ma sei Loris?

Rispondi
avatar

Thomas Pennazzi

circa 1 mese fa - Link

Grazie della precisazione, Denise. Resta di fatto che il vino, come si diceva nell'articolo, è un forestiero in Cina, e rimane più un generico segno di ostentazione che una cultura del bere, al di là da venire. I distillati locali fanno la parte del leone a tavola, se è vero che 14.000 distillerie (ufficiali) e Confucio solo sa quante in nero producono più di 100 milioni di ettolitri di baijiu ogni anno, per tutte le tasche, dall'ultimo figlio del popolo all'alto burocrate di partito. Fanno 10 litri a gradazione oltre 50° pro capite per ogni cinese da 0 a 100 anni, numeri incredibili, pensateci.

Rispondi
avatar

Marco

circa 1 mese fa - Link

Thomas, la tua esposizione e' gousta, ma come è giusta anche l'osservazione di Denise, bravissima enologa Calabrese che lavora in una Cantina dello Shandong. Bere il Baijiu a tavola e' tutt'ora e lo sarà per sempre un simbolo di alto apprezzamento per l'ospite. Questo non può cambiare. Ma ultimamente e' riservato agli ospiti stranieri, una vera dimostrazione di stima, sempre che l'ospite straniero sia considerato veramente importante e gradito 😊, altrimenti giù di birra. Ed ha ragione Denise, le cose sono cambiate, non tanto forse per una questione di prezzo ma per una questione di salute. Il Vino da Uva , oggi e' considerato salutistico anche qui in Cina, quindi, cene importanti, ospiti illustri, specialmente governativi , vai di Hongjiu , di Vino Rosso , che in ordine deve essere Francese, costoso e poi se buono, meglio. Qui sta il problema per noi Italiani. Alla fine batto sempre su questo tasto. Ciao Thomas , ciao Denise

Rispondi
avatar

Leone

circa 1 mese fa - Link

Scusa Denise pensavo fossi Loris che scriveva con un account non suo. Ho provato a contattarti su fb ma non ti ho trovata. Io sono Leone Zot, ci sono solo io non è difficile trovarmi. Tornando al discorso Cina, il punto secondo me è che siamo in una situazione estremamente dinamica e aperta. Il Baijou è la bevanda storica Cinese. La ritualità del bere è in buona parte legata a questo distillato, che è disponibile in numerosissime fasce di prezzo. Per quanto riguarda il vino la partita è apertissima poichè la classe media è in fortissima crescita, le città crescono a ritmo vertiginoso, e questo ritmo di trasformazione porta con sè nuove abitudini e simboli. Il vino fa parte di questo gioco. Sono i Francesi che come sempre stanno facendo la parte dei Leoni, ma il mercato è ancora tutto da costruire, così come sono da costruire i significati da attribuire al vino. Uno che emerge in modo evidente è quello del successo sociale. Un altro è la salubrità, aspetto cui i cinesi tengono molto nell'alimentazione. La cucina cinese è una delle più buone al mondo e la relazione tra medicina e cibo non è mai stata recisa. Cosa che invece è avvenuta qui in Occidente con buona pace di Ippocrate. Il vino è considerato benefico per la salute. Forse qui ha influito una certa azione di marketing dei francesi. Ma questa è una supposizione. Poi è occasione di studio e conoscenza, e i cinesi sono estremamente curiosi e attenti a quello che succede nel mondo e amano approfondire. Concludo sottolineando che la vera bevanda da degustare in Cina è il tè.

avatar

Denise

circa 1 mese fa - Link

Ciao Leone, non ho Facebook. Sono d'accordo con te il tè cinese è da provare e approfondirne la conoscenza e rituali!

Rispondi
avatar

Leone

circa 1 mese fa - Link

Ti avevo già cercato tempo fa poichè avevo visto un tuo video su youtube. Eventualmente per contattarti in Cina quando torno. Ci sei su wechat?

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.