Pregi e difetti del Caberlot (pochissimi i difetti)

Pregi e difetti del Caberlot (pochissimi i difetti)

di Redazione

Un altro bel post di Alberto Muscolino, che si avvia a diventare editor permanente (e a proposito di Caberlot: qui una verticale pazzesca raccontata da Leonardo Romanelli nel 2014).

Dopo essermi misurato con alcuni dei più famosi e blasonati SuperTuscan, alla scoperta di quella Toscana che si ispira ai cugini francesi e piace tanto agli americani, mi assale ogni sorta di dubbio: è così difficile calibrare il giusto apporto che il legno piccolo (la barrique) dà al vino affinché si crei armonia? Quanto è giusto puntare su uno stile internazionale e spersonalizzante? Qual è il limite oltre il quale l’elegante diventa piacione, l’intensità diventa strazio e la materia si trasforma in energia creando infiniti universi (ok scusate mi sono lasciato prendere un po’ la mano)?

Per trovare le risposte sono andato a visitare una delle più singolari e geograficamente introvabili realtà vinicole toscane: il podere Il Carnasciale, in direzione Mercatale Valdarno (provincia di Arezzo).

Ad attendermi, a qualche chilometro dalla tenuta, ci sono i due enologi Peter Schilling e Marco Maffei che mi scortano letteralmente fin sulla collina e il tutto assume, sin da subito, i connotati di una missione vera e propria. Arrivati in cima, la vista sulla vallata è ampia e il piccolo vigneto originario del podere sembra una gemma, incastonata in mezzo al bosco. Bene, trovato l’eremo occupiamoci dell’eremita: il Caberlot.

Cabernet franc + merlot, in un inspiegabile incrocio spontaneo sul quale Wolf Rogosky e sua moglie Bettina puntano tutto intorno alla metà degli anni ’80, piantandone pochi filari proprio lì, davanti a me. La giornata è soleggiata, il calore mette tutti di buonumore e infatti Peter e Marco raccontano a ruota libera. Io intanto mi perdo tra i filari e quello che mi resta impresso è la cura maniacale delle viti, la geometria perfetta dell’impianto che mi restituisce un’armonia e si accorda con la voce narrante poco più in là.

A quel punto non sto più nella pelle e credo che se ne siano accorti tutti perché Peter mi guarda ed esclama: “ok andiamo giù in cantina, al fresco si parla meglio!”. La cantina è la propaggine della vigna: piccola, pulita, perfettamente in ordine, 10 o 12 barrique, qualche migliaio di bottiglie in affinamento e un’atmosfera familiare e austera allo stesso tempo.

“Vinifichiamo separatamente le uve dei singoli vigneti perché hanno età diverse e sono dislocati in diverse zone qui attorno, poi facciamo l’assemblaggio finale” – prendo nota – “adesso spilliamo direttamente dalle botti così senti le differenze tra la 99’ e la 2004 e poi anche tra quelle impiantate nel 2011 e nel 2013”- Colpo di scena, si degusta dalle botti!

Peter mi aiuta a identificare bene le peculiarità, ma il fil rouge è il medesimo per tutte e tre: si sente una delicata nota vegetale del cabernet franc e piccoli frutti neri, poi cioccolato, caffè, erbe aromatiche e un’elegante nota balsamica di fondo.  In bocca è fresco, teso, con tannini ben presenti, una bellissima sapidità e una delle più intriganti note di pepe che abbia mai sentito. – E il legno dov’è? – “Abbiamo capito nel tempo che il Caberlot tiene molto bene il legno, ma la ricerca delle botti migliori è stata lunga e meticolosa. C’è tutto un mondo dietro la scelta del tipo di barrique, del legno, della tostatura e tutto ciò interagisce sensibilmente col liquido che conterranno. Solo dopo diversi tentativi siamo riusciti a trovare il perfetto equilibrio selezionando botti di rovere francese, prevalentemente nuove e di media tostatura.” – Temevo muscoli e potenza, ho trovato un vino estremamente elegante – “Ci ispiriamo alla Borgogna, ma il fine è esprimere l’anima della Toscana in un connubio formidabile, come il vitigno. E poi, a dirla tutta, estrazioni e concentrazioni esasperate sono buone per il primo calice, noi qui si pensa a finire la bottiglia” e Marco mi ricorda che il Caberlot si fa praticamente quasi solo in magnum… (e io mi rendo conto che ne abbiamo già bevuta più di mezza!).

La sfida qui è chiara e diametralmente opposta a qualsiasi tentativo di omologazione: ricercare l’identità di un vitigno unico nel suo genere ed esaltarne al massimo le peculiarità. La visita è finita, l’esplorazione è appena cominciata.

Alberto Muscolino

1 Commento

avatar

Marco Prato - il Fummelier™

circa 1 anno fa - Link

Caberlot o Merlonet... e alla fine, mi pare di capire che i migliori vini italiani son quelli fatti alla "maniera francese" o da viticoltori che alla Francia si ispirano, che là hanno studiato e/o si sono formati e che utilizzano il loro modo di lavorare. Per me in parte è vero, dato che ho ricominciato a bere pinot nero (e altre tipologie di vino diventate per lo più "piacione" ) da quando scoprii i vini di un produttore cresciuto professionalmente in Francia e che lavora con tale filosofia.
Ma sto parlando di singolo esempio, che però mi ha segnato più di altri, e probabilmente è il motivo per cui me ne ricordo bene; sicuramente bevo con gioia e continuerò a farlo, vini fatti col "metodo italiano". Che poi...a dirla tutta quali sono, per voi, le differenze più significative fra il modo di fare vino degli italiani e dei francesi?

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.