Il vino kosher in due bottiglie dalla Galilea

Il vino kosher in due bottiglie dalla Galilea

di Salvatore Agusta

Come i musulmani, anche gli ebrei seguono alcune restrizioni alimentari, limiti imposti dalla loro religione e della loro cultura. Non mangiano pietanze a base di maiale e tendono a seguire delle regole che ricavano dal loro testo sacro.

L’insieme di queste regole religiose provenienti dalla Torah, viene definito kosher (letteralmente significa adatto) e di solito viene seguito molto attentamente dagli ebrei osservanti. Questi ultimi, in tema di vino, ricercano prodotti anch’essi definiti kosher.
Un vino si definisce kosher quando, dopo una attenta ispezione, il rabbino interpellato lo proclama tale. In sintesi, viene verificato se durante il processo di vinificazione, non avvengano violazioni ai precetti religiosi.
Taluni richiedono che il vino venga anche pastorizzato, prima di esser messo in bottiglia; in quel caso il vino viene definito anche mevushal.
Non me ne vogliano gli amici ebrei ma a malincuore devo ammettere che i vini kosher, diversamente dalla cucina, non brillano per qualità o eleganza; tuttavia recentemente ho avuto l’occasione di scoprire che tanti chateaux francesi producono due linee di vino, una kosher e una non, immagino per motivi legati al marketing.

I vini provenienti da Israele sono per definizione kosher e tra tutti credo siano i più interessanti.
La zona di produzione che raccomando è la Galilea. Nelle sue alte colline ci sono forse i migliori vigneti di tutta quella zona. Di seguito un paio di assaggi alla scoperta di due delle loro gemme pregiate.

Domaine Du Castel. Gran Vin 2016.
Ho conosciuto quasi per caso Eli Ben Zaken, fondatore di Domaine Du Castel che, dopo avere vissuto con la sua famiglia per molti anni a Milano, ha deciso di spostarsi in Israele, dove ha coronato il sogno di formare una piccola azienda, dedicata alla coltivazione di frutta e all’allevamento di animali. Solo nel 1980 comincia a dedicarsi alla coltivazione dell’uva e alla produzione di vini secondo il metodo bordolese.
Gran Vin è un blend di cabernet sauvignon, merlot, petit verdot e cabernet franc, provenienti da vigneti localizzati a circa 750 metri s.l.m..
Il vino matura in barrique francese e poi viene assemblato in vasche di cemento.
Al naso è molto fruttato, con sentori di ciliegia, amarena e frutti di bosco. Presenta una buona complessità, con una buona nota speziata e una leggera sapidità. I tannini sono molto soffici e, nel complesso, il vino garantisce una buona performance stilistica, ma che difficilmente ricollegherei a quelle zone. Un ottimo clone.
Uno, nessuno e centomila – 91 pts.

1848 Winery – Cabernet Sauvignon Special Reserve 2013.
Una delle cantine più longeve di quella zona, con una storia di 171 anni.
Vino pieno, corposo ed intenso; presenta un 10% di merlot e un 3% di petite sirah affinati in rovere francese per ben 24 mesi.
Proveniente anch’esso dalle vaste ed alte colline della Galilea, il vino si caratterizza per una nota di legno alquanto forte nonché sentori di amarena, frutti di bosco scuri e pepe nero. Asseconda uno stile più californiano e non dispone di particolare eleganza.
I tannini sono pressoché sopiti e la complessità viene assicurata dalle note di frutta e legno. presenta una buona acidità, il che garantisce un finale lungo. Anche questo, nel complesso, è un ottimo vino, ma non è in grado di esprimere alcun carattere tipico della zona di produzione e si limita a seguire dei paradigmi formulati oltreoceano, dove trova il suo principale mercato.
Roboante – 90 pts.

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Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

3 Commenti

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Riccardo

circa 2 settimane fa - Link

Solo una piccola precisazione, l'insieme delle norme alimentari non si chiama kosher, bensì kasherùt. Kosher o meglio kashèr è invece il termine che indica l'idoneità di un determinato alimento al consumo.

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Salvo

circa 2 settimane fa - Link

Ciao Riccardo, grazie per la precisazione. Si tratta di una parola simile ma declinata in modo diverso, immagino. Qui i miei amici ebrei mi hanno spiegato che kosher vuol dire "adatto" che in un certo qual modo si lega al concetto di idoneo o approvato. Hai mai assaggiato i vini che ho menzionato?

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Riccardo

circa 2 settimane fa - Link

Sì immagino di sì, la radice lessicale è la medesima. Per quanto riguarda i vini non mi è mia capitato purtroppo di assaggiare quelli che descrivi. Gli unici kashér che ho bevuto sono i vari israeliani che si trovano abbastanza facilmente un po' ovunque tipo Yarden per capirci, che sicuramente sono di ottima fattura. Poi ovviamente ci sono anche le versioni kashér di diverse etichette celebri sia italiane che francesi, ma il gusto non credo proprio sia diverso dalla versione classica in quanto a livello produttivo non cambia nulla. Penso forse la cosa più probabile nel caso sia la sostituzione del materiale per la filtrazione qualora questo sia di origine animale. In realtà per quello che ne so l'unica discrimine tra un vino kashér e non è appunto che il primo viene riconosciuto e certificato tale da un'autorità religiosa. Quindi io non userai questo concetto per distinguere a livello gustativo i vini.

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