Angelo Gaja: “Almeno tre i cambiamenti significativi nel vino degli ultimi decenni. Ecco quali”

Angelo Gaja: “Almeno tre i cambiamenti significativi nel vino degli ultimi decenni. Ecco quali”

di Redazione

Da oggi ci sarebbe questo nuovo autore che propone i suoi contributi in anteprima esclusiva per Intravino. Si chiama Angelo Gaja e produce vino a Barbaresco e non solo. Ha una discreta notorietà come produttore però come giovane wine blogger è un po’ agli inizi, ma si farà, accogliamolo con simpatia. [a.m.]

Nel mondo del vino negli ultimi decenni sono avvenuti almeno tre cambiamenti significativi, secondo me. Ecco quali.

1. Perdita della funzione alimentare
Ovunque, nei paesi produttori, il vino – da bene alimentare che era – ha assunto la funzione di bene di lusso, indipendentemente dal prezzo: perché non indispensabile, non di prima necessità. Il paese più preparato ad affrontare la transizione fu la Francia, che al vino bevanda di lusso aveva sempre riservato una minuscola nicchia. Mentre per l’Italia il passaggio è stato culturalmente più faticoso da affrontare: per le molte strutture, regolamenti e resistenze che traevano ispirazione dalla funzione alimentare. I beni di lusso richiedono tecniche di vendita diverse: per sostenerle occorre mettere in atto azioni di marketing appropriate, aggressive e continue nel tempo anziché accontentarsi della vecchia strategia rinunciataria e perdente del prezzo basso. A cosa serve il marketing? A fare sì che un bene venga preferito ad un altro non tanto per il rapporto qualità/prezzo, quanto per altri valori apprezzati dal consumatore: aver conosciuto il produttore, condividerne i progetti, riconoscerne la dedizione alla qualità, riporre fiducia nella denominazione e nel marchio, popolarità, notorietà, novità, rarità, storia, prestigio. Questi in parte possono anche essere costruiti artificiosamente, ma è sviante diffidare in modo sistematico della parola marketing; perché quando è sano e corretto consente di consolidare il legame con i consumatori, dare più visibilità ai marchi aziendali e recuperare valore aggiunto.

2. Il cambiamento climatico
È divenuto un tema di grande attualità, ed i rimedi per contrastarne gli effetti sono stati ampiamente dibattuti. Non mi appello al “mal comune, mezzo gaudio”, però ad oggi è possibile osservare che altri paesi stanno peggio dell’Italia. Giacomo Tachis, il padre dei consulenti vinicoli italiani, usava dire che “il vino ama il respiro del mare”. Il nostro paese, con 8.000 chilometri di fascia costiera, è molto più favorito della Francia e della Spagna; gode di una orografia che lo rende ricco di acqua (ne vendiamo anche miliardi di litri in bottiglia). La conformazione collinare consente di elevarsi di quota, alla ricerca di climi più freschi (cosa che non può fare Bordeaux). L’Italia annovera un ampio numero di varietà di maturazione tardiva, che il cambiamento climatico penalizza meno di quelle precoci delle quali la Francia è ricca. L’annata 2017 insegna, per chi vuole imparare, le misure di contrasto da adottare.

3. I vini varietali
Diversi paesi extra europei, da potenziali importatori di vino che erano, si attrezzarono per diventare produttori. L’avvio lo diedero gli Stati Uniti ispirandosi alla Francia. Presero ad impiantare vigneti delle varietà cabernet, merlot, chardonnay e poche altre. L’esempio degli Stati Uniti fu presto seguito da Cile, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Israele (sulla stessa strada si sta avviando la Cina), i quali fecero crescere la produzione, prima con l’obiettivo di consolidare la domanda sui rispettivi mercati interni, e poi diventare anch’essi paesi esportatori. Tutti a produrre vini dalle poche identiche varietà francesi, quelli che, con malcelato disprezzo, definiamo internazionali. Questi vini godono sui mercati extra-europei di crescenti vantaggi: portano nomi varietali, pochi e facili da memorizzare; a farne crescere la domanda contribuiscono congiuntamente tutti assieme i paesi del nuovo mondo; costruiscono assuefazione al gusto specie tra i nuovi consumatori; sono sostenuti da un marketing aggressivo e differenziato; le cantine che li producono non godono di sostegno pubblico, così la selezione degli imprenditori capaci di stare sul mercato è più efficace. L’Italia invece si trova nella condizione di essere l’unica nazione a produrre e costruire domanda su vini derivanti da alcune centinaia di varietà storiche, coltivate esclusivamente nel nostro paese, che danno origine ad oltre 520 denominazioni. Si avvertono così oggi segnali di inquietudine a causa di un mercato estero divenuto più competitivo. I cambiamenti ai quali ho accennato creano difficoltà e problematiche nuove, per affrontare le quali occorrono apertura mentale, capacità di osservazione, disponibilità ad assumere il rischio di impresa, applicazione di nuove strategie, investimenti. Anche i produttori medio-piccoli (gli aggettivi fanno riferimento alla dimensione aziendale) ne hanno consapevolezza e molti tra essi sono in grado di accogliere la sfida. Il sostegno che essi sono in grado di offrire al successo del vino italiano viene spesso sottovalutato: l’idea che i produttori medio-piccoli costituiscano una palla al piede per il vino italiano è profondamente sbagliata. Essi sono spesso capaci di pensare diverso, di esplorare strade nuove, e lo fanno con capitali propri ed a proprio rischio senza succhiare denaro pubblico; se avranno successo forniranno utili esempi. Lo fecero in passato Ferruccio Biondi Santi, Mario Incisa della Rocchetta, Edoardo Valentini, … Numerosi quelli che lo stanno facendo ora. Per questa ragione svolgono un’azione sinergica e complementare a quella dei produttori di grandi volumi. Furono principalmente i produttori medio-piccoli, nei decenni passati, con la loro dedizione alla qualità, a contrastare la dilagante frode commerciale, gli scandali, l’immagine di assoluta modestia che sui mercati esteri veniva attribuita al vino italiano. Dopo di allora però la burocrazia crebbe a dismisura, si accanì, e sono i produttori medio-piccoli a soffrirla maggiormente, proprio quelli che andrebbero sostenuti, recuperati. Per favorire la crescita del vino italiano è indispensabile allentare l’abbraccio soffocante della burocrazia e rimuovere le molte ruggini accumulate nel tempo. Affinché non svaniscano gli effetti delle misure introdotte recentemente dal Testo Unico occorre accelerare l’approvazione dei decreti attuativi; ad ostacolarne il percorso sono, però le associazioni di categoria che difendono accanitamente i propri interessi e preferiscono lo stallo a soluzioni che non le favoriscano. I produttori medio-piccoli potrebbero farne le spese. Cinquant’anni fa si decise che il settore vitivinicolo dovesse essere sostenuto con forti iniezioni di denaro pubblico: per tutelare la funzione alimentare del vino e sottrarre i viticoltori dalle grinfie dei commercianti che dominavano il mercato dell’uva.

I cambiamenti sopraggiunti sono stati profondi. L’assistenzialismo ad oltranza non è più un’esigenza come allora, crea distorsioni al mercato ed alimenta interferenze politiche. Per questo motivo occorre fare appello al principio della trasparenza. A quanto ammonta annualmente il sostegno pubblico al comparto viti-vinicolo italiano? A quali settori ed in quali misure viene assegnato? Chi sono le cantine che utilizzeranno mosto concentrato o zucchero d’uva nell’annata 2017? Quando ovunque in Italia la pratica di correzione dei mosti non è necessaria. Dovremmo imparare ad indignarci nel 2018 allorché verremo ad apprendere di cantine che venderanno all’ingrosso, agli imbottigliatori, volumi di vino italiano dell’annata 2017 a meno di un euro al litro, quando il calo di produzione nazionale potrebbe superare il 30% (i loro vigneti stanno sotto un altro cielo?). Che interesse ha l’Italia a gareggiare per il primato della quantità annuale di produzione di vino, confortati come è vero che sia anche di buona qualità, e poi apprendere che all’export viene venduto ad un prezzo medio al litro che è uno dei più bassi al mondo?

Angelo Gaja

12 Commenti

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Saverio

circa 1 settimana fa - Link

Sante Parole! Chapeau!

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Alessandro Lussignoli

circa 1 settimana fa - Link

Concordo, con l'analisi e faccio i complimenti per il suo primo articolo,

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Niki Seminara

circa 1 settimana fa - Link

Accidenti! Mica male questo signor Gaja. Sembra proprio qualcuno che se ne intende!

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Federica

circa 1 settimana fa - Link

Finalmente! Un articolo sul vino in cui c'è tutto da imparare, scritto con parole che non sono i soliti stereotipi ma che provengono da esperienza e professionalità! Complimenti!

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Tom

circa 1 settimana fa - Link

Complimenti, articolo eccellente e condivisibile al 100% Speriamo che questo promettente nuovo autore scriva con frequenza su questi lidi, sembra avere molto da dire!

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Luca Cravanzola

circa 1 settimana fa - Link

Trovo questo pezzo molto aderente alla realtà dei fatti. Di oggi.
Se a volte Gaja sembra rivolgersi ad uno sparuto gruppo di produttori elitari questa volta il messaggio è molto trasversale.
Parla di mcr e di dichiararne l'uso, di contributi mal gestiti e mal erogati (vecchio tarlo del Gaja-pensiero) elogia la piccola media impresa (cantina) e carica il destro sulla burocrazia che schiaccia per primo i piccoli non strutturati.
Queste sono cose che riguardano tutti, dal Tavernello al Monfortino. Anzi.. ma vabbè.
Non mi stupirei di leggere lo stesso pezzo ma a firma di un attivista della FIVI per dirne una.

Per il resto, alle molte domande non ci sono soluzioni preconfezionate ma porre al meglio le questioni è il primo passo e mi verrebbe da provocare il mio concittadino: Angelo, ora che hai raggiunto l'età della pace dei sensi (non mi menare!), perché non "concludere" la carriera donando un po' del tuo tempo al prossimo Ministero dell’Agricoltura?

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Gaspare Triolo

circa 1 settimana fa - Link

Un fantastico punto di vista: bisognerebbe che si facesse una chiacchierata con i promotori di quella proposta con la quale si vogliono obbligare i produttori siciliani a rivendicare le produzioni di Nero d'Avola e Grillo esclusivamente a DOC, gravando le aziende (soprattutto le piccole) di inutili balzelli economici e burocratici, ai quali non si contrappongono reali vantaggi in termini di promozione e tutela. Inoltre, si perderebbe uno strumento importantissimo come l'IGT, che garantisce, al bravo produttore, una più ampia possibilità di espressione, sia del territorio che della sua idea di vino. Io non sono certamente contro le DOC, ma voglio continuare ad avere la possibilità di scegliere come rivendicare la produzione e, insieme a tanti altri produttori, stiamo cercando di far sentire la nostra voce: vuole darci una mano?

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daniela gavarino

circa 1 settimana fa - Link

Il discorso non fa una piega, d'altra parte Angelo Gaja è il massimo economista del vino in Italia. In più ha al suo attivo il Sori Tildin, tanto per ricordare il mio preferito!

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Paolo Cianferoni

circa 1 settimana fa - Link

Una precisa relazione. Dal mio piccolo, mi piace sottolineare come la quantità non deve essere vista come una maledizione dai piccoli produttori, ma anzi una opportunità. La 2017 potrebbe essere un'annata di svolta perché se ci sarà corrispondenza con la realtà (e in molte zone oltre il 50% delle quantità in meno) sarà indice di maturità del mondo vino italiano: sarebbe un salto in avanti di qualità solo paragonabile al salto dopo metanolo. Se ció non avvenisse sarebbe un incubo.

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Dario Parenti

circa 7 giorni fa - Link

Limpida analisi, impeccabile nell'inquadrare le coordinate che hanno trasformato e stanno trasformando il settore vitivinicolo. Il wine blogger si farà, anche se ha le spalle strette... :)

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Sisto

circa 4 giorni fa - Link

Tutto vero ma non è credibile sino in fondo: questa disamina proviene da un produttore di vini dal prezzo neppure immaginabile dalla stragrande maggioranza di chi consuma vino. Gaja lo conosciamo solo noi, cioè in pratica quasi nessuno (sto parlando dei grandi numeri, cioè quelli che contano quando si parla di mercato). Gaja dovrebbe convincere a far scrivere queste cose all'AD di Gruppo Italiano Vini e/o di Cantine Riunite e/o di Caviro i cui prodotti sono quelli conosciuti e acquistati da circa l'85% dei consumatori italiani. Io adoro Gaja ma scrivere queste cose sul blog di un'élite non serve praticamente a nulla perché sfonda porte aperte: dovrebbe spiegarle all'uscita dei supermercati della GDO o fuori dal McDonald's o dei bar dove si beve solo prosecco (cioè tutti) o nelle sagre di paese dove il vino scorre a fiumi.

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Sisto

circa 4 giorni fa - Link

Dimenticavo: le denominazioni in Francia sono ben 432, non le solite 10-15 che pensiamo noi. E anche in Francia di vino sfuso se ne acquista in quantità ingente. Quindi non dovrebbero essere queste le cause dei problemi del prezzo medio del vino italiano, alla luce dei dati di fatto.

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