La mestizia di un equipaggio al capolinea e poi questa delizia inattesa, Vega Sicilia Unico Gran Reserva 1968

di Emanuele Giannone

Il senso del tempo irredento, mio caro Monsieur Henri, è l’ultimo movimento di questo traghetto nella foto. Lo conosco dal primo viaggio verso algori e amori del profondo Nord. Me lo ritrovo a Cadice, mestamente ancorato in un cantiere e adibito ad albergo galleggiante per battaglioni di carpentieri, fabbri, elettricisti, verniciatori, tubisti, tutti mediamente lordi e straordinariamente fetenti, tutti impegnati nel rifacimento di una nave battente bandiera di Topolinia.

Non è facile sostenere l’atmosfera da Fortezza Bastiani e gli umori dell’equipaggio. Io li comprendo: il sogno di tutto un passato in questo scafo si accampa, lo scafo è prossimo al capolinea. Che mestizia. Mi ci vuole una sauna. E proprio là, in sauna, inaspettato arriva il tuffo al cuore: tra gioco e desolazione, diacronica e terminale la sua filodiffusione non ha cambiato canale! La musica è quella del 1990, pescata a strascico tra le hit delle due decadi precedenti: chitarroni, tastieroni, parrucconi, cori e falsetti; gli archi dell’archeo-disco, i bassi funky e i fiati rubacchiati al filone blaxploitation: Ace, Lipps Inc., la Diana Ross di Upside Down), Santa Esmeralda, Blondie, Bee Gees, Earth Wind & Fire, Chic, Kool & The Gang; un campionario di degenerazioni melense dell’hard rock – quanti diabetici tra i cinquantenni di oggi per colpa di Scorpions e Foreigners? – e per finire podio e tripudio con gli Abba, primi di un’incollatura su KC & the Sunshine Band con Shake your Booty, gradino basso per Boney M., prestanti ma appesantiti dalle orrende copertine.

È musica del tempo che fui.

E – meraviglia! – anche i vini sono pressappoco gli stessi! Quegli antichi mostri di pesantezza e leziosità, variabili solo per cittadinanza: italici, iberici, pannonici, tutti ugualmente odorosi e saporosi di salviettina rinfrescante, pannolino e deodorante, scotch e acetone, vim liquido e finto lampone. La prima sera condivido lo strazio di un povero Verdejo aulente come un ammorbidente. Dalla seconda in poi mi rifugio nella birra: almeno potrò dire d’aver provato la Efes, una baffo d’oro di Turchia.

Attanagliato dallo spleen e dalle cattive bevute, mi redime una cena di lavoro: ecco che nel vecchio traghetto stinto il tempo vien ritrovato mercé d’un señor distinto che viene dal trapassato. Diciotto anni più vecchio del dinosauro in disarmo, eppure affatto saldo, sicuro nell’approccio e nelle movenze, elegante nel passo. Svolte le formalità d’abord, quando si accomoda è energia distesa, profusa in calore e in un libro di allegorie, fantasmagorie, fumisterie. Un señor muy distinto que nació en el año 1968: è Vega Sicilia Unico Gran Reserva, tempranillo con un saldo di cabernet sauvignon, merlot, malbec, carmenere, albillo in proporzioni variabili secondo l’annata. Prendendo confidenza, già di primo naso lo si trova intenso e nitido nei profumi – la 1968 è un annata che canta, non è silenziosa: spezie e legno di rosa in primo piano, terra bagnata, tabacco sobranie, estofado de carne con pimiento (suggerito da una delle portate), pelliccia, cedro, stoffa. In crescendo, dopo l’inizio dimesso, il frutto: mirtillo, marasca, melagrana, papavero, fiori passi, concentrato d’arancia e pomodoro. Al gusto è esempio di misura e tensione pacata: serico e tenero al primo istante, si produce a seguire in uno scarto che ne spiega tutta la profonda, intrinseca freschezza e la mantiene a lungo, sostenendo un profluvio di frutta rossa, ancora spezie, pomodoro e carne, poi mora, ruggine e infine – quale miglior dissolvenza? – una spira di fumo. Procede risoluto e con spigliata eleganza, senza asperità, proprio come velluto. Il tannino, dolce e risolto, è una carezza appena più energica e ha una coda di caffè, nocciola e torrone che contribuisce al lunghissimo finale, appassionante per il caleidoscopico svolgersi di aromi: ciliegia, crema di caffè, pepe nero, rosmarino, canfora e liquirizia. Impressionante ancor più per il suo slancio vitale, vera composizione di energia ed eleganza. Ricordi del secolo prima, roba di un’epoca lontana e qui è un siglo de oro.

 

PS – Questo vino è così perché qualcuno lo ha salvato dalla dannazione di un armatore senza scrupoli. L’attuale proprietà – la famiglia Álvarez – è subentrata nel 1982 alla svagata, svogliata gestione di un avventuriero venezuelano che quasi affondò l’azienda. Il salvatore, Mariano García, deus ex machina dal 1968 al 1997, racconta di cantine fatiscenti e vecchie botti in pessimo stato, dell’indisponibilità dei vecchi proprietari ad affrontare spese per migliorie e rimpiazzi, di quelli nuovi e più illuminati che si affidarono a lui per la custodia del fondo vitato, il ripristino delle cantine, le scelte in punto di essenze, tostature e capacità delle botti, la durata delle maturazioni. Insomma, anche qui come a Cadice lavori allo scafo, agli interni, ai motori. Anche qui una nave che pareva destinata a fermarsi per sempre, e che invece va.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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Giovanni Corazzol

circa 6 anni fa - Link

Caro marinaio curioso ricevere siffatti doni in giorno in cui i doni le sarebbero dovuti. Si contraccambi

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Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

1968, anno della protesta rabbiosa, anno di gioventu' protagonista. Mentre per i boulevards correva la jeneusse d'une fois verso un futuro che no, NON sarebbe poi stato come essa voleva, fortemente voleva, nasceva il vino da te cosi' ben raccontato. Ora un vino fatto e compiuto con ancora tanto da dare, ancora con uno "slancio vitale". Mercie, gracias, thanks once again.

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