L’immaginazione al podere #1. Il ciliegio alle Chiuse (il direttore dalle cento mani)

di Emanuele Giannone

Autunno, tempo di retrospettive. Sfogliando il fiore gentile degli anni felici, quelli fin qui studiati e bevuti in grazia del nume che ci libera dal male dei pannicoli adiposi, di iperglicemia e steatosi, mi sono soffermato sulle memorie più belle. E sono giunto alla conclusione che le immagini più evocative, le metafore e allegorie più ardite che possiamo inventare sono poca o nulla cosa al cospetto di uno scorcio nudo e quotidiano di vita vissuta nel vino. Della vita di chi lo fa e di dove lo fa.

Per tornare a essere uditori e spettatori avveduti, basta dimenticare molto: le dotte enoglosse, i tentativi di Grundrisse der Weinkritik, le prurigini analitico-sensoriali, le ansie da lessicografi del vino. Basta riconoscere l’importanza e la superiore dotazione di chi ci dà argomenti da bere e per parlare, senza più atteggiarsi a Kurtz, Rimbaud, Rabelais o de Saussure. Le nostre immagini possono anche essere efficaci, ma restano pur sempre riproduzioni anastatiche di un originale più bello, vivo e versicolore. L’immaginazione è al podere, basta riconoscerla.

Il ciliegio alle Chiuse (il direttore dalle cento mani).
Avviene solo occasionalmente. Ma quando avviene che la bellezza sia proprio tutt’intorno al vino, perché nel vino procede da persone e cose, non vi è scelta più naturale che aprirle i nostri sensi per non porre limiti al suo; e, così facendo, derogare alla disposizione d’animo del critico: riflesso condizionato dell’analisi, eterno malinteso dell’oggettività, coinvolgimento anaffettivo che culmina in esercizi di travaso da bottiglia a palato a taccuino. Amare un vino è sempre possibile; riconoscere la bellezza trascesa del suo intorno e sentirla infusa nel liquido è meno immediato. Richiede un’attitudine che ha poco a che fare con quella di enoturisti, tomografi del gusto, bucolici integralisti e telescriventi organolettici. Ed è democratico: richiede un’esperienza di tipo diverso dall’expertise.

A Le Chiuse la bellezza è statuita da un ciliegio che ha una collina, Montosoli, e il cielo per sfondo. La vigna gli siede innanzi, composta come l’orchestra di fronte a un direttore dalle cento mani, sospeso nell’istante che precede l’attacco: un garbuglio di braccia tese e bacchette in aria. Sotto di lui c’è un tavolo che è desco, parlatorio, punto panoramico, mescita, altare e associazione culturale. Basta per un ottetto almeno, ma in giornate speciali sotto il ciliegio c’è spazio per molti più tavoli e molti strumenti: familiari, amici e altri ospiti fortunati. La fortuna, quest’anno, ha toccato anche me nel giorno più speciale: la festa della vendemmia. Mi aveva già toccato, in verità, circa un mese prima. Sempre sotto il ciliegio, con Simonetta Valiani, Nicolò Magnelli e alcuni loro amici; e con questo accompagnamento:

Rosso di Montalcino 2012. L’annata calda non ha ammanierato la freschezza svettante e ricorsiva, dal timbro del frutto rosso fresco. Ciliegia, fragola, succo d’uva e in più menta e iris. Freschezza immediata e traente anche al gusto. Tensione come risultante di presa e pressione. Sensazione tattile metronomica, che compendia precisione e decisione nello scandire effetti e durate. Cadenza con i ritorni netti del frutto (succo di ciliegia) e note più sfumate di ferro e creta; ancor più diffuse e soavi quelle di erbe officinali, fiori blu e succo d’arancia rossa. Oh you pretty things (gotta make way for the Rosso superior).

Brunello di Montalcino 2008. Insieme a un buon pugno di suoi coetanei derubrica a leziosità la riserva generale di molti su quest’annata: i filarmonici hanno fin qui disdegnato la 2008 perché, nel complesso, non sarebbe per grande orchestra. I giudizi globali sono necessariamente riduttivi: questo vino, come i suoi migliori coetanei, è infatti un grande vino da camera, fatto di vividi intarsi, piccole e coloratissime tessere, in questo caso frutti rossi, ferro dolce, karkadè, habanero chocolate, lavanda, curcuma e fiori blu. E qualche immagine crepuscolare sullo sfondo: pipe spente, minio, ceralacca, stoffe, una punta di fiori passi e incenso. Corpo snello ed euritmico, un ginnasta ritmico e i suoi numeri d’agilità con fune, cerchio, palla, clavette e nastro. Elegante in progressione, ha sapidità infiltrante e note ferrose, terrose di sfondo. Impressione tattile di grande finezza, finale lungo e netto.

Brunello di Montalcino 2009. Serio, elegante, austero. Il frutto secondo necessità naturale: essenza e giusta maturità, non apparenza e impatto, non decozione. Per l’annata è un risultato ragguardevole. Marasca, prunella, gelatine di mora, cipresso e terra arricchiti da un piccolo erbario (rosmarino, lavanda, origano). Al gusto, maturità del frutto e calore sono collineari alla freschezza infusa e allo sviluppo dei sapori. Traccia sapida molto definita. L’equilibrio è compiuto e raccolto, di là da esprimersi apertamente. E noi aspettiamo con fiducia.

Brunello di Montalcino 2005. Quattro descrittori per chi ha un po’ di pazienza e un ideario:
1. Academy of St. Martin in the Fields, Alfred Brendel & Sir Neville Mariner: Mozart, Piano Concerto No. 21 KV 467. Andante.
2. K-X-P, Mehu Moments. 
3. Elektro Guzzi, Pentagonia. 
4. Ravi Shankar & Philip Glass, Offerings.

Descrizione per chi non ha pazienza. Finezza dei dettagli, rigore e dirittura del complesso. Si esprime per sottigliezze e aperture evocative, proprio come i tagli, netti e regolari, di Fontana. Impressione all’olfatto: orzo, purea di fave, humus, ferro dolce, confetture di ribes e susina, caramella all’anice, il tutto molto ben calibrato. Impressione al gusto: tagliente e bicolore, rosso e nero. Il rosso è il frutto fresco e acidulo, ciliegia e ancora il ribes; il nero è sottobosco, camino e ardesia oppure, volendo, lo sfondo dei tagli di Fontana. In progressione e in chiusura erompe la traccia minerale, che procede dai toni più scuri di fuliggine e ardesia a quelli di ruggine, creta e acqua borica.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

9 Commenti

avatar

Armando Castagno

circa 6 anni fa - Link

Pezzo strepitoso a partire dal titolo ;)

Rispondi
avatar

Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

E dire che il mio primo ricordo de Le Chiuse è pieno di pipistrelli. Nei primi anni ottanta la vigna era curata come un giardino, ma la casa no. In quei tempi la famiglia che ora non solo lo abita, ma lo "governa", pur essendone proprietaria non era responsabile della sua conduzione. Cosicché la casa era abbandonata. Nel girovagare mio e del mio concubino esistenziale capitammo anche lì, curiosi come civette. All'interno gli ambienti erano vuoti, a parte qualche centinaio di animaletti attaccati al soffitto. Fu un'esperienza blandamente avventurosa, introdursi senza far rumore per non disturbare il riposo delle creature notturne. Ho incontrato in seguito la famiglia Valiani-Magnelli, sono veramente delle belle persone, capaci di dare un senso al loro lavoro e al loro credo vinoso. I vini li ha descritti molto bene Emanuele. Il posto ora è solare, vissuto, allegro e vivace. Voglio anche spendere una parola per Lorenzo Magnelli, che è persona squisita ed integra. Pur essendo molto giovane, è già padre, è già uomo, è già vignaiolo. Ce ne sono a Montalcino di giovani così, stupefacenti nella loro voglia di restare, lavorare, produrre. Se un posto, un luogo, possiede questa ricchezza, ha un futuro.

Rispondi
avatar

Simonetta Valiani

circa 6 anni fa - Link

È proprio vero prima a Le Chiuse ci vivevano diverse famiglie di uccelli notturni, un pomeriggio trovammo sotto un arco una intera famiglia di barbagianni bellissimi.I tre piccoli non erano impauriti dalla nostra presenza mentre la mamma era sul piede di guerra!Un bel ricordo di un passato lontano e spensierato...

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 6 anni fa - Link

A Lorenzo, tra l'altro, devo molto delle mie due giornate fortunate. È stato tanto cortese da fare da trait d'union in un sabato per lui balneare: anziché rimandarmi a settembre - anzi, a ottobre - mi ha messo in comunicazione con i suoi e si è prestato all'organizzazione. Era presente alla festa della vendemmia in funzione di uomo-ovunque, prevalentemente addetto alla griglia. E ai sorrisi, che non ha mai forzato, né lesinato.

Rispondi
avatar

Simonetta Valiani

circa 6 anni fa - Link

grazie Emanuele di quello che hai scritto. Sono felice che tu abbia sentito alla festa della vendemmia tutto il nostro mondo ...figli fratelli sorelle nipoti amici più cari che ogni anno insieme a noi festeggiano con gioia la conclusione della nuova annata. Le Chiuse ogni anno ci riunisce amorevolmente tutti ed insieme gioiamo di questo incantesimo Nicolo Simonetta Lorenzo &c

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Grazie a voi, ancora una volta.

Rispondi
avatar

bibliofilo

circa 6 anni fa - Link

Per puro nozionismo segnalo che Stampa Alternativa ha pubblicato nel 2005 un libro intitolato "L'immaginazione al podere", fra l'altro interessante anche se del tutto off topic come s'intuisce dal suo sottotitolo "Che cosa resta delle eresie psichedeliche". ISBN 88-7226-856-7.

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Grazie, segnalazione dovuta e nient'affatto nozionistica.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.