Coulée de Serrant in verticale iniziando da un sorprendente 1987

Coulée de Serrant in verticale iniziando da un sorprendente 1987

di Redazione

Proseguono i contributi di Lisa Foletti, dopo questo primo post, che ha avuto un bel consenso – ve l’avevamo detto, che era niente male. Se va avanti così, Lisa diventa intravinica sul serio.

Avete presente Vitangelo Moscarda, detto Gegè, il protagonista di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello? Quello a cui la moglie un bel giorno fa notare che il naso pende da una parte, mentre lui è sempre stato convinto di averlo dritto. Mi ha fatto pensare a quante personalità può avere un vino come la Coulée de Serrant. Una, nessuna e centomila, appunto. Perché di Nicolas Joly, il produttore, sappiamo praticamente tutto, ma del suo vino simbolo ci sembra di non sapere mai nulla: ogni assaggio ci spiazza, crediamo di averlo afferrato ma poi ci sfugge dalle mani. Cangiante, ciascuna annata è un mondo a sé, il che non sarebbe una grande novità, se non fosse che ogni microvariabile fa di questo fascinoso liquido un’entità complessa e mutevole, che porta a uscire completamente di senno. Proprio come accade al buon Gegè nel romanzo. Annata, stile di vinificazione (pre e post 2000), stato di conservazione della bottiglia, sosta in bottiglia dopo la stappatura, scaraffatura, sosta nel calice, temperatura di degustazione, condizioni ambientali… Raramente mi è capitato di degustare un vino tanto sensibile, dinamico e vivo.

Due parole sul prodotto, prima di raccontare la degustazione. Coulée de Serrant è una storica AOC di 7 ettari monopolio della famiglia Joly, nella regione della Loira e più precisamente nella Savennières. Le vigne di solo chénin blanc hanno un’età media di circa 40 anni, con viti di oltre 80 anni, tutte coltivate in biodinamica (di cui Nicolas Joly è padre indiscusso). La resa è di 20/25 ettolitri per ettaro, e le vendemmie vengono fatte in cinque passaggi nell’arco di 3 o 4 settimane per ottenere la piena maturità e il maggiore attacco possibile da parte della botrite; la vinificazione avviene in barrique usate da 500 litri. Attualmente la produzione annua è di 20 – 25 mila bottiglie.

Sette le annate in degustazione, questa volta. Bottiglie aperte circa 12 ore prima della degustazione (fatta eccezione per la ’87, aperta 24 ore prima per verificarne le condizioni, e in modo anche piuttosto rocambolesco), non scaraffate per risparmiare loro lo shock, servite a temperatura di frigorifero e lasciate poi a scaldarsi senza glacette né secchiello. Per seguirne l’evoluzione e i cambiamenti, ho provveduto a un secondo e a un terzo assaggio nei giorni successivi, a 36 e a 60 ore dalla stappatura.

joly

1987 (12,5% vol) – Certamente figlio di un altro momento storico, più stabile rispetto alle annate recenti: mentolato, fresco di erbe aromatiche, fieno, camomilla, miele di acacia, sprigiona col tempo una lieve tostatura; in bocca è magro e asciutto, snellissimo e scorrevole, affilato come una katana. A 36 ore dall’apertura, il naso cede un po’, ci sono sempre le erbe e la balsamicità, ma tira fuori una nota marcata di funghi; la bocca è ancora citrina e lunga. A 60 ore dall’apertura è sempre limpidissimo, il naso è ancora carico di origano, limone candito, eucalipto e funghi; la bocca ha ceduto un poco, e l’acidità si è fatta quasi ferrosa, quindi poco piacevole. È comunque sorprendente la tenuta nel tempo e la freschezza.

1996 (14% vol) – Al naso si presenta molto chiuso, quasi sepolcrale, con una nota ossidata di mela grattugiata che esalta l’alcool; in bocca è stanco, appesantito, non invita alla beva. Un vino monodimensionale, che fa pensare a una bottiglia non proprio felice, considerato lo stile dell’epoca (pre 2000). A 36 ore dall’apertura, la bocca è migliorata, risulta bello salato e leggermente meno fiacco, ma il naso è ancora pesante di mela cotta, miele scuro e camomilla. A 60 ore dall’apertura, al naso ha meno ossidazione, la mela cotta è attenuata, vengono fuori la camomilla e lo smalto, ma è comunque poco espressivo; in bocca è decisamente migliorato, invece: sapido, più ricco e centrato.

2002 (14,5% vol) – Una vera perla: esplosivo da subito al naso, ricchissimo di erbe, frutta gialla, miele di castagno, canfora, cera; in bocca è veramente tridimensionale, lungo, con tutte le sensazioni in girotondo perpetuo. A 36 ore dall’apertura, la bocca è sempre saporitissima e piena, in grande equilibrio; il naso di susina matura è ancora più etereo, e spunta una curiosa nota di ostrica, come a suggerire la presenza del mare, in realtà distante 150 km. A 60 ore dall’apertura, mostra un fondo torbido e pieno di depositi (l’unico della batteria); è un poco meno espressivo al naso, è salmastro e sa di lacca; in bocca invece non cede, continua a essere intenso, esplosivo, profondo.

2004 (15% vol) – L’assaggio è compromesso dal tappo. Si intuisce un carattere simile alla 2002, ma il difetto è evidente e coprente, e la bocca vira decisamente all’amaro. A 36 ore dall’apertura, la bocca ha perso quell’amaricante spinto, risulta avvolgente ma comunque molto alcolica; al naso si intuisce un fondo di erba medica e fieno, ma il sentore di tappo è invadentissimo. A 60 ore dall’apertura, il colore è mattonato, al naso spunta l’ostrica a mitigare il tappo; la bocca è piena ma sempre assai sgradevole.

2009 (15,5% vol) – È nel filone delle vendemmie tardive, con uve surmature (tendenza post 2000): il naso è pesante e alcolico (alcool etilico puro), odora di verdura cotta tipo cardi e carciofi, macedonia sciroppata, liquirizia e naftalina. È mastodontico. A 36 ore dall’apertura, al naso prevale la frutta gialla stramatura e la tisana, poi il cardo bollito e una nota marcata di medicinale tipo mercuro cromo; la bocca è piacevolmente sapida ma pachidermica. A 60 ore dall’apertura, c’è quasi esclusivamente la frutta gialla stramatura, accompagnata dall’acetone; la bocca continua a essere pesante, è sapida ma pecca completamente in acidità.

2011 (15% vol) – È anomala rispetto alla tendenza degli ultimi anni (post 2000), davvero curiosa: inizialmente lo zolfanello (riduzione) è invadente, poi al naso inizia a emergere una nota di vegetale fresco non usuale (niente erba falciata né foglie fresche) tipo pomodoro verde, fico d’india o caco poco maturi; in bocca è bello salato e consistente ma scorrevole, non tradisce il suo 15% di alcool. A 36 ore dall’apertura, sono ancora marcate le note di fico d’india e caco acerbi, poi tanto miele di acacia, note medicinali e un bel sentore salmastro che richiama ancora una volta il mare; il sorso si conferma fresco e succoso, con alcool molto ben integrato. A 60 ore dall’apertura è ancora limpidissimo, anche il fondo, e ha il colore più chiaro di tutti, quasi scarico; il naso è rimasto invariato, marino, di frutti e ortaggi poco maturi, con una nota un poco più dolce; anche la bocca si conferma, è salato e ha un piacevole equilibrio.

2014 (14,5% vol) – È il più immediato e “semplice” della batteria, con un naso un po’ rustico di succo di pesca e albicocca, frutti tropicali, anice e note di botrite; in bocca ha un piccolo accenno di carbonica con leggero residuo zuccherino che ammorbidisce il sorso, rotondo. A 36 ore dall’apertura il al naso è sempre rustico, col succo di albicocca e il miele in evidenza, poi un poco di fieno e note smaltate; in bocca ha perso l’accenno di carbonica e il residuo zuccherino è meno percepibile, ma risulta piuttosto alcolico e di beva non facile. A 60 ore dall’apertura è sempre limpidissimo, il naso si è seduto, si percepisce molto l’alcool oltre al succo di frutta, al fieno e allo smalto; la bocca è priva di mordente, seppure sapida. Si direbbe la bottiglia più “banale”.

Gli assaggi ripetuti a distanza di tempo hanno chiaramente evidenziato un’amplificazione delle sensazioni, esaltando pregi e difetti di ogni singola bottiglia, ma hanno anche mostrato un’evoluzione che in alcuni casi si è tradotta in un miglioramento delle qualità espressive. Probabilmente la scaraffatura avrebbe accelerato il processo, e penso che varrà la pena rischiare lo shock, alla prossima occasione. Intriganti le note salmastre emerse con il passare delle ore in quasi tutti i vini, così come il “verde” della 2011, che fa pensare a una necessità di vendemmia anticipata, la vivacità della 1987 e la (quasi) perfezione della 2002.

Una chicane di sensazioni che conferma l’assunto iniziale: una, nessuna e centomila Coulée.

14 Commenti

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amadio ruggeri

circa 1 mese fa - Link

Grazie per la carrellata di aromi variegati e originali (ma non troppo), che vanno ad arricchire la mia già lunga collezione: mela grattugiata e cotta, smalto, lacca, sembra di essere nel tinello della signorina Felicita. E poi che senso ha assaggiare il vino dopo 60 ore? Accanimento terapeutico? Bah!

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Federico

circa 1 mese fa - Link

Pensa che io invece ne ho capito il senso proprio da questo post!

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suslov

circa 1 mese fa - Link

mah. tante parole per un po' di surmaturazione e tanta noble rot. ci sono savennieres molto piu' buoni, piu' precisi, piu' di classe - uno su tutti le bel ouvrage di damien laureau. costa la meta': sospetto che il premium sul prezzo della coulee de serrant sia dovuto a tutto il blah blah blah biodinamico che pero' non si beve ....

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Lisa Foletti

circa 1 mese fa - Link

Le Bel Ouvrage è una bottiglia eccellente, uno dei miei chénin del cuore, che non esito a ordinare le (rare, ahimé) volte che lo trovo in carta. Sicuramente più economico della Coulée, ma non economico in assoluto. Di grande valore, comunque.

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Nicola

circa 1 mese fa - Link

Pare un elenco dei difetti del vino. Riduzione, ossidazione, alcol non integrato. Il prezzo di tali vini si può conoscere almeno indicativamente?

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Mbk

circa 1 mese fa - Link

80/90 in Italia. Ma Joly è un guru e non si tocca.

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Mbk

circa 1 mese fa - Link

Anzi, apprezzo Lisa che ne ha evidenziato anche i difetti, per molti ha solo pregi.

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vinogodi

circa 1 mese fa - Link

... Lisa è molto brava. La leggo volentieri . E parla di vino ... PS: anch'io non comprendo il significato dell'assaggio a 60 ore se non per curiosità personale ...

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Lisa Foletti

circa 1 mese fa - Link

Come ho scritto nel post, gli assaggi a distanza di tempo hanno messo in evidenza grandi cambiamenti, evoluzioni e talvolta miglioramenti nei vini degustati. Questo è molto interessante e utile, a mio avviso, per capire quale può essere il momento migliore per apprezzare il vino, una volta aperta la bottiglia, o comunque per valutarne il rapporto con l'ossigeno e la dinamicità.

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amadio ruggeri

circa 1 mese fa - Link

Scusa Lisa, ma l'assunto "per capire quale può essere il momento migliore per apprezzare il vino" proprio non regge. Faccio un esempio. Stappo una bottiglia di Joly del '96 e aspetto 60 ore prima di berlo, dato che l'esperienza precedente mi aveva confermato che il vino era migliorato in questo lasso di tempo. Il problema ora è: come faccio ad essere sicuro che ho fatto bene ad aspettare? E se invece il vino risulta squilibrato e pieno di difetti? Ogni bottiglia, si sa, fa storia a sé, specialmente se porta qualche anno sulle spalle ( e specialmente, aggiungerei, se si tratta di una bottiglia di Joly). Valutare il rapporto con l'ossigeno e la dinamicità, invece, mi pare una cosa decisamente più interessante.

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Lisa Foletti

circa 1 mese fa - Link

Fermo restando che ogni bottiglia ha una componente di unicità, questo tipo di prove ed "esercizi", a mio avviso, serve per fare una valutazione media.

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Spaikid

circa 1 mese fa - Link

Lisa per pura curiosità, ma tra un assaggio e l'altro le bottiglie vengono in qualche modo tappate o le hai lasciate aperte per migliorare l'ossigenazione?

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Lisa Foletti

circa 1 mese fa - Link

In questo caso le ho ritappate con i loro stessi tappi (laddove possibile: quelli della 87 e della 96 si erano sbriciolati) e rimesse in fresco. Quindi, non ossigenazione piena da bottiglia aperta.

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daniele

circa 4 settimane fa - Link

il motivo delle prove fatte a 36 e 60 ore è tutt'altro che accanimento: Joly stesso suggerisce un numero di ore/giorni con cui anticipare la stappatura. Per le annate più recenti tipo 11 e 12 suggerisce 2 giorni, per la 13-14 addirittura 5gg...
Sembrano una follia, io non l'avevo mai assaggiato, però l'altra sera ho partecipato ad una degustazione con le annate 13,12,11,10,01,97 di cui le più recenti stappate il giorno prima, e la cosa ha funzionato senza intoppi. La 13 era ancora decisamente chiusa e ha iniziato ad aprirsi solo dopo un paio d'ore nel bicchiere.
Mi ritrovo in molte delle considerazioni fatte da Lisa, ma vorrei mettere in evidenza una cosa che forse ad alcuni è sfuggita: noi non abbiamo rilevato alcun difetto tipo puzze varie, ossidazioni, sedimenti a spasso nella bottiglia etc. etc... anzi, il vino di tutte le bottiglie era integro, sorprendentemente limpido fino all'ultimo calice e godibile ognuno con le sue specificità.
Sebbene ogni annata fosse diversa dall'altra, hanno tutte un filo comune: camomilla, buccia di agrume (candita o tostata), e lo zafferano della botrytis, oltre ad una acidità (tipo pompelmo) molto piacevole senza essere esasperata.
2013: come dicevo, la meno comunicativa delle bottiglie, soprattutto se raffrontata con le altre; presa da sola è comunque molto buona, ma meglio aspettarla in cantina per qualche altro anno.
2012: apre con un intenso profilo di agrume tra il candito e il tostato (provate a mettere una buccia di arancio o mandarino su una stufa calda), note di mela fresca e un leggero filo di zafferano da botrytis; durante la serata nel bicchiere si evolve ma senza strafare, qualcuno ci sente una leggera nota lattea (per me al 3° posto).
2011: più variegato della 2012, aggiunge piacevoli note di idrocarburi, è più salino e più acido del precedente, con anche delle leggerissime note affumicate che svaniscono col tempo, per me il vino da scegliere sia da bere adesso che da invecchiare in cantina anche per un paio di decadi (per me 2° posto)
2010: In evidenza subito la camomilla, la mela da fresca diventa grattugiata, più idrocarburi (curiosamente tendono a svanire durante la serata) e più botrytis della 2011; in bocca è meno vibrante di 2011 e 2012, ma comunque un gran bel bere
2001: la bottiglia più discussa e controversa della serata. Il profilo olfattivo è dominato in lungo e in largo dalla botrytis, sembra di avere al naso un grande Sauternes, anche il colore e le note dolci ti fanno pensare ad un certo tipo di assaggio. Invece in bocca è un altro mondo, non ha il benché minimo residuo zuccherino, e per me non ha un alcool (13.5 il più basso della serata) in grado di reggere un tale naso. Corto, chiude decisamente amaricante con la botrytis. Nondimeno una quota non indifferente dei 12 presenti lo ha scelto come miglior vino della serata: se vi piacciono le risse, portatene una bottiglia in una serata AIS o ONAV..
1997: di tutto di più, tutto quello che si è sentito nelle altre bottiglie qui c'è, in perfetto equilibrio, già dalla prima annusata. E poi durante la serata continua a mutare, arrivando anche a note di caramella alla mou. Per me al primo posto, è la bottiglia che ha riscosso il maggior consenso, anche da chi ha scelto la 2001 come migliore. Peccato che sia introvabile!
In conclusione il vino perfetto per una serata di degustazione, molti lo ritengono un vino da meditazione nel miglior senso del termine. Di sicuro non il vino da scegliere al ristorante, a meno che non sia una vecchia annata che con un'adeguata ossigenazione potrebbe essere pronta da bere in tempi congrui al pasto. Avevo molta paura di rimanere deluso e invece a breve parteciperò ad un'altra serata (organizzata dall'Onav) e qualche bottiglia finirà nella mia cantina...

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