Storie di birra: le IGA del Birrificio Artigianale Barley

Storie di birra: le IGA del Birrificio Artigianale Barley

di Gianluca Rossetti

“Ciao Jacopo, come va? Qui a Cagliari è bellissimo, quasi venti gradi, e io sto andando a birre. Poi ti racconto”.

Inizia così una giornata che ricordo come l’ultima prima che la soglia del Coronavirus si piazzasse davanti la porta di casa. Un messaggio vocale, dirsi ciao, accorciare le distanze riempiendo lo spazio della nostra redazione diffusa.

Il posto è Maracalagonis, a una manciata di chilometri da Cagliari, e io ho un appuntamento con Nicola Perra, un mastro birraio che ha fatto la storia del movimento craft italiano. Produce una ventina di etichette che guardano al mondo belga e britannico ma è per le Italian Grape Ale che da grande diventerà famoso. Un po’ di numeri:

2005 – Nicola Perra e Isidoro Mascia fondano il Birrificio Artigianale Barley.

2006 – battesimo per la BB10, base imperial stout con aggiunta di sapa di uve cannonau. La  prima della sua specie.
Grande interesse in patria e all’estero (dal 2007 Barley esporta stabilmente negli States). Le premesse per la nascita di qualcosa di nuovo ci sono tutte. Si chiameranno Italian Grape Ale, ma ancora non lo sa nessuno.

2007 – Concorso birra dell’anno (Unionbirrai): prima classificata BB10

2008 – Campionato italiano birre artigianali (ADB, Associazione degustatori birra): BB10 prima classificata nella categoria “Birre Speciali”

2009 – Campionato italiano birre artigianali (ADB): BB10 prima classificata assoluta

2009 Nicola Perra è eletto Birraio dell’anno (Fermento Birra)

Direi che basta, per quanto il pieghevole aziendale riporti ancora paginate di premi e medaglie.

Nel frattempo la famiglia a Maracalagonis cresce. Al di là delle birre senza uva, tra il 2008 e il 2012 nascono: BB Evò (al mosto cotto di uve nasco), BB9 (con mosto cotto di uva malvasia proveniente da Bosa), BB Boom (sapa di vermentino), BB7 (mosto fresco di moscato).

E sono numerosi anche i birrifici artigianali italiani che impiegano uva: LoverBeer, Brùton, Montegioco, Toccalmatto, Birranova, Birra del Borgo (quest’ultima oggi facente parte del gruppo AB InBev) e altri ancora. L’intuizione iniziale si struttura, per quanto parlare di movimento sia fuorviante: ognuno si è mosso un po’per conto suo.

Finalmente, nel 2015, l’attestazione da parte del Beer Judge Certification Program (BJCP) della specificità delle Italian Grape Ale, unica nostra produzione brassicola codificata a livello internazionale. Non uno stile a sé stante – il suggerimento del BJCP è di un style placement nell’ambito delle Fruit Beer –  ma comunque gran bella tacca sul cinturone, considerato che la produzione artigianale italiana si consolida solo dopo la metà degli anni ‘90.

Ma alla fine che razza è questa delle Italian Grape Ale? Sono birre che prevedono l’aggiunta di uva o mosto, anche cotto,  durante il processo di produzione: dalla bollitura alla fermentazione, alla rifermentazione, all’invecchiamento. Le uve sono coltivate in Italia, rientrando le IGA nell’ambito degli stili di produzione locali. Amaro e sentori di luppolo appena accennati, profilo aromatico delle uve percettibile ma non preponderante, note di frutta tropicale e frutta a polpa gialla se si usano uve bianche, ciliegia e fragola se si ricorre a uve rosse. Velatura in genere presente. Carbonazione naturale medio-alta. Sentori “sour” in alcune versioni, tuttavia non così in evidenza come nei tradizionali Lambic o nelle Red Flemish. Alcol che varia in genere da circa 5 ai 10 delle birre che si ispirano alle Barley Wine. In soldoni questi gli esiti della ricognizione fatta in Italia dal BJCP nel 2015.

Ma veniamo al punto: il vino in tutto questo c’entra? Ovvio che sì. Di sguincio, di rimbalzo se volete, ma c’entra. Ricostruiamo la carambola.

Nicola Perra impiega solo varietà del posto, coltivate in regione:  vermentino, cannonau, nasco, malvasia, moscato, nuragus, e acquista da aziende agricole sarde (ultima in ordine di tempo Argiolas Winery, e ci torneremo…).

“La mia è una famiglia di viticoltori, da generazioni. Io no, ho sempre fatto altro, ma Il vino è parte della mia vita da che ho memoria. Cose ormai scomparse come l’osteria di quartiere (in sardo “Sa Piola”) che ogni rione aveva. Oppure la sapa, che ci facevamo in casa cuocendo a lungo il mosto delle nostre uve; uno dei primi sapori che io ricordi. Il vino c’era sempre a tavola. E a me, ancora oggi, piace molto”. In due righe il DNA di un mastro birraio di Maracalagonis.

Gli faccio un paio di domande di riscaldamento, una mezza finta per allontanarlo dal maledetto vino: “Ti piacciono le IPA?” – “Non proprio”. “Ti piacciono le birre acide?” – “Non direi”. “Partecipi a festival, eventi e fiere varie?” – “No, ultimamente neanche ai concorsi” – “Perché?” – “Mi annoio a morte”. “Hai rapporti con i tuoi colleghi sardi?“ – “Pochi, tendenti a zero”. “Mandi le tue birre a ristoranti, anche stellati. Giusto?” – “Mmmmm…” – “Perché?”. Discorso lungo, intervallato da una sconfinata serie di omissis. Alla base del malumore e degli omissis potrebbe esserci – mi domando – una qualche corrispondenza con formule tipo conto vendita e altre amenità, tanto di moda ultimamente nel dibattito su vini e ristorazione? Non lo so: forse è meno di così, o forse è pure peggio.

Poi la didattica. “Mi piace insegnare ma finora non ho mai avuto tempo a sufficienza per impegnarmi su questo fronte. Adesso qualcosa riesco a fare”.

Il birrificio. “Qui siamo nel nuovo stabilimento che si affianca a quello storico. Sono miei al 100%, dalle mura agli impianti che, essendo ingegnere idraulico, ho progettato da me. La chiave del successo è essere padrone di tutto”.

Birra, vino e dintorni. “Ho tante cose in ballo, una con Argiolas Winery, azienda da cui compro il mosto. Ma è ancora top secret. Poi ti faccio sapere”.  Aspetto, senza fretta.

Quindi l’amicizia con Kuaska, gli inizi da homebrewer, le serate al Merlo Parlante (storico locale di Cagliari, monumento alla cultura birraria), tanti dietro le quinte che non immaginavo. Il senso dell’impresa, che può essere bella e buona quanto vuoi ma che deve avere come obiettivo minimo quello di far quadrare i conti. “Ci sono talenti in giro, ma talvolta difetta lo spirito imprenditoriale. Ragazzi bravi, pieni di idee che però magari non sanno costruire un listino. E dopo due anni chiudono. Ogni attività commerciale deve essere sostenibile”. L’ossessione per la qualità e il controllo della filiera. “Le birre artigianali non devono finire in GDO. Il miglior deterrente? Clausole contrattuali talmente stringenti, penali talmente alte che chi prende da me non si sogna nemmeno di smerciare nella grande distribuzione”. Tutto raccontato facendomi bere questo e quello. Mentre me ne vado mi mostra la cella dove tiene bottiglie di cui vuol vedere l’evoluzione nel tempo. Per capire come cambiano. Quanta strada possono fare. In mezzo a quel bendidio afferra una BB10 con diversi anni sul groppone e me la molla. “Tieni, poi mi dici com’è”. Evviva!

“Qualche rimpianto?” – “Forse quello di non aver realizzato una Tap Room tutta mia. Ma i costi degli immobili a Cagliari sono impossibili, e io in affitto non ci vado”. Fine.

Stavo per dimenticare la migliore della giornata:

“Io scrivo su Intravino, sai?”. Risposta: “Leggo spesso Intravino”.

Le IGA di Barley

BB5
Base Saison per questa IGA freschissima e leggera (5,5%) al mosto cotto e mosto fresco di nuragus. Fiori bianchi, nettarine e sale. Una coda di mandorle amare per un sorso secco, asciutto ma non scarno. Piccola di casa ma piccola poi manco per niente. (6 euro la 37,5 cl)*.

BB6
Blonde Ale + mosto fresco di malvasia. Alcol 6% e corpo che è più profilato, ancora nell’alveo del medium-low, ma sostenuto dalla spinta aromatica delle uve e reso goloso dal ridotto volume alcolico. Frutti a pasta gialla, qualche refolo tropicale ed erbaceo di bosso ed erba luisa. Di nuovo dissolvenza su sentori di mandorla, qui appena più accentuati. (10 euro la 0,75)*

BB7
Golden Ale con mosto fresco di moscato. Alcol 7%. Fiori d’arancio, miele e papaya, pasta reale, il corredo aromatico dell’uva e una spiazzante nota di marasca. Gran bella bevuta (10 euro la 0,75)*

BB9
Amber Ale con sapa di malvasia. Si sale di gradazione (9%). Arancia candita, biscotto, miele di castagno, una punta di curry in polvere, due di sale. Birra complessa, di gran corpo. (12 euro la 0,75)*

BB10
Imperial stout con sapa di cannonau (10%). Frutta secca, digestive, cioccolato e mostarda d’uva. Sorso profondo, stratificato. Caramello salato, datteri, canditi e pepe nero. La birra da cui è partito tutto. Un monumento. (12 euro la 0,75)*

BB Boom
Al mosto cotto di vermentino (alcol 9%). Ambrata che richiama fiori bianchi, miele di acacia, pasta di mandorle e buccia d’arancia disidratata. Bevi e ti viene in mente la pasticceria secca sarda, le Tiliccas de saba ad esempio, ricche e profumatissime. (12 euro la 0,75)*

BB Evò
Base Barley Wine (alcol 10%) con sapa di nasco. Pot-pourri di fiori secchi, uva passa, biscotto, abamele. Carattere aromatico dell’uva che si avverte, spezie piccanti. Birra di notevole struttura, sorretta dalla sapidità e da bella dinamica. (12 euro la 0,75)*

BB Anniversario
Una IGA su ricetta Scotch Ale con mosto cotto di uve nasco. Caffelatte, liquirizia, pan di zenzero, cannella e caramello. 8,5% alcol. Birra intrigante che vuole tempo e attenzione: l’opposto al vertice di una session. (12 euro la 0,75)*

BB Verblonde
Una delle ultime creature di casa Barley. Con mosto fresco di uve bianche da varietà locali, soprattutto vermentino. Alcol 6%. Riporta in etichetta la dicitura “dry” a sottolineare la notevole attenuazione ricercata dal mastro birraio. Bottiglia centratissima perché, a dispetto di corpo e articolazione, ha indole da session e induce alla beva compulsiva con le sue note freschissime di fiori bianchi, erba sfalciata e agrumi. (10 euro la 0,75)*

BB Red Nau
Come la Verblonde è nata nel 2019 ed è una IGA con mosto fresco di cannonau. E come la Verblonde è caratterizzata da notevole attenuazione. Grande cura nella scelta dei lieviti impiegati “Non volevo un’estrazione eccessiva” mi dice Nicola Perra. Fermentazione lunghissima e rifermentazione di circa 4 settimane. 8% l’alcol. Confettura di more, caramello, frollini. Come la Verblonde è buonissima. (12 euro la 0,75)*

Disclaimer 1
Il virgolettato non è l’esatta trasposizione di quanto ci siamo detti, io e Nicola Perra. Non ho registrato nulla se non impressioni. Tuttavia ho cercato di riportare il senso di quanto ci siamo detti e la forma del dialogo era funzionale allo scopo.

Disclaimer 2
Non ho mai usato il termine “vinoso”, perché avrei dovuto scriverlo ogni volta. Idem per la descrizione del cappello di schiuma (bollicine finissime, pannose, persistenti, ecc ecc ecc): un po’ un marchio di fabbrica, inutile ripeterlo per ogni rece.

*Prezzi in Birrificio

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Gianluca Rossetti

Nato in Germania da papà leccese e mamma nissena. Vissuto tra Nord Reno westfalia, Galatina (Le) e Siena dove ho fatto finta di studiare legge per un lustro buono, ostinandomi senza motivo a passare esami con profitto. Intorno ai venti ho deciso di smettere. Sai com'è, alla fine si cresce. Sommelier Ais dal 2012, scrivo abbastanza regolarmente sul sito di Ais Sardegna. Sardegna dove vivo e lavoro da diciotto anni. Sono impiegato nella PA. Tralascerei i dettagli. Poi la musica. Più che suonare maltratto le mie numerose chitarre. E amo senza riserve rock prog blues jazz pur non venendo ricambiato. Dimenticavo, ho un sacco di amici importanti ma non mi si filano di pezza.

2 Commenti

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Alberto Niceti

circa 6 mesi fa - Link

Complimenti per l'articolo. Sono molto appassionato di birra artigianale ed in particolare di IGA (spero di tradurre questa passione in un lavoro un giorno). Credo che questo stile sia uno splendido anello di congiunzione tra il mondo enologico e il mondo brassicolo, oltre ad essere un bel vanto italiano. Un bel modo per far bere una buona birra anche ai vignerons che solitamente più la ripudiano! Mi ritrovo perfettamente nelle note delle birre. Quando vino e birra si incontrano così é una figata. Perché intravino non dedica una rubrica all'esplorazione delle IGA italiane? La butto lì.

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Jacopo Cossater

circa 6 mesi fa - Link

Ciao Alberto, ci abbiamo pensato spesso e ci arriveremo di sicuro. Questo post nasce da una riflessione fatta in redazione proprio sulle IGA ;)

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