Il muscat al contrario di Elisabetta Sedda

Il muscat al contrario di Elisabetta Sedda

di Giorgio Michieletto

Un vino che non c’è più, ma che non si dimentica come un grande amore finito. Un vino “sopravvissuto”, strappato al gelo della montagna. Poco più di mille bottiglie fra i due: “Tacsum 2016” e “L’or du Mont” 2017. Due etichette che accendono la luce su una piccola, anzi piccolissima realtà che avrà molto da dire. Vitigni antichi – moscato bianco e prie blanc – tocco modernissimo: ieri e oggi. Spirito vintage.

È la chiave per scoprire, appunto, l’azienda agricola Vintage, giovane creatura della valdostana Elisabetta “Betta” Sedda, 31anni e genitori sardi. Nessuno in famiglia ha mai fatto vino. Lei ha studiato da sommelier e poi si è messa a sperimentare in cantina a Saint-Christophe. Autodidatta al cento per cento, nessun enologo: il suo lavoro è innanzitutto recuperare vigne abbandonate (ora ha un ettaro e mezzo fra Chambave e Aymaville) e rubare segreti ai grandi.

“Per ora ho capito che la mia filosofia è quella naturale, ma non mi piacciono le definizioni. Ho ancora molto da imparare”.

Ci racconta di una emozionante visita da Gravner, dei complimenti ricevuti da Ezio Cerruti, ma la soddisfazione più grande è stata vedere i volti degli anziani della valle quando ha messo loro sotto il naso il suo primo bicchiere: Tacsum, il vino che non c’è più, (esistevano solo 350 bottiglie) è stato uno degli assaggi più impressionanti dell’anno appena passato. Non è mai facile scrivere di un’opera prima che forse sarà anche unica, ma Betta non ha paura dei complimenti che fanno crescere le aspettative nei suoi confronti.

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“Tacsum – che poi è muscat scritto al contrario – è stato il primo vero orange wine di Chambave, patria storica del moscato secco, prima denominazione d’Italia a prevederlo», ci spiega Betta. «Vivendo qui mi sono letteralmente innamorata del muscat, ma ho voluto fare un vino atipico, che potesse spiazzare e conquistare al primo assaggio; con sorpresa sono arrivati più consensi che critiche».

Il suo Tacsum era nato dai 25 filari di Chambave con pendenze del 40%: selezione acino per acino, macerazione 10 giorni. Lieviti indigeni, un anno in barrique rigenerate, poi passaggio in acciaio due mesi e tre di affinamento in bottiglia. Nessuna filtrazione. Sequenza impressionante di profumi. Frutta secca, albicocca, cipria, nota ferrosa e terrosa. Tisana di liquirizia ed erbe di montagna. Struttura importante, ma beva incredibile nonostante i 14,5% . Residuo di circa 3 g/l  con acidità ben equilibrata. Un assaggio che si farà rimpiangere: non uscirà la nuova annata.

Ora sugli scaffali c’è  “L’or du Mont”: è il vino “sopravvissuto”, ottenuto da uve prie blanc salvate dalle gelate primaverili del 2017. Vigne a 1200 metri. Solo 700 bottiglie con una bella etichetta disegnata da un’artista locale. Pennellate di montagna, gocce di pioggia gelata. 48 ore sulle bucce poi 10 mesi in barrique senza colmature. L’ossidazione è il filo conduttore che però non valorizza del tutto l’eleganza del vitigno. Due vini diversi, ma con la stessa firma: vini del cuore, di pancia, di sogni. Vini che raccontano qualcosa di nuovo e antichissimo allo stesso tempo. E che non hanno paura di provocare per riaccendere i riflettori su un grandissimo terroir.

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Giorgio Michieletto

Giornalista professionista: ieri cronaca nera, oggi rosa. Ieri, oggi e domani: rosso, bianco & co. Varesino di nascita e cuore, milanese d'adozione e testa. Corsista Ais. Se c'è una storia la deve raccontare.

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