Salice Salentino di Taurino 1994 e Don Chisciotte 2008: uno splendido finale d’estate

Salice Salentino di Taurino 1994 e Don Chisciotte 2008: uno splendido finale d’estate

di Emanuele Giannone

Giunti a questo punto, penso che su un principio ci troveremo d’accordo: summertime, and the livin’ is easy, fish are jumpin’ prevalentemente tra padelle e braci, solo che la Fitzgerald non aveva pensato al vino. Per oggi almeno ci penso io.

Salice Salentino DOC Rosso Riserva 1994, Az. Agr. Cosimo Taurino
Il gusto è di quelli che non si scordano e non è il negroamaro, né la punta di malvasia nera, ma le domeniche presso il mio omonimo seniore: un fondaco di Sicilia a Roma, la sua congerie di vecchie tappezzerie, mobili antichi, aperitivi e liquori di un’altra era, batterie di fornelli e pentole sempre all’opera, vasi dei fiori sempre pieni ma mai come i portacenere, sigarette di marche dimenticate, dibattiti e sciarrie a non meno di dieci voci, acque di colonia, After Eight, pagine e vinili a tutt’i banni e, in controluce, il pigro fluttuare di banchi di fumi di sigarette e sfinci, panature e incensi, intingoli e caffè e candele, stratificati nel potente fissativo di tutti gli altri effluvi (e ricordi), il quale cambiava sì indirizzo da Via Adige a Largo Bradano a Via Bertoloni, ma restava sempre immutato in barba ai traslochi.

Il Dottore aveva poco meno di novant’anni e continuava ad aggiornarsi su testi ordinati in America, a inveire in palermitano e tedesco contro il malcostume, a ricevere i pazienti: ne aveva ancora di molto affezionati ed essi, per festività e ringraziamenti particolari, gli donavano volentieri bottiglie. Ma lui avìa cchiù piacìri a condividere che a fare scorta. E così è arrivata qui, per linea paterna, la Riserva 1994 che smentisce la sua paternità ed è oramai tutto fuorché taurina, anzi: armonicamente flessuosa, riserva di forza dosata in slanci regolari. Liquirizia, cenere, amarene, viole, pepe rosa, una meraviglia di addàuru e anciòva e fièrru, dopodiché la giostra si ripete con l’aggiunta di anguria e acqua salsa. Primo sorso sorprendente: saliente sapidità e intatta freschezza, tensione, definizione dei dettagli.

Privo di asperità, il vino è succoso e dissetante per l’acidità del frutto rosso – fendente, inattesa, veramente fuori dal tempo. Secondo sorso goloso: mantiene frutto e temperamento, aggiunge calore, dona in progressione tracce più vivaci di fiori, tabacco dolce, spezie (alloro, cumino) e kirschwasser. Il ricordo è delicato e presente, la classica sève dei vini fini. L’unica scompostezza si è manifestata quando ho provato a cercare alle voci frutta da guscio e goudron: si è rifatto taurino e mi ha preso a cornate.

Una bottiglia senza vanto e da secondo piano, proprio come nell’immagine, per un vino che nessun collezionista o talento dell’expertise, o delle televendite, o di entrambe (c’è differenza?) si vanterebbe di considerare: sotto costo, sotto traccia, sotto voce e decisamente sotto il parallelo delle più acclamate nobiltà enoiche. Ma lui, il Salice, di talenti e portafogli, urla e latitudini, se ne fotte allegramente.

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Campania IGT Fiano Don Chisciotte 2008, Pierluigi Zampaglione
Il Don Chisciotte è un vino buonissimo con un sostanziale, gravissimo difetto: sebbene da qualche tempo non si finisca più in isolamento dicendo e scrivendo naturale, alcuni vini conservano la proprietà di richiamare l’attenzione della Guardia di Finage e della Buoncostume. Parliamo in questo caso delle temibili pattuglie di tutori dell’ordine dei bianchi campani: per loro rischia il trattamento sanitario obbligatorio chiunque venga colto in flagranza di reato.

Per questo, poiché tenevo alla mia libertà, avevo preso a bere Don Chisciotte esclusivamente nelle conventicole dei fanatici del cedro, dell’arancia e del rabarbaro canditi, in quelle dei cultori dello zenzero e del rosmarino o coi devoti confratelli del cappero e delle salamoie. Nel rendere ora pubblica confessione, ammetto di essere interessato più a impressione globale e suggestioni che ai giochi di dissezione e individuazione degli aromi.

Ebbene: il segno distintivo è qui il tocco, il rilievo tattile, durante e oltre i sapori. Vi concorrono tannino, sale, trama, sostanza, la sensazione della buccia vellutata d’una pesca matura, la polpa più sotto, la punta amara e terrosa di radici di genziana e liquirizia. Un tutto integrato e solidale, buonissimo così. Un composto che, cionondimeno, piccoli chimici e aspiranti anatomopatologi desidereranno scindere nei suoi componenti.

E sarà proprio allora che io tornerò in clandestinità e in ciavatte (1) subito dopo aver augurato a voi tutti uno splendido finale d’estate.

(1) Con la v come è d’uso qui nelle Hautes-Côtes pontine, dove ho casa e cantine (e, non bastassero quelle, la più piccola e bella enoteca del mondo e le sue conventicole)

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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Francesco Garzon

circa 2 anni fa - Link

Conosco bene entrambi i vini,... anzi abbastanza bene....i vini salentini poi...abbastanza bene anche loro. Ma se ce qualcuno che li sa raccontare...si percepisce tutto meglio. A volte si bevono vini capaci di prodezze e non lo si capisce chiaramente.

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Emanuele

circa 2 anni fa - Link

Ciao Francesco. Non lo si potrebbe esprimere meglio. È un pensiero compiuto, conclusivo, pieno di senso. È proprio così: a volte si bevono vini capaci di prodezze e non lo si capisce chiaramente.

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