Narzole, io ci passavo. 30 anni fa lo scandalo del metanolo

Narzole, io ci passavo. 30 anni fa lo scandalo del metanolo

di Pietro Stara

La casa dei miei nonni, che si trova nel centro del paese di Farigliano, non ha il riscaldamento. Non lo ha mai avuto, se si fa eccezione per una vecchissima stufa a cherosene piazzata a ridosso di due stanze da letto che, alle prime accensioni, ci faceva sentire come dentro ad una autocisterna di petrolio. La casa veniva aperta dai nonni, con inalazioni moderate di monossido di carbonio, a Pasqua, e si chiudeva alla festa dei Santi, con un’altra dose misurata di inalazioni. A parte la puntata pasquale, noi, i più piccoli di allora, ci andavamo soltanto alla fine della scuola e, poi, prima di riprenderla, tra agosto e settembre. Salivamo in auto con nostra madre, scommettendo sull’orario di arrivo: in palio c’erano i gelati da offrire. Non so com’è, ma vincevamo sempre noi, anche nel caso in cui nostra madre ci avesse dato i soldi per pagarle il gelato.

Quell’anno, il 1986, la Pasqua cadeva il 30 di marzo, proprio nella data del mio compleanno, giorno in cui divenni uno splendido e brufoloso diciassettenne. Le scommesse erano tramontate da un bel po’, ma non la strada che percorrevamo per Farigliano: la imboccavamo subito dopo aver fatto un breve tratto di autostrada, in direzione della capitale del peperone sabaudo, Carmagnola. Quindi svolta a sinistra per Bra da cui ci si buttava giù per fiancheggiare, dal basso, Cherasco. Si svoltava a destra per costeggiare Narzole in direzione Dogliani e, a Monchiero, si poteva già imboccare un pezzo di quella che oggi è, a pieno e meritato titolo, la Fondovalle. Stavolta niente gelati in palio, ma il tempo giusto per sedersi a tavola prima che i nonni, alle 12,15, avessero già buttato la pasta, chiedendoci, bonariamente, “se pensavamo che quella fosse l’ora giusta per arrivare.”

Già, Narzole. A quel tempo ci vivevano circa 3000 persone. 110 le aziende di produzione e di smercio del vino. Vigneti nel territorio: qualche ombreggiatura. Dal quel momento il cartello che segnava l’ingresso del paese venne dapprima sovrascritto e poi cancellato a più riprese. Ricordo bene. Molto bene.

Il 17 marzo 1986 vennero segnalati alcuni casi di avvelenamento a Milano: tre furono accertati da intossicazione da vino. Strano, no? Armando Bisogni, di 48 anni, Renzo Cappelletti, di 58 anni, e Benito Casetto, deceduto all’ospedale di Niguarda. Il 2 di aprile i morti erano già saliti a 15. Venne così dato l’incarico al sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili di indagare su quello che era successo: “le autorità italiane rendono, comunque, nota la marca dei vini che hanno causato i primi casi di avvelenamento: si tratta di Barbera da tavola e bianco da tavola imbottigliato dalla ditta di Carlo e Vincenzo Odore, titolari della società in nome collettivo di Incisa Scapaccino (Asti) e venduto nei supermercati Gs, Esselunga e Coop. Accertamenti di laboratorio, eseguiti dall’Istituto di medicina legale e dall’Ufficio provinciale di igiene e profilassi di Milano su campioni di vino prelevato sia nei supermercati che presso la ditta produttrice, rivelano la presenza di alcol metilico in quantità superiore a quella prevista dalla legge. Dalla Procura partono comunicazioni giudiziarie per le ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, violazione dell’art. 22, comma 2, lett. d) del D.P.R. 12 febbraio 1965, n.162 Norme per la repressione delle frodi nella preparazione e nel commercio dei mosti, vini ed aceti che fissa i limiti massimi entro i quali deve essere contenuta la quantità di alcool metilico nel vino. Le autorità sanitarie, a loro volta, danno comunicazione che: a) solamente con forti assunzioni di vino – più di 1 litro al giorno – si può andare incontro a disturbi gravi, mentre nelle quantità normali – 1 o 2 bicchieri per pasto – non si incontrano conseguenze rilevanti; b) i segni caratteristici dell’intossicazione da alcool metilico sono essenzialmente: perdita di coscienza fino al coma; disturbi visivi fino alla cecità; acidosi metabolica. Il 24 marzo 1986 una nave cisterna italiana viene sequestrata a Sète in Francia. Il carico di vino della nave cisterna italiana Kaliste è messa sotto sequestro in quanto il vino trasportato della ditta Antonio Fusco di Manduria (Taranto) è sospettata di contenere metanolo come poi viene accertato con analisi più approfondite. In Germania nella regione del Baden Wuerttemberg, il Ministero della sanità sequestra 500 bottiglie di Barbera d’Asti che presentano all’analisi un contenuto di 6.7 grammi di metanolo per litro, prodotti dall’azienda vinicola Giovanni Binaco di Castagnole Lanze in Piemonte .” (1)

Come mai il metanolo? E perché in quel momento?

Il metanolo, insieme con l’etanolo e altri alcoli superiori, è un componente naturale caratteristico delle bevande ottenute dalla fermentazione di mosti ricchi di zuccheri, o di frutta in genere, e dei distillati da essi ricavati, presente in piccole quantità (50-400 mg/L). Si forma durante il processo di fermentazione dall’idrolisi enzimatica dei gruppi metossilici delle pectine che vengono idrolizzati ad opera dell’enzima pectinmetilesterasi. Poiché il metanolo e gli alcoli superiori hanno un elevato grado di tossicità (DL 50 = 350 mg/kg di peso corporeo), la legge ne fissa il contenuto massimo ammesso. Per il metanolo tale limite è di: 0,25 mL per 100 mL di etanolo per i vini rossi; 0,20 mL per 100 mL di etanolo per i vini bianchi e rosati; 1 mL per 100 mL di etanolo per le acqueviti di vinaccia o di frutta. L’aggiunta di metanolo al vino, che si configura come adulterazione e frode alimentare, determina, in base alle quantità somministrate, un aumento della gradazione alcolica.

Il costo del metanolo divenne, in quegli anni, dieci volte inferiore a quello dell’alcol etilico.

L’allora ministro dell’Agricoltura, il democristiano Pandolfi, riferì, davanti alla commissione Agricoltura del Senato, che in Italia circolavano circa 600 mila litri di “vino-killer”. Pandolfi ammise che nelle indagini sul vino al metanolo si erano perduti giorni preziosi: si credeva di trovarsi in presenza di partite di vino bianco tramutato in rosso con l’aggiunta di infime quantità di alcool metilico. Soltanto quando vennero ordinate le analisi del prodotti si scoprì che si trattava, invece, di alcool metilico sintetico. La frode con queste sostanze sarebbe stata favorita, sempre secondo il ministro, dall’abolizione avvenuta nel 1984 della tassa di fabbricazione sull’alcool metilico. Il ministro aveva avuto ragione (2). Peccato, però, che non previde le conseguenze di certe scelte politiche. Insomma, si sapeva già molto.

A Narzole venne inquisita la ditta ‘Giovanni Ciravegna’, omonimo di Ciravegna padre, arrestato assieme al figlio, la cui cantina — si apprese — doveva essere chiusa già nel novembre 1985. Così parlò alla stampa Bosio, coordinatore del servizio repressione frodi di Torino, rispondendo all’assessore regionale all’agricoltura, in quel di Thione: “ho sempre tenuto d’occhio l’attività del Ciravegna perché le sofisticazioni erano state ripetute e numerose, tante che nella ditta c’è una vasca sigillata da quasi due anni”. Giovanni Ciravegna venne poi condannato a 14 anni di carcere, di cui 4 condonati. Nessun risarcimento alle vittime.

23 morti e 19 non vedenti permanenti fu il risultato finale di quello scempio criminale (3).

Ne parlo con Fiorenzo, gli dico che voglio scrivere due righe sul trentennale del nefasto avvenimento. Lui osserva che “il volgo, l’utente entry level, quello che non è quasi possibile definire enofilo e transita per caso in un’enoteca una volta l’anno, ancora oggi evoca il metanolo nel vino (‘chissà se c’è il metanolo’; ‘ci hai messo il metanolo’, ecc) per dire quanto la vicenda sia entrata profondamente nell’immaginario collettivo.”

È un bene che sia rimasto uno strascico lungo di ciò che accadde allora. Perché il metanolo nel vino è tante cose e tanti modi di pensare. E non solo del vino.

Per chi ne avesse voglia, queste sono le trasmissioni che Radio Radicale, a ridosso dei fatti, realizzò sul “vino al metanolo”. Buon ascolto.

http://www.radioradicale.it/scheda/41976/42018-inquinamento-alimentare-il-vino-al-metanolo

http://www.radioradicale.it/scheda/42002/42044-provvedimenti-contro-linquinamento-alimentare-vino-al-metanolo

http://www.radioradicale.it/scheda/41997/42039-provvedimenti-contro-linquinamento-alimentare-vino-al-metanolo

http://www.radioradicale.it/scheda/41983/42025-inquinamento-alimentare-il-vino-al-metanolo

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1. Da Lo scandalo del vino al metanolo, Città del vino, Symbola, Coldiretti in http://www.symbola.net/assets/files/Cronistoria_1269606485_1275303009.pdf

2. L. 28 luglio 1984 n. 408 Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 giugno 1984, n. 232, concernente modificazioni al regime fiscale per gli alcoli e per alcune bevande alcoliche in attuazione delle sentenze 15 luglio 1982 e 15 marzo 1983 emesse dalla Corte di giustizia delle Comunità europee nelle cause n. 216/81 e n. 319/81

3. Ho consultato diversi servizi pubblici (stampa, radio, televisione) dell’epoca e recenti e i dati sono discordanti. Riporto qui quello fornito ultimamente da un servizio RAI http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6baadb25-42a9-40e6-bc1f-77ece0323b42-tg3-30anni.html. Nulla toglie al fatto che fosse stata anche solo una persona, sarebbe stata una persona di troppo.
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[Immagine – Crediti]

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

6 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

Mi sono venuti i brividi leggendo questo bel post di Pietro Stara. Mi ricordo benissimo quel periodo a metà dei ruggenti anni Ottanta. Mi ricordo di un uomo in giacca e cravatta che scoppiò a piangere in televisione durante un Tiggì, "Sentiamo cosa dice 'sto falsone" fu il commento di chi mi stava accanto e il "falsone" fra i singhiozzi disse "sapevamo, ma non pensavamo che ci fossero queste conseguenze." L'omertà di un sistema che pensava di poter tollerare qualche "leggera" frode per far campare delle famiglie, per far girare un mercato. Poi arrivarono le notizie dei morti e tutto, da leggero, diventò pesante come un macigno. Purtroppo, parte della rinascita del mondo produttivo enoico piemontese partì da lì, da quella tragedia. Sono d'accordo con Pietro, le morti accertate dovute al metanolo possono essere una o 23, l'orrore per la superficialità, la negligenza, la noncuranza delle conseguenze, rimane.

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jjJosè Pellegrini

circa 6 anni fa - Link

Una cronaca con lucida eloquenza.Come al solito Pietro Stara ci mette i brividi.Da non dimenticare . Quando l'ignoranza è più dannosa della cattiveria.

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luis

circa 6 anni fa - Link

Ciravegna il vecchio, uscito dal gabbio, ebbe l'ardire di dichiarare che il suo sogno era quello di tornare a fare vino! (non ho il link, ma me lo ricordo bene intervistato dalla stampa qualche anno fa). E non è detto che non ci sia riuscito. Comunque quell'episodio fu veramente il punto più basso della storia enologica italiana ed è giustamente entrato nell'immaginario collettivo di un'intera nazione. Grazie a Pietro Stara per avercene rinfrescato la memoria.

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Pietro Stara

circa 6 anni fa - Link

https://www.youtube.com/watch?v=3YfPv3A6ZMY dal minuto 12,15 inizia a parlare Ciravegna

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Tino

circa 6 anni fa - Link

In Svizzera tedesca, ancora oggi si fa barzellette sul vino al glicolo dei Austriaci. Quell' scandalo scoppiava 1985.... con la differenza che nessuno pagava con la salute o la vita dopo il consumo di questi vini.

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Wood

circa 6 anni fa - Link

A Narzole si è' sempre saputo che facevano il vino con il bastone ma ci sono voluti dei morti perché qualcuno si muovesse. senza un vigneto ma 110 cantine

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