Tutti i nomi del vino possibili, esclusi quelli che dimentico

Tutti i nomi del vino possibili, esclusi quelli che dimentico

di Fiorenzo Sartore

In una normale giornata di scambi nel gruppo interno di editor intravinici, si parla del nome del vino. Cioè del fatto che il termine vino, da solo, non sembra sussistere. Ci vuole sempre qualcosa dopo, un nome del vino, che lo cataloga, e inevitabilmente lo schiera. A un certo punto Federica cita Neil Gaiman – ecco, ora lo cito anche io:

-Per favore. Come ti chiami?- domandò al gatto. -Senti, io mi chiamo Coraline. Okay?
Il gatto sbadigliò lentamente e con attenzione, rivelando una bocca e una lingua di un rosa sorprendente. – I gatti non hanno nome – disse.
– No?
– No – disse il gatto. – Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve.

Già, un nome ci serve. Tanto mi basta per provare a fare un elenco (e rallegratevi, non è un elenco numerato). Quali nomi diamo al vino? Per esempio, questi.

Vino naturale. È il primo della lista, non dovrebbe esserci bisogno di spiegare perché. E nemmeno bisognerebbe provare a definirlo, al limite potrei prendere a prestito una descrizione al volo fatta da Angiolino Maule (“zero chimica in vigna, zero chimica in cantina”) e nell’istante stesso in cui lo scrivo già immagino le possibili obiezioni. Su un paio vi pregherei, davvero, di soprassedere. Non è vero che il prodotto naturale dell’uva sia l’aceto, qui l’abbiamo spiegato per bene. E non è vero che il vino naturale non esiste. Son vent’anni ormai che il termine è in uso – e benché semi illecito, non utilizzabile perché (tra l’altro) indefinito, viene comunque utilizzato. Quindi boh, arrendiamoci, arrendetevi: esiste. Vino naturale ha un’accezione assai positiva in termini di marketing, al netto del fatto che da un punto di vista del marketing non si potrebbe usare, e questo se ci pensate è un bel paradosso.

Vino convenzionale. Con questo nome si identifica il contrario del vino naturale, quindi quello nel quale l’interventismo enologico tende a caratterizzare il prodotto finale secondo il desiderio di varie persone – il produttore, il cantiniere, l’enologo, l’amministratore delegato della Spa, insomma qualsiasi figura con capacità direttive. Tutte queste persone tra l’altro affermano che il prodotto finale viene caratterizzato secondo il desiderio del cliente. Vino convenzionale NON ha gran che accezione positiva, e non mi ricordo molti che ne facciano uso con orgoglio, a fini di marketing – oppure lo fanno per posizionarsi, e allora gli direi: bravi, avete coraggio da leoni, con l’aria che tira.

Vino dell’enologo. Che io uso prendendo come riferimento il titolo del libro di Corrado Dottori: il vino dell’enologo potrebbe essere un sinonimo di vino convenzionale, cioè prodotto sotto la direzione (invasiva?) dell’enologo. Tuttavia vi segnalo l’esistenza di enologi bio, naturali, e pure un po’ punk, quindi non si sa mai come può andare a finire. Le parole sono scivolose e difficili da usare, quasi sempre. Vino dell’enologo in generale, però, ha quell’accezione che indicavo, la numero uno, insomma una cosa un po’ convenzionale.

Vino del contadino. A proposito delle parole e del loro significato duplice, a volte pure molteplice. Prima ancora dell’arrivo del vino naturale, nella narrazione sul vino c’era il vino del contadino. E purtroppo il termine c’è ancora. Sostanzialmente vuol dire tutto e il contrario di tutto, è il giorno e la notte, l’alfa e l’omega. Per un enologo convenzionale il vino del contadino può essere l’esempio esecrabile di una cosa malfatta. Per un bio naturale punk (prometto che è l’ultima volta che lo dico) può essere, invece, l’antico esempio venerabile a cui rifarsi. Dal punto di vista del marketing ormai io vedo le immagini dei contadini (e dei vini a loro nominati) usate a tutto spiano nelle pubblicità di certe cantine cooperative dalle dimensioni esagerate. Quindi no, direi che l’uso mi pare ormai respingente.

Vino agricolo. Lo rilancia ex novo Daniele Cernilli, ed è un termine che ecco, potrebbe anche diventare trasversale, considerando che evoca Carlo Petrini e il suo “atto agricolo” relativo alla produzione alimentare, e per questo piacerà (credo) pure ai ragazzi di Slow Food. A me piace la parte in cui Daniele dice che serve “per superare delle dicotomie che negli ultimi anni si sono determinate fra varie scuole di pensiero” e qui, sono serio: tanti auguri. Quanto mi piacerebbe che succedesse davvero (spoiler: non sono ottimista in proposito). La parola agricolo apposta a vino è ancora una novità, vediamo se attecchisce. Per restare in botanica.

Vino artigianale. Siccome si parla di posizionarsi, volevo partecipare anche io. Come forse saprete, le parole che usiamo servono a descrivere un fatto, e in maniera correlata a posizionarci. Lo facciamo tutti, dai (e non fare no con la testa, che ti vedo). A me per esempio piace il termine vino artigianale, che per lo più ha a che fare con le dimensioni del produttore. E se considerate che, da questo punto di vista, il contrario di vino artigianale è vino industriale, capite anche perché la prima parola la usano tutti, la seconda nessuno, ma manco morti eh. Le parole e i loro significati, che cosa meravigliosa: a scuola ci hanno insegnato che la rivoluzione industriale è stato un evento fondamentale per l’umanità. Poi prova a dire a un vigneron che fa vino industriale, e quello ti rincorre col forcone.

Vino territoriale. Che rispecchia fedelmente il suo territorio di provenienza, cioè. Per me è una delle definizioni più complicate da verificare. Perché come minimo richiede una conoscenza, uno studio e una competenza pazzesca di vigne, assaggi a ritroso, geologia, insomma bisogna essere bravi ma molto. Siccome è difficile da verificare, sul piano comunicativo lo usano un po’ tutti tutte le volte che serve.

Potrei continuare. Ho lasciato fuori vino vegano, simbiotico, nutraceutico. Vino biologico l’ho proprio saltato, comprendendolo nel magma del naturale. E chissà quanti altri ne dimentico. A un certo punto nel gruppo intravinico arriva uno e dice: “il primo che tira fuori vino sbiriguda vince”. Per chi indovina l’autore, c’è in palio una bottiglia di vino industriale.

 

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

30 Commenti

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Stefano

circa 3 mesi fa - Link

Più che altro hai lasciato fuori "vino buono/vino cattivo/vino buono, ma ho assaggiato di meglio". Mi piacerebbe poi sapere se qualcuno conosce un sinonimo della parola vino.

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Angelo D.

circa 3 mesi fa - Link

Da una conversazione semiseria con un amico, con tanto di prove: vino come contraccettivo!

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Sancho P

circa 3 mesi fa - Link

Per quello che vale, a me piace " vino da agricoltura non interventista" La trovo una definizione corretta. La qualifica "vino naturale" è stata sdoganata, ma fino a quando il legislatore (europeo), non produrrá una normativa in proposito, rimarrá un illecito senza il semi. Per il biologico è stato fatto ma il quadro normativo consente l'utilizzo di tutta una serie di additivi che ad esempio molti "produttori naturali" non userebbero mai. Caro Fiorenzo, quei produttori che non hanno certificazioni e non fanno parte di associazioni di vignaioli naturali, ma storicamente producono dei grandi classici di impronta fortemente territoriale come inquadrarli? I mascarello, accomasso, Anselma, Fenocchio, Settimo, i Conterno, entrambi gli Oddero, Giacosa , giusto per dire i primi che mi vengono a tiro(ahimè tutti piemontesi ma è antica passione), si possono buttare nella fossa comune dei vini convenzionali? Oppure sarebbero convenzionali territoriali? Non mi ci ritrovo. Esistono grandi vini, vini che ti emozionano, e quasi sempre sono vini di territorio e vini che invece grandi non lo sono.

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Fiorenzo Sartore

circa 3 mesi fa - Link

Giusta osservazione Sancho, esistono anche vini beatamente superiori a queste catalogazioni - e per questo li ho sempre ammirati in un modo speciale - per i quali apporre un nome è probabilmente inutile. Se fai caso, sono vini che non hanno grossi problemi ad essere commercializzati, e forse anche per tale motivo non sentono la necessità di autonominarsi in qualche modo. Li potremmo chiamare "vini indifferenti", ma sarebbe solo una specie di divertimento tra noi. I nomi servono a dire chi siamo, alcuni (bravi loro) non ne hanno bisogno.

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Sancho P

circa 3 mesi fa - Link

Giusto.

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Alvaro pavan

circa 3 mesi fa - Link

Vino agricolo...non capisco, mi sfugge il significato...

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C.A.

circa 3 mesi fa - Link

Quindi un vino di territorio può essere naturale o convenzionale? Oppure :il Brunello di Biondi Santi è un vino convenzionale? E i vini di feudi di San Gregorio che sono biologici , sono vini naturali?

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Giovanni

circa 3 mesi fa - Link

Sbiriguda veniale, la supercazzola prematurata del Conte Mascetti al cappellano! 😊🍇🍾 complimenti per l'articolo come sempre! Saluti da Fano!

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Umberto

circa 3 mesi fa - Link

Vino naturale = operazione di marketing. Mi sembra la cosa più sensata da dire. La "natura" della pianta di vite non è certamente quella di produrre vino (o aceto)! Le fermentazioni in natura sono sempre processi occasionali, secondari. Tutti questi produttori/filosofi/punk che sfruttano questo concetto astratto di "naturale" per il vino dovrebbero spiegare cosa c'è di "naturale" negli attuali metodi di coltivazione delle viti, nelle potature, nei diradamenti, nel costringere le piante ad una specifica forma di crescita o nel controllare le fermentazioni, anche con la sola temperatura o con le atmosfere protette. Vino naturale è la stessa fuffa di marketing del mulino sulle confezioni di biscotti...

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Mirko

circa 3 mesi fa - Link

Sarà pure illegale, ma tanto iniziative che sponsorizzano il fenomeno richiamandosi ai vini naturali c'è n'è una al giorno.

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St

circa 3 mesi fa - Link

La natura della pianta di vite???? scendi un po'.......magari a terra.!!! l'uva raccolta dall'uomo viene fatta fermentare in una tina anche quella fatta dall'uomo con tanti solfiti aggiunti.... O con zero solfiti aggiunti..... vado avanti oppure ci arrivi da solo? Perché il processo è lungo x ottenere il famoso vino e di chimica se ne può aggiungere tanta ma proprio tanta. Se Angelino Maule : vino naturale no kimika aggiunta ne prima ne dopo , io penso che quel prodotto chiamato vino naturale sia mille volte da preferire rispetto a tutti gli altri vini. a meno che i profumi e i sapori sintetici non siano di tuo gradimento!!!

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St

circa 3 mesi fa - Link

era per Umberto.

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Sancho P

circa 3 mesi fa - Link

Scusami ma secondo te quindi i vini di Bruno Giacosa, Bartolo Mascarello, Aldo Conterno, Anselma, Biondi Santi ecc avevano sentori sintetici? Bisogna che la finite con ste sciocchezze.

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Umberto

circa 2 mesi fa - Link

Ok, hai ragione. La natura della pianta di vite è produrre vino, la natura di una pianta di arancia è produrre marmellata, la natura di una pianta di cotone è produrre fazzoletti... Sono processi nei quali l'intervento dell'uomo è determinante e imprescindibile, senza di esso non si otterrebbe alcun vino, chi vanta "naturalità" in questi processi vuole solo cavalcare l'onda del marketing e aggirare gli oneri (pecuniaria e legislativi) di una certificazione di produzione biologica.

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Gabriele

circa 3 mesi fa - Link

No dai?! Ancora?! Non ci posso credere...

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Mirko

circa 3 mesi fa - Link

Ce ne è

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Quella sui nomi è un gioco carino, ma decisamente più da "enofili di carta" che da chi vive vigna e cantina. Chiariamo un concetto: il vino è sempre e comunque un "prodotto finale secondo il desiderio di varie persone – il produttore, il cantiniere, l’enologo, l’amministratore delegato della Spa, insomma qualsiasi figura con capacità direttive". Che tu usi o no la chimica, sei comunque tu che decidi se farne un bianco, un rosso o un passito. Se tu che decidi quando svinare, quanto lunga sarà la fermentazione, quanti rimontaggi fare e fai mille altre piccole scelte che determinano cosa sarà il vino. L'uva è come un blocco da cui trai una statua, non puoi cambiare un sassaccio qualsiasi in un marmo pregiato ma una roba fatta da me è diversa da quella scolpita da Michelangelo. Per la tipicità vale lo stesso discorso, se appassisco un ottimo sangiovese di Montalcino sulle stuoie e poi ci faccio un vinsanto col cavolo che avrà le tipicità del Brunello. Lo stesso se ci faccio un bianco o un novello. L'uva contiene molti potenziali, la scelta (e la capacità) di trarne quelli che riteniamo migliori è una decisione dell'uomo e tale resta. È una scelta culturale. Questa è la magia del vino, che non è un metallo che estrai con tutte le sue caratteristiche immutabili dalla terra. Per cui per favore diamoci un taglio, il vino è classificabile solo in un modo: grande prodotto dell'ingegno dell'uomo o roba malfatta, con tutta un'enorme serie di sfumature tra questi due estremi. Tutto il resto è noia.

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Giuseppe

circa 3 mesi fa - Link

Commento ineccepibile, il paragone col pezzo di pietra/marmo e relativa opera dello scultore... davvero azzeccata, non so se sia di tua invenzione o presa altrove comunque complimenti!

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Riccardo

circa 3 mesi fa - Link

Ben detto, sfido chiunque a dire il contrario. La natura gioca anch'essa un ruolo fondamentale, ma il fattore culturale è imprescindibile. Rivendicare solo la componente naturale mi sembra proprio un ridimensionato della grandezza del vino.

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

Il vino è un processo, materia in divenire dove l'uomo gioca un ruolo determinante. La natura opera a beneficio di tutti gli esseri viventi, compresi funghi, batteri e virus. L'uomo con la sua azione la piega ai suoi scopi. Basti pensare al modo per evitare che il processo fermentativo venga contaminato dall'azione di batteri non voluti. Allora, diventa determinante quello che si vuole ottenere: un prodotto che riempia gli scaffali di un supermercato, un prodotto di eccellenza assoluta, un prodotto che va ben attrezzato in battaglia contro altri buoni vini( come F. Antonelli ama definire il suo ottimo rosso di Montefalco), ecc ecc. Il territorio e il vitigno rimangono presupposti condizionanti imprescindibili del risultato che si vuole ottenere. L'nterazione virtuosa uomo-natura, andrebbe esaltata e non sminuita, come avviene ad esempio quando il termine viticoltore viene quasi schifato e sostituito con quello di vignaiolo(che una volta era sinonimo di dilettantismo), come quando si declassano,con una arroganza che mette i brividi, ad artificiali tutti quei vini che non rientrano negli steccati fissati da un certo modo di intendere la viticoltura. E magari stiamo parlando di prodotti che hanno reso il vino italiano celebre ovunque, che evolvendo in vetro regalano a chi ha la fortuna di stapparli emozioni uniche. Allora, bisogna saper andare oltre gli steccati, scrollarsi i preconcetti e i luoghi comuni. Bisogna assaggiare con la mente libera, togliersi la sciarpetta da ultras ed andare a scovare ad esempio grandi vini che hanno prezzi accessibili. Ne esistono ancora tanti per fortuna ,e su questo sarebbe costruttivo e piacevole confrontarsi.

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Alex

circa 2 mesi fa - Link

1 sangiovese. i botri di ghiaccioforte 2 cannonau sartiu. Sedilesu 3 duca di San Felice. Librandi 4 dosset Principiano 5 nero d avola. Feudo montoni 6 Verdicchio Matelica collestefano 7 braide alte Buscemi 8 Gallura cheremi. Mura 9 pinot bianco. Vignalta 10 Chardonnay. Toblino Buoni da morire,tutti sotto i 10/11 euro in enoteca.

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

Ciao Alex, I botri di ghiaccioforte lo metterei anche io in una lista del genere. È zona scansano, ma che espressivitá. Il 2006 e il 2007 adesso sono perfetti da bere. Probabilmente anche il pinot bianco di vignalta. Quantomeno per le capacitá di evoluzione. Mura, preferisco il Sienda al cheremi.Da quelle parti, zona Monti, ti consiglio Tancaraina( Gallura superiore 2017).

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 mesi fa - Link

Grazie, buona i cattiva che sia è tutta farina del mio sacco.

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

"Vino naturale ha un’accezione assai positiva in termini di marketing, al netto del fatto che da un punto di vista del marketing non si potrebbe usare, e questo se ci pensate è un bel paradosso". È essenzialmente marketing. L'affermazione di Maule è un"opinione" e non una verità scientifica. È marketing. Il fatto che la tecnologia e la tecnica permettono di intervenire sulla produzione del vino, in cantina, senza lasciare tracce dovrebbe far riflettere e avere delle perplessità sui vini cd. naturali perfetti tutti gli anni, senza difetti anche in annate difficili. Chi produce tutti gli anni senza difetti è forse... molto bravo... a usare quelle tecniche, quelle tecnologie... che non lasciano tracce. E che non sono contemplate nei disciplinari che, diciamocelo, hanno un valore relativo...di marketing Il vino naturale ormai ha un suo consolidato mercato perché nei consumatori contemporanei è fortissima la motivazione salutistica. Pensiamo alla moda del senza glutine che coinvolge anche chi non ha problemi di intolleranza. Si dimentica che la sostanza più dannosa del vino è l'alcol: uguale in tutti i vini, anche in quelli cd. naturali. Ma fa PIÙ PAURA la cd. chimica che si può bere in un bicchiere di vino. Contraddizioni di un uomo contemporaneo dominato dalle emozioni e, per questo, manipolabile dal marketing... della politica e... del vino "naturale".

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Aurora N

circa 2 mesi fa - Link

Trattasi di un settore di mercato con margini di profitto più alti rispetto ad altri rami dell'enogastronomia, per i motivi che tu hai evidenziato. Le fasce ad alto reddito in particolare, in seguono tutto ciò che è bio o simile. Le paure irrazionali cui ti riferisci, sono figlie dell'opulenza delle società occidentali. Massimo rispetto per chi ha intrapreso questa strada in tempi non sospetti, da chi invece si butta sul bio perchè l'importatore estero glielo chiede o perchè ha capito che solo in quel settore potrebbe vendere più facilmente, io un minimo diffiderei.

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Aurora N, condivido. Sinceramente, condivido molte delle cose che dici su questo blog. Una delle poche voci critiche che esce dal conformismo enologico e fighettaro.

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Aurora N

circa 2 mesi fa - Link

Grazie Marcow, A me sembra ci sia un conformismo al contrario. Lo ricordavano anche altri. L'atteggiamento di sufficienza davanti ad eccellenze assolute che peró non appartengono al "comparto naturale" è tollerabile a fatica.Enofighetti appunto.

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Giulia

circa 2 mesi fa - Link

A me piace parlare di vino artigianale, che alla fine è quello con cui lavoro e che mi rappresenta di più. Troppi orpelli lessicali non giovano alla beva: di vino e di modi in cui produrlo ce ne sono a bizzeffe, così come di tipologie di clienti pronti/meno pronti ad accoglierlo. Il termine “artigianale” riguarda le dimensioni del produttore e anche a mio avviso la modalità produttiva, non chiude la porta ad eventuali interventi necessari a portare a casa un prodotto buono e corretto (una piccola aggiunta di solforosa se necessario, l’uso di lieviti selezionati in annate particolarmente difficili, interventi che comunque evitano di pregiudicare la qualità e soprattutto il lavoro di un anno). Secondo te/voi, invece, come mai tutto questo bisogno di identificarsi in qualcosa/qualcuno?

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Fiorenzo Sartore

circa 2 mesi fa - Link

Secondo me, come dicevo, per posizionarsi. Perché serve definirsi, anche per ragioni di mercato. E perché, come suggerisce la citazione, a differenza dei gatti noi non sappiamo chi siamo - e di traslato, nemmeno i vini :)

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bravotipo

circa 2 mesi fa - Link

il vino naturale è l'aceto, l'ambiente naturale è la frana. ciò detto il meno chimicamente invasivo è per me un ottimo inizio. ora vado a stapparmi un altro paltrinieri.

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