Assaggiare Birra con Kuaska dalla Sicilia al Belgio: fatto

Assaggiare Birra con Kuaska dalla Sicilia al Belgio: fatto

di Andrea Gori

Ci sono occasioni che non si possono perdere. Per esempio beccare Kuaska in tour per la Sicilia, impegnato in assaggi e degustazioni. Durante Taormina Gourmet, con l’orecchio sempre rivolto alla partita del Genoa, Lorenzo Dabove si è prodigato in una presentazione di eccellenze internazionali per dimostrare la grande variabilità degli stili birrari, e la consueta conclusione: non si può mai davvero parlare di “birra” ma semmai di “birre”. Allo scopo si sono prestate quattro birre dai principali paesi produttori: USA, Belgio, Germania e Gran Bretagna, integrate da due nazionali, una “autoctona” siciliana da Nicosia e l’altra da casa sua: Genova. Sei storie molto diverse narrate con la consueta brillantezza e ironia a cominciare da una introduzione sull’assaggio delle birre in genere.

Di seguito, ecco le birre in degustazione.

Schlenkerla Rauchbier Marzen (Germania). Siamo nell’alta Baviera, Franconia: qui si bevono 300 litri pro capite (in Italia, per rendere l’idea, siamo a 30 scarsi in media), viene da Bamberga dove ci sono ben 11 produttori e tantissimi pub. La leggenda dice che la cattedrale (in legno di faggio) bruciò rilasciando l’aroma del fumo sulla birra nei tini aperti, e da allora si è sempre cercato di ricreare in maniera meno traumatica una tipologia di birra affumicata, che ha in effetti un sentore tipico di speck (per i tedeschi), di scamorza (per gli italiani) oppure di aringa (in nord Europa). In bocca è più leggera di quanto si pensi, piacevole e lunghissima, in effetti ideale per abbinarsi a prodotti da barbecue.

St. Peter’s Old Style Porter (Gran Bretagna). Birra londinese, antichissima, tipica dei lavoratori (il porter è il facchino). Non nasce quindi per i signori, ed è ottenuta mescolando birre di varie qualità. È una birra decisamente scura, con note di cioccolato, caffè, liquirizia, e del resto sono i malti a governare il gusto e l’aroma. Ma la bocca è leggera, con note originali di carruba, fondo di caffè, facilissima da bere: scura ma dissetante, come erano quasi tutte le birre prima dell’avvento delle birre chiare. È la mamma delle stout adottate e rese famose worldwide dall’Irlanda.

Trappistes Rochefort 10 (Belgio). Livello alcolico di 11,3%, ma il priore se ne beve tre al giorno. Prodotta all’interno dell’abbazia con ingredienti di qualità, gli utili vengono reinvestinti per l’abbazia e le attività filantropiche. Birra con tanto malto scuro, coriandolo, zuccheri canditi; miracolosamente equilibrata, fresca, di grande bevibilità nonostante l’alcol: sa di Christmas pudding, plumcake, pera, fico. Perfetta su formaggio erboribato e cioccolato, in bocca sublime, distinta, elegante, lunga e coccolosa ma senza scadere mai nel dolce.

Moylan’s Hopsickle Imperial IPA (Stati Uniti). Indian Pale Ale, la birra del momento nel mondo: una vera e propria mazzata di profumi grazie al dry hopping violento che porta a 100 IBU di amaro che si sentono tutti in note aromatiche di verbena, liquirizia, cardo. Il colore è dorato, ambrato scarico con un dolce che prova a contrastare la montagna amara. Note terrose, amaricanti, gusto alcolico e amaro solo banalmente tamponato dal dolce. Un amaro che l’industria non vuole, ma che ha stravolto i palati degli appassionati cambiandoli forse per sempre. Estrema ma unica.

Ques Triple Hop di Maltus Faber (Italia). Da Genova una birra omaggio a De Andrè, prodotta in una zona della città dove c’era una vecchia birreria. L’impianto attuale è stato fatto a mano da un ex costruttore di impianti di latte diventato famoso, che ha finito poi per lavorare con due dei birrifici attualmente più famosi in Italia, Extra Omnes e LoverBeer. Birra dorata, con profumo di arancio giallo e canfora, malto dolce molto presente, confetto e nocciole, finale con caramello e zenzero molto incisivo, calore, miele; dolcezza molto presente all’inizio, poi però il finale è fresco per il dry hopping con lievito belga e americano per il cascade che conferisce una nota di pompelmo. Lo stile è Triple (scritto alla vallone) dalla dizione “Triplexxx” con cui i monaci indicavano il tipo di birra prodotta più dorata, caramellata e da occasioni speciali, pomposa. Classico prodotto da alta fermentazione con tanti esteri, frutta sciroppata, banana matura. Si somma alla formula classica l’hop, cioè il luppolo aggiunto sul finale a fresco come va di moda oggi.

La Bianca dei 24 Baroni (Italia). A Nicosia, Enna, la città dove un tempo c’erano più baroni che cittadini. Una birra come spesso accade nata quasi per gioco, come tutti con i kit, e successivamente con impegno e serietà dai proprietari, dopo corsi in Piemonte e seguendo proprio le dritte di Kuaska. Questa bianca ricalca lo stile fammingo “witbier” che ha davvero conquistato il mondo ma si era quasi estinto se non per la Hoegaarden, quando il mondo fu conquistato dalle pils chiare e dorate. Pierre Celis fu il mastro birrario cui si deve la rinascita della tipologia, con una ricetta che voleva 5% di malto di avena oltre a malto d’orzo, e le aggiunte di coriandolo e curaçao. In questa 24 Baroni c’è avena al 3% ma (per ora) nessuna aggiunta di arancio. È una birra speziata e rinfrescante con la dominante freschezza sempre presente. Nel bicchiere è floreale, ariosa, semplice ma incisiva con note di biancospino e mughetto, agrumato spiccato e lievito molto presente, bocca lieve, dissetante, sbarazzina.

Si esce dalla sala dopo aver assistito non solo all’ennesima prova di bravura di Kuaska, ma soprattutto ad una bellissima e ulteriore dimostrazione del fatto incontrovertibile che non esista appunto la birra ma esistono le birre con tutti i loro rivoli di storia e di gusto. Un fenomeno che ormai è una splendida realtà fatta da più di 1000 birrifici e un esercito di homebrewer, nel quale crescono i mastri birrai del futuro. Uno spazio ulteriore di approfondimento riguarda gli abbinamenti gastronomici, dove noi italiani potremmo dire la nostra in maniera più efficace di quanto fatto finora, soprattutto perché è un campo dove sono paesi come USA e UK a dettar legge, pur non avendo le nostre competenze in materia.

[La foto è di Pierangelo Pertile]

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

2 Commenti

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Alberto R.

circa 5 anni fa - Link

Ma davvero questo è stato l'ordine di servizio e di assaggio?

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Andrea Gori

circa 5 anni fa - Link

no, in realtà per ultima è stata servita la Rochefort

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