Master Sommelier, più setta che ordine professionale

Master Sommelier, più setta che ordine professionale

di Jacopo Cossater

Qualche giorno fa Elizabeth Schneider, autrice del famoso podcast Wine for Normal People, ha scritto un post in cui afferma che istituzioni come la Court of Master Sommeliers (e, aggiungo io, The Institute of Masters of Wine ) non servono a certificare la professionalità dei loro membri ma a marginalizzare tutti gli altri. Più delle sette che degli ordini professionali.

Negli ultimi 10/15 anni il mondo del vino è diventata ossessionato dalle certificazioni. Distintivi d’onore: se li hai sei qualcuno, altrimenti non sei nessuno. Chi riesce a ottenere queste onorificenze lo fa a fronte di grandi sacrifici: l’esame per diventare Master Sommelier viene citato come uno dei più difficili al mondo, esame che può costare ai partecipanti 10 anni di vita e decine di migliaia di dollari in viaggi, libri, vini e quote per i tanti test da fare durante la preparazione. Alla fine solo l’8 per cento dei candidati riesce a superarlo (percentuale simile a quello per diventare MW, nda).

Il post continua con un piccolo aneddoto, con il fatto che quando le cose si fanno particolarmente stressanti, nel vino, in molti sono abituati a dire qualcosa tipo “hey, in fondo non stiamo mica salvando delle vite”. Da lì l’idea di andare a vedere, in effetti, come funziona in ambito medico, come funziona per chi le salva davvero, le vite: negli USA nel 2019 il 90% degli oncologi ha superato l’esame di abilitazione alla professione, in assoluto il dato più basso tra i medici (si arriva fino al 98% dei virologi).

Uno degli esami in ambito professionale considerato come più difficile di altri è quello per diventare Chartered Financial Analyst, o CFA, certificazione rilasciata dall’omonimo istituto: solo il 42% dei candidati riesce a superare l’esame. Ma ce n’è uno ancora più impervio, quello per l’abilitazione da avvocato in California, solo il 36% riesce a ottenerla (la media nazionale è del 50%). Da questi dati alcune possibili considerazioni, sempre secondo lei:

1. La maggior parte delle persone che sostengono l’esame per diventare Master Sommelier o sono idiote o sono impreparate.

2. La Court of Master Sommeliers fa un pessimo lavoro nel preparare gli studenti al suo stesso esame, una mancanza di supporto che si traduce in un tasso di promozioni bassissimo.

3. L’esame da Master Sommelier non ha niente a che fare con una credenziale di carattere professionale, è piuttosto un banco di prova per entrare a far parte di un club che cerca di escludere più professionisti di quanti non voglia effettivamente far entrare al suo interno.

Avendo incontrato molte persone che hanno superato l’esame escluderei la prima possibilità, e sebbene la seconda sia parzialmente vera (la maggior parte del programma si basa sull’autoapprendimento ma ci sono gruppi di studio e tutor a disposizione dei candidati a MS) si tratta solo parzialmente di un problema. Rimane la terza.

E ancora:

Che cosa sta certificando con l’esame la Court of Master Sommeliers, e quali sono gli effetti nel mondo del vino? La maggior parte dei MS una volta ottenuto il titolo non torna a lavorare nelle sale dei ristoranti: c’è chi apre la propria cantina, chi un locale, chi diventa consulente e chi inizia a lavorare per grandi aziende disposte a pagarli molto bene (non li biasimo!). L’idea alla base del programma, quella di migliorare l’ospitalità nella ristorazione è quindi quantomeno discutibile. Piuttosto che rendere il mondo del vino un luogo inclusivo in cui esistono degli standard di alto livello che in molti possono riuscire a far propri per essere professionisti migliori abbiamo divinizzato un piccolo gruppo di persone dalle conoscenze arcane, persone che sono in grado di assaggiare alla cieca una batteria di vini e decantare un vino mentre nello stesso momento stanno magari rispondendo a domande su chissà quali sigari e Cabernet. Creando questo club di “maestri” il mondo del vino ha creato uno standard di riferimento basato su un certo esoterismo e su una conoscenza lontana dal mondo reale.

Quello che sostengo è che la Court of Master Sommeliers è un gruppo esclusivo che emargina chi non può entrare nel club. Questa particolare organizzazione e chiunque voglia provare ad accedere alle sue credenziali deve rendersi conto che i suoi standard non hanno niente a che fare con i normali standard educativi e di certificazione. Non si tratta quindi di un’attestazione professionale ma, appunto, di un club. Se il mondo del vino vuole essere più inclusivo, creare professionisti che lo rendano un posto migliore per chi ci interagisce e attirare nuove persone nel vino, deve relegare la Court of Master Sommeliers a livello di una società segreta del college, e quindi creare una certificazione professionale che alzi davvero l’asticella dell’ospitalità e migliori universalmente la conoscenza del vino.

La prima obiezione è che questa certificazione esiste e si chiama WSET, Wine & Spirit Education Trust: dalla sua fondazione nel 1970 in 10.400 hanno preso il “Diploma”, hanno cioè superato il difficile esame finale. La seconda è che istituzioni come queste, come la Court of Master Sommeliers, contano proprio sulla loro esclusività e quindi sulla perenne esistenza di persone abbastanza preparate, benestanti e ambiziose da provare anno dopo anno a superare quello che in molti hanno definito come “il più difficile esame del mondo”, garantendo loro non solo l’esistenza ma anche alimentandone il mito. Il recente film su Netflix e Somm, il fortunato documentario, sono lì a testimoniarlo.

Un post che arriva in un momento storico non casuale. È notizia di qualche settimana fa che proprio la Court of Master Sommeliers ha deciso che non sarà più possibile rivolgersi ai MS utilizzando solo “Master” seguito dal cognome, pratica diffusa soprattutto negli Stati Uniti. Ai sommelier che fanno parte della prestigiosa associazione americana e che hanno superato l’esame finale (dalla fondazione appena 269 in tutto il mondo) ci si riferirà per intero, e quindi usando la dicitura “Master Sommelier”. Una decisione che arriva dopo la testimonianza su Instagram di Tahiirah Habibi, intimidita dal dover usare anche durante l’esame una parola che richiama quella schiavitù così presente nel dibattito odierno, dopo la morte di George Floyd e le grandi proteste che ne sono seguite.

Non solo, sempre nelle ultime settimane e sempre come conseguenza del suo essere così “esclusiva”, ben due Master Sommelier hanno deciso di rinunciare al titolo. Il primo, Richard Betts, il 17 giugno tra le altre cose ha scritto:

Non è accettabile che in alcuni ambienti della Court of Master Sommeliers ci sia una retorica sul non essere un’organizzazione politica e sul voler rimanere neutrali. La neutralità non esiste. Non facendo nulla si sostiene passivamente lo status quo – e lo status quo per le persone di colore in America è stato e rimane orribile.

Il secondo, Brian McClintic, ha spiegato qualche giorno dopo che:

In questo momento così critico della nostra storia ci viene offerta la rara opportunità di migliorare la questione dell’uguaglianza razziale. E se i miei valori mi impongono di essere alleato con Black Lives Matter, cosa che sono, allora è ovvio che dovrei aspettarmi che un’organizzazione con cui sono affiliato sia chiarissima sulla questione del suo sostegno pubblico. Negli ultimi due giorni ho capito che non lo è.

[immagine: Vinography]

 

 

 

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Giornalista, su Intravino dal 2009.

7 Commenti

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Paolo A.

circa 4 mesi fa - Link

Un buon 50% di ciò che gira intorno al mondo del vino è fuffa. Ahimé.

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marcow

circa 4 mesi fa - Link

Ogni tanto si leggono articoli che vorresti leggere più spesso. Che smuovono la melassa che avvolge il mondo enogastronomico italiano. Che escono dal conformismo che domina il mondo contemporaneo. E pensi... che c'è ancora speranza... Bravi Elizabeth Schneider e Jacopo Cossater.

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Luigi Maresca

circa 4 mesi fa - Link

Questo è stato uno dei motivi perché ho lasciato il mondo dei sommelier. Vi sembra giusto che una persona svolge professionalmente il suo lavoro deve sottostare e ubbidire ad alcune stronzate ed eresie che dicono i primi fessi di turno che avendo fatto dei" corsi di degustazione " o perché appartenenti ad un determinato gruppo ??? Nooo.. Per noi professionisti del settore queste cosiddette sette non sono altro che un'offesa ..

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Anulu

circa 4 mesi fa - Link

Io qualche MW lo conosco, sia donne che uomini, e sono fenomeni. Altroché. E' gente che ha vissuto vite precedenti e simultanee per sapere tutte quelle cose, e che le sa anche raccontare. Quando cominceranno a venire fuori MS e MW anche italiani in numero più rilevante, qualcosa cambierà nel giornalismo enologico italiano.

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Maurizio

circa 4 mesi fa - Link

Tra loro ci sono tanti fenomeni, ma anche tante persone tutt'altro che fenomenali e che sono lì sono per agganci, così come ci sono tanti fenomeni rimbalzati ai loro esami per motivi inconoscibili. Da alcuni master of wine ho sentito dire castronerie importanti. La prima cosa poco limpida del MW è che non esiste la possibilità di vedere i propri lavori, ti comunicano l'esito senza dirti come e perché ti è stato assegnato un giudizio. È questo è il modo ideale per non promuovere l'istruzione e il miglioramento, ma mantenere il controllo in un sistema chiuso e di casta.

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vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

....a volte si dà più visibilità , legittimazione e importanza accostare determinate realtà ridicole come i MW a quelle medico/scientifiche (virologi/microbiologi e oncologi tanto perchè citate) che parlarne male direttamente : però il senso dell'articolo è condivisibile e l'ottica analizzata realistica , aprendoti una visione meno distorta di quel che vuol mostrare, nel suo ovattato piedistallo e nobiliare apparente . Vogliamo poi disquisire, sempre nell'ambito enoico , dei concorsi cinof ... ahem ... equin ... ahem ... si , insomma , quelle "robe" dei concorsi delle sommellerie tutte? Le associazioni serie non si sognerebbero minimamente di organizzare certe pagliacciate ... vi immaginate un bel concorso per "miglior ingegnere edile" d'Europa oppure "miglior Biologo d'Italia" oppure "Notaio dell'anno " ... si , insomma , cerchiamo di emanciparci anche da queste sciocchezze , anche se i vincitori di questi concorsi avranno opportunità economiche di un certo rilievo ...

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Luca

circa 4 mesi fa - Link

Riguardo all'articolo di Elizabeth Schneider, ho sentito il parere di una MW Americana. Descrive la giornalista come osservatrice imparziale nel contesto. Parte delle sue critiche infatti sono mosse da gelosia e invidia verso l'associazione, con lo scopo di ottenere visibilità.

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