Il giornalismo è come l’alcol

Il giornalismo è come l’alcol

di Elena Di Luigi

Questo articolo comincia con la premessa che non c’è una connessione con il mondo del vino e dintorni, a parte una menzione di Distillers Company Ltd, in passato produttrice leader scozzese di alcolici e medicinali, oggi parte di Diageo (Johnnie Walker, Smirnoff, Gordon’s, Guinness e l’agenzia vini Justerini & Brooks, per citare solo alcune delle etichette del gruppo).

È scomparso all’età di 92 Harold Evans, ex direttore del Sunday Times. È stato pioniere e protagonista del giornalismo investigativo in GB tra gli anni ‘60 e ‘80, uno di quelli che in un giornale faceva di tutto, come un artigiano che conosce il mestiere in tutte le sue tappe. Figlio di un autista di treni iniziò a lavorare in un giornale a 16 anni, e solo dopo il servizio militare e l’università tornò al giornalismo, munito di esperienza e conoscenza.

Perché parlarne? Prima di tutto perchè la sua è l’ultima generazione che ha potuto entrare in quel mondo per esperienza e per merito, senza sponsor alle spalle o grazie a sedie ereditate. Questo gli permetteva di non dover rendere conto a qualcuno di ciò che scriveva, se non ai suoi lettori. Chi lo ha conosciuto dice che per lui i fatti avevano la prima e l’ultima parola, e che sempre i fatti dovevano essere sfogliati come una cipolla. In una intervista nel 2010 disse che le cose non sono sempre come sembrano in superficie, bisogna scavare a fondo, sempre più a fondo.

Il giornalismo investigativo che Harold Evans faceva e pretendeva da direttore ha determinato delle svolte epocali, due delle quali a favore delle donne. La prima battaglia ispirata da un paragrafetto di un giornale ma sufficiente a spedire un suo giornalista a capire come il Canada stava debellando il cancro cervicale. Ne scaturì una campagna di informazione che ha fatto dello screening un esame obligatorio per tutte le donne, salvando negli ultimi 50 anni milioni di vite.

La seconda è stata quella di dare voce alle vittime del Talidomide, un medicinale contro la nausea prescritto alle donne in gravidanza e responsabile delle gravi malformazioni di molti bambini nati tra il ‘58 e il ‘61. Il gigante industriale Distillers Company Ltd, che oltre a produrre alcolici e medicinali aveva fornito l’alcol per gli esplosivi utilizzati durante la prima guerra mondiale, dapprima ignorò i dati che facevano sospettare un nesso tra il medicinale venduto come “non tossico” e le malformazioni limitandosi poi a un compenso irrisorio alle vittime.

Questo fino a quando nel 1972 Harold Evans lanciò una campagna-denuncia contro Distillers, allora sponsor principale del suo Sunday Times, affinchè riconoscesse fino in fondo la negligenza e aumentasse il compenso per il risarcimento. Da giornalista riuscì a far annullare l’ingiunzione legale con cui Distillers voleva impedire al Sunday Times di pubblicare la notizia con le prove su come la sperimentazione del medicinale fosse stata fatta bruciando le tappe previste dalla legge.

Sembra un’era remota quella che ha preceduto il caos dell’informazione con cui abbiamo a che fare oggi. Eppure le regole a cui Harold Evans faceva riferimento per giustificare il suo lavoro sono rimaste le stesse: cercare le evidenze che dimostrino quello che si ha intenzione di raccontare. Allora cosa è cambiato? Come siamo arrivati alle “fake news” che denunciamo ogni qualvolta non ci piace quello che sentiamo o che leggiamo?

Durante questi mesi di corsa verso un vaccino, che speriamo possa farci tornare a una vita normale, sono gli scienziati stessi a ricordarci che spalmare in pochi mesi un lavoro che richiede anni di sperimentazioni, è e rimane un rischio che, viste le circostanze, siamo disposti a correre. Tuttavia sarebbe di grandissimo aiuto alla scienza, e quindi all’umanitá, se riscoprissimo il senso della divisione dei ruoli in base alla quale, per esempio, le informazioni scientifiche escono dai laboratori mentre gli articoli corroborati dai fatti, dalle pagine di un giornale.

È vero che la rivoluzione internet ha trasformato l’informazione in un adolescente alle prime armi con l’alcol che esagera per farsi notare, ma sappiamo bene che il vero piacere arriva dopo, grazie alla conoscenza e alla capacitá di scegliere.

Ecco perché i fatti sono cosí importanti nella ricerca della veritá.

6 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 2 settimane fa - Link

Che bel post, che bella scrittura giornalistica. Grazie Elena per averci tirato fuori dal nostro solito campicello enoico e raccontato una storia così autentica e anche, ahimè, nostalgica.

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marcow

circa 2 settimane fa - Link

Ogni tanto si legge qualcosa di profondo sui food e wine blog italiani, come questo articolo di Elena Di Luigi. Ho scarsa considerazione, in generale, del giornalismo italiano. E penso che INTERNET, che doveva favorire la crescita di un mondo migliore, abbia peggiorato la qualità dell'informazione. Perché bisogna faticare un po' per trovare la verità tra montagne di mezze verità e menzogne. Complimenti.

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vinogodi

circa 2 settimane fa - Link

...solo "complimenti" , null'altro . Letto in un fiato...

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giuseppe costantino

circa 2 settimane fa - Link

chapeau

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Maurizio

circa 2 settimane fa - Link

Complimenti se è una dichiarazione di intenti o di sprono a chi scrive qui e non solo, se no se è una constatazione e basta a poco serve.

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josè pellegrini

circa 6 giorni fa - Link

GRAZIE, Elena , da una collega ...quasi coetanea di Evans. In questi ultimi mesi l'informazione ha perso una grande occasione

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